di Sandro Boccia

 

IL CAVALLO DI TROIA

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La guerra di Troia scoppiò a causa di Elena che fuggì con Paride troiano

anche se i Greci vollero credere al rapimento: quello fu solo un pretesto!

La verità era che Ilio era un ostacolo all’espansione micenea, insano:

Troia, affacciata sui Dardanelli, controllava del mar Nero il termometro

ossia il traffico dell’oro, dell’ambra e soprattutto dello stagno, ed esigeva

pedaggi e il diritto di prima scelta sui carichi: tale situazione era

quasi esplosiva e non sfuggì minimamente a Priamo, re d’Ilio che incaricò

Paride e Enea di una missione diplomatica a Sparta, laddove vi regnava

Menelao, inteso a godere dei privilegi del monarca ,specie delle grazie

di Elena, la più bella donna sulla faccia della terra, e poi della caccia.

E quando Idomeneo, re di Creta, lo invitò per una battuta gli disse grazie

recandosi sull’isola e lasciando strada libera: prese così pan per focaccia

dal giovane principe troiano che s’invaghì, ricambiato, di Elena gran fica.

Gli amori di Elena. Quadro di Jacques-Louis David

Quando Ecuba, la regina di Troia, aspettava il suo figliolo,

ebbe un sogno premonitore ossia che Paride, non a pizza e fica,

avrebbe causato la distruzione della città, per cui il pensier fu uno solo:

cacciarlo dalla reggia e mandarlo a pascolar sul monte Ida. Compiuti

15 anni Paride andò a Troia per partecipare a un concorso agonistico

attirandosi l’invidia di Ettore e di Deifobo, ignari suoi fratelli, che astuti,

che decisero di farlo fuori; s’oppose allora Agelao, suo maestro mistico,

che rivelò la identità del principe fra lo stupore del pubblico presente.

Ingenuo, presuntuoso, fatuo, Paride corteggiò Elena con un rapimento,

tanto che lei portò seco un ingente tesoro, non solo la dote personale.

L’evento, non tanto per lavar l’offesa del fratello, ossia il tradimento

quanto per mire egemoniche, dette ad Agamennone il motivo occasionale

di dichiarar guerra alla città troiana; radunò quindi tutte le achee truppe

con alla testa i principi greci a cominciar dal forte Achille, figlio di Peleo,

nascosto sotto vesti femminili alla corte di re Licomede e incautamente reo

di farsi scoprir con l’espediente del pugnale (che il travestimento ruppe)

fra tante collane e bracciali su un vassoio e preda di giovani fanciulle.

Pompeo Batoni – Achille e il centauro Chirone

Subito il figlio di Teti s’impossessò della lama e fu così smascherato.

Per dieci anni ci fu la guerra tra Greci e Troiani che ne videro delle belle

e, per quanto riguarda Ulisse, fu sempre presente, pur poco amato,

in prima linea a difender l’accampamento acheo e sul campo di battaglia

ma non fu mai protagonista (se non di escursioni), come fuoco di paglia,

mettendo a disposizione , con senno, dei litigiosi signori della guerra

il suo buon senso, la predisposizione all’arbitrato e, pacem in terra,

una pacifica soluzione. E’ infatti l’eroe itacese che Criseide riporta

al padre sacerdote, offeso dall’Atrite; è lui che paziente “porta a porta”

che compie il passo per convincer l’irriducibile Achille a tornar in pugna;

è lui che con il vento in poppa e che assorbe come spugna

conla sua sagacia a far riconciliar il re di Micene con il piè veloce Pelide;

un’astuta impresa, che donò eterna gloria al figlio di Laerte fu quella

del cavallo: egli espose il progetto in un banchetto all’indomani che vide

la morte di Ettore, rigettato dall’impeto del figlio di Peleo che, ben bella,

vide nella continuazione della guerra la soluzione dell’acheo problema.

La pugna continuò ma, specie con la morte d’Achille, era a uno stallo

e così tornò in auge lo stratagemma ingannevole ulissiano del cavallo.

E fu in tal modo che con delle tavole di pino, e questo non è un teorema,

l’architetto carpentiere Epeo costruì il grande equino voluto da Ulisse

che perfezionò il piano addestrando l’attor Sinone, il finto disertore,

che trasse in inganno il popolo troiano e così ci fu il “bisse”.

Alle domande di re Priamo, dubbioso, tra cui Laocoonte e Cassandra,

che non volevano fare entrare in città il cavallo e coloro, samarcanda,

che lo desideravan, Sinone gli rispose che Agamennon lo fece costruir

così grande per non permetter di introdurlo nelle mura di Troia, lì per lì.

Ulisse compì, come ciliegia sulla torta, nella città l’ispezione clandestina

dove s’imbattè con Elena che lo riconobbe: incontro tra i più affascinanti

misteri dell’epica omerica. Ulisse la rese edotta della carneficina

nel caso di riuscita del piano dopo che ella le giurò di non tradirlo;

poi Elena sostenne l’innocenza accusando Venere, la causa di roboanti

effluvi d’amore. La figlia di re Tindaro non tradì ma ci andò vicino

quando intorno al cavallo imitò le voci delle mogli dei greci ivi nascosti.

Lo fece per darsi giustificazione morale a fronte della forza del destino?

Quel che successe dopo è noto per esser rinarrato: basta dire che quando

Menelao la vide per sgozzarla ricorse, da figlia di mamma, all’arma in cui

era maestra: la seduzione femminile. Senza tremar gli sorrise quando

slacciò la fibia della veste rossa di passion alla bianca sensuale spalla

scoprendole il bel seno: si comportò come una vacca in una stalla.

Si perpetrarono gli orrori: la morte di Deifobo, di Astianatte, fra le tante,

scagliato dalle mure da Pirro, figlio di Achille, che di eccidi ,nonostante

fosse bestia ,non era mai sazio tanto che sgozzò re Priamo vegliardo

sull’ara di Zeus, cui andò l’ ambita Andromaca, moglie dell’eroe troiano;

Evelyn De Morgan – Cassandra

Cassandra, oltraggiata da Oileo, fu assegnata come stendardo

all’Atrite che poi trovaron la morte al ritorno a Micene in modo disumano

da Egisto e da Clitennestra, a loro volta uccisi dai figli Oreste e Elettra.

Fu sacrificata Polissena, figlia di Priamo, sulla tomba d’Achille in fretta.

Ecuba – Dal “Promptuarii Iconum Insigniorum”, 1533

A Ulisse toccò Ecuba, regina, fonte di memoria, di ricordi, di storia,

d’informazioni, di sapere. Sembrò ai guerrieri achei che la loro

fu gran vittoria: il lungo assedio, le fatiche, i sacrifici, la ragion di stato,

i morti, ogni patimento parvero compensati dal bottino pieno d’oro,

ma con il passar del tempo la spedizione apparve loro come un insuccesso

e che il controllo dell’Ellesponto sembrò poco rispetto al prezzo pagato.

Capo di Ulisse da un gruppo scultoreo che rappresenta Ulisse accecante Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Dalla villa di Tiberio a Sperlonga. Museo Archeologico Nazionale a Sperlonga

Con la distruzione di Troia prosperò un’infernale maledizione, un cesso,

quasi come la legge di contrappasso dantesca verso i Greci vincitori.

Patroclo, Achille e i caduti sulle porte Scee, il suicidio di Aiace Telamone,

la morte d’Oileo, i tormentati ritorni d’Idomeneo, del re Menelao,

e infin del figlio d’Anticlea, Ulisse. Insieme a Troia uscì, come un taglione,

di scena l’eroe: aveva esaurito il suo compito, dette così il suo ciao,

quello d’esser modello di coraggio, d’ardimento, d’astuzia, protagonista

d’imprese leggendarie che per secoli costituirono il mastice culturale

delle genti. Nell’Odissea, pertanto, non ci sono più eroi in bellavista:

Nestore e Menelao son solo reduci con l’ambizione di vecchiaia salutare;

Alcinoo non è un eroe ma, come giusto che sia, uno squisito anfitrione;

che la stagione eroica fosse al tramonto lo dimostra non da campione

ma da misero, Pirro, di novella generazione, accoltellato alle spalle

nel tempio di Delfi: così finì la sua storia ignobile e non da eroe con palle!

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