Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Venere: un pianto ed un sorriso (Adone e Pigmalione)

Venere (Afrodite) era la dea della bellezza, delle seduzioni, dei sussurrati colloqui, dei dolci palpiti, delle segrete speranze e degli inebriati sorrisi; ma qualche volta le accadde di mescolarsi anche in faccende di guerra.

Mentre la guerra imperversava  sotto le mura di Ilio, Venere, durante un combattimento, volle portare soccorso a Enea, che era suo figlio. Il feroce Diomede la riconobbe, ma ben sapendo che aveva a che fare con una divinità non temibile — non temibile, almeno, sul campo di battaglia — con la sua acuta lancia la ferì a una mano.
Una leggera ferita. Ma la Dea, piangendo, risalì in tutta fretta all’Olimpo tra gli sguardi e i commenti ironici di Minerva (Atena) 

Guarda, guarda! Senza dubbio ha voluto aiutare qualche tenera fanciulla troiana a indossare il peplo, e si è graffiata con uno spillo.”
Ma Giove (Zeus) la consolò sorridendo bonario.
Non impicciarti nelle cose di guerra, che non ti riguardano. Attendi alle dolci opere d’amore, che son tue.”

Non aveva bisogno di tali incoraggiamenti Venere!
Quante avventure intrecciate e disciolte! Quanti sospiri, quanti capricci!
Quante lacrime, anche! Come quelle che la Dea stessa pianse sul cadavere del giovinetto Adone.
Adone era nato da un albero. Mirra, la madre, per sfuggire ad un infelice destino, aveva ottenuto dagli Dei di essere trasformata nell’albero che portò da allora il suo nome e che stilla amare lacrime. Da quell’albero nacque Adone. Fu allevato dalle Naiadi e Venere, per proteggerlo, lo nascose in una cassa di legno e lo affidò a Proserpina (Persefone), regina degli Inferi: a suo tempo sarebbe venuta a riprenderselo.
Se non che Proserpina aprì la cassa e vide il bimbo: e quando Venere giunse a richiederglielo, ella non volle più restituirlo.
La contesa fu portata dinanzi a Giove e questi deliberò che Adone passasse la metà dell’anno con Venere e l’altra metà con Proserpina.
Venere lo crebbe gentile e ardito e, stregata dalla sua sfolgorante bellezza,  lo amò appassionatamente.

Tiziano – Venere e Adone, 1553

Ma un giorno, mentre egli inseguiva animosamente un selvaggio cinghiale, la fiera a un tratto si rivoltò, gli si avventò contro e lo uccise con un colpo di zanna. Venere accorse, ma troppo tardi; non potè richiamare in vita l’amato giovinetto; potè solo piangerlo acerbamente e tramutarlo nell’anemone colore di porpora.

Nonostante la sua bellezza e la sua soavità, Venere era anche una terribile Dea, che spesso diffondeva intorno a sé smarrimento, tradimento e follia. Guai alle vittime contro le quali infieriva, guai a coloro che ella inseguiva con la sua vendetta. Però nella vendetta, a volte, era benigna e arguta.

Nell’isola di Cipro e nella città di Amatunta viveva uno scultore di nome Pigmalione. Appassionato della propria arte, nella quale era assai valente, Pigmalione, pur onorando la Dea che aveva un particolare culto nell’isola, detestava di tutto cuore le donne. 

Belle, sì, seducenti, ma… alla larga!
Tutt’al più donne di marmo, donne di avorio: quelle che egli suscitava dai blocchi informi col prodigio dello scalpello.
Avvenne però che un giorno Pigmalione traesse da un candidissimo avorio l’immagine di una fanciulla di rara bellezza. Così bella, così soave era quella immagine che l’artista non si saziava di ammirarla; e tanto l’ammirò che finì per innamorarsene perdutamente. Le era dinanzi giorno e notte a vagheggiarla, a idolatrarla, a invocarla coi nomi più dolci, con le parole più tenere e più ardenti.
Venere, la maliziosa orditrice dell’insidia, sorrideva del misogino innamorato: e lasciò crescere quell’amore finché divenne tormento, fino a che non rasentò il limite della pazzia.
Poi un giorno, sfiorò con le carezzevoli dita la statua; e l’avorio divenne carne, il simulacro inerte si tramutò in una creatura vivente: Galatea, la «bianca come il latte».
E Pigmalione sposò Galatea.

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fonte: tanogaboblog.it

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