di Sandro Boccia

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IL CINEMA E VERDI

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Il cinema nel suo primo secolo di vita ha soppiantato nella cultura popolare

l’opera lirica, lo spettacolo che nell’800 era stato un fulcro della civiltà

occidentale. Questo passaggio di consegne è raccontato tutto nel film là per là

“Novecento” di Bertolucci, nella figura di un pitocco di paese, molto singolare,

che, all’inizio del secolo, gira per la bassa padana con il costume di Rigoletto

e grida: “Verdi l’è mort!”. E il Maestro, che forse nel cinema, magari con diletto,

non è mai andato (il cine fu inventato 6 anni prima della sua morte) ha avuto e ha

lunga vita sullo schermo rande e piccolo della televisione. Nel fascista 1938, oplà,

abbiamo il film “Giuseppe Verdi” di Carmine Gallone, il regista di “Scipione l’Africano”,

seguito nel 1953 nell’omonimo film a firma di Raffaello Matarazzo.

Screenshot del film “Divine armonie” (Giuseppe Verdi)  , 1938, regia di Carmine Gallone

Negli anni ottanta è la televisione ,che in quegli anni ha superato, come un razzo,

la popolarità del cinema ,a occuparsi del “Cigno di Busseto” e trasmette in visione

“Giuseppe Verdi”, uno sceneggiato in 9 puntate con la regia di Castellani in vista:

si tratta della ricostruzione, avvincente e appassionante, della vita del musicista!

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VERDI NEL CINEMA

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Poi c’è Verdi che abita il cinema con la sua musica, le sue architetture narrative,

la sua drammaturgia; come non ricordare la produzione di Bernardo Bertolucci

ambientata in Emilia Romagna che di Verdi si nutre, o le musiche ben creative

della banda del “Padrino” di Coppola nel 1971 che al matrimonio, cristianucci,

suona “Traviata” (pur nel film “Pretty Woman”) o nel “Gattopardo” di Luchino

Luchino Visconti: «Il Gattopardo», B.Lancaster e C.Cardinale

Visconti nel 1963 che in attesa d’intonare il “Te Deum” suona “Amami Alfredo”

e il più mistico Requiem verdiano in “Nostalghia” di Tarkovskij: miracolo divino!

E in tema di festeggiamenti per il Bicentenario della nascita “Quartet” di Dustin

Hoffman, trasposizione cinematografica di una pièce teatrale, segno del destin,

in cui i protagonisti, ospiti in una casa di riposo per cantanti lirici, ogni anno,

il 10 ottobre, organizzano un concerto per festeggiare del Maestro il compleanno!

Una sintesi dei temi trattati (il melodramma verdiano, la questione risorgimentale

i dipinti dei pittori di quel tempo) hanno avuto un’interpretazione ben ancestrale

e significativa nel film di Luchino Visconti “Senso” del 1954. Liberamente tratto

dal racconto omonimo di Camillo Boito, fratello di Arrigo (musicista e librettista

delle ultime opere del Maestro), architetto (a lui fu affidato il progetto in sol tratto

della Casa di Riposo per musicisti di Milano, voluta e finanziata da Verdi a vista

negli ultimi anni della sua vita) e scrittore, il film è ambientato a Venezia nel 1866,

durante l’ultimo periodo della dominazione austriaca. La trama intreccia, ci sei

lettor?, le vicende risorgimentali della terza guerra d’indipendenza, con al centro

la battaglia di Custoza, con la storia privata dell’infausta passione della contessa

Livia Serpieri per il tenente austriaco Franz Mahler, per amore del quale, messa

da parte, purtroppo per lei, la mente, tradirà la causa dei patrioti, proprio dentro.

Il film si apre sulla scena finale del terzo atto del “Trovatore” e tra gli spettatori

inizia un altro melodramma in un gioco insistito di rimandi tra realtà e finzione:

la sequenza della Fenice è impostata sulla specularità tra scena e sala: con i cuori

i patrioti al grido di “Viva Verdi”, “Viva l’Italia”, gettano i manifestini dal balcone,

i tricolori al termin del coro “All’armi, all’armi” in cui il coro d’armi sembra sfidare

gli ufficiali austriaci nelle prime file della platea. Il gioco di rimandi e vita continua

dopo che il patriota Ussoni sfida a duello l’ufficiale ,quando la contessa con un fare

intrepido, decide di fingersi galante col tenente per salvare suo cugino, ma s’insinua

nel suo cuor la passione accecante che la porterà a denunciare Mahler, condannato

a morte poi per diserzione. L’impostazione melodrammatica non si limita alla sola

scena del Teatro veneziano ma caratterizza tutto il film: il selciato dei campielli,

i pavimenti delle ville si trasformano in palcoscenici, gli sguardi prendono la parola

e lo spettatore, guidato dalla voce fuori campo di Livia, assiste alla tragedia di quelli

che son i protagonisti, l’uno spregiudicato ladro, l’altra travolta da amore insano,

con Visconti che ricalca, con sontuosi costumi e con i colori, il bacio hayezzano!

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