Bellerofonte – Bronzetto di Bertoldo di Giovanni

Bellerofonte è un mitico eroe onorato soprattutto a Corinto e in Licia. Suo padre “umano” è Glauco, ma il suo culto è legato a quello di Poseidone, di cui è considerato figlio, da cui è protetto in tutte le sue imprese; e il cavallo alato Pegaso, figlio anch’esso del dio del mare, lo accompagna solitamente nel mito, così come nelle raffigurazioni artistiche.
Le vicissitudini di Bellerofonte cominciano con l’uccisione accidentale di un uomo la cui identità varia secondo le versioni del mito; alcuni dicono che si trattasse di suo fratello, a causa di quel delitto era stato costretto a lasciare la città e a recarsi a Corinto dove il Re Preto lo aveva ritualmente purificato.
Sfortunatamente Stenebea, nota anche come Antea, la moglie del re s’innamorò di Bellerofonte che per gratitudine e rispetto ne rifiutò le profferte. Vedendosi rifiutata, Steneba decise di vendicarsi accusando il nostro eroe d’aver cercato di sedurla. Il Re Preto si liberò dell’ospite (che come tale non avrebbe potuto uccidere) mandandolo dal proprio suocero Iobate Re della Licia, perché questi lo facesse morire.
Iobate, non volendo a sua volta violare le leggi dell’ospitalità, espose Bellerofonte a grandi rischi, lo mandò a combattere contro le Amazzoni ed altri guerrieri formidabili, e poi anche contro la Chimera, un essere mostruoso, leone nella parte anteriore, drago nella posteriore e con una testa caprina che sputava fiamme.
Quel mostro, generato da Tifone e da Echidna, devastava il paese e razziava il bestiame. Cavalcando Pegaso, Bellerofonte riuscì a scovare la Chimera e dopo averla ferita con le sue frecce, le conficcò fra le mascelle un pezzo di piombo che, fuso dall’alito rovente, scese nello stomaco uccidendola.

La Chimera, era il simbolo del calendario arcaico dell’anno tripartito, sacro alla Mater Magna pre-ellenica : il leone rappresentava la primavera, la capra l’autunno, il serpente l’inverno.
Iobate, deluso dal suo ritorno, lo mandò a combattere contro i bellicosi Solimi: Bellerofonte li sconfisse volando col suo magico cavallo da cui lasciava cadere dei massi sulle loro teste. Il Re preoccupato, decise di farlo uccidere in un agguato dai suoi uomini più valorosi, ma l’invincibile Bellerofonte riuscì a salvarsi massacrando gli assalitori. A quel punto Iobate, cominciando a sospettare che il giovane fosse innocente e protetto dagli dei, decise di raccontargli ciò che gli aveva detto suo suocero. Fu soltanto allora che Bellerofonte gli confidò la triste storia; e il sovrano, saputa finalmente la verità gli concesse in sposa la figlia Filino e nominandolo erede al trono di Licia.
Tutti quei successi avevano talmente esaltato il giovane che un giorno decise di volare sull’Olimpo con l’alato cavallo, quasi fosse un immortale. Zeus mandò allora un tafano che punse Pegaso facendolo sgroppare in modo da disarcionare Bellerofonte, il quale cadde ingloriosamente in un roveto. 

Da quel momento l’incauto giovane vagò sulla terra, zoppo, cieco, solo e maledetto, evitando le strade battute dagli uomini, finché la morte lo colse.

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Il giornalista scientifico Alberto Majrani, in una  sua nota a commento della pagina su Bellerofonte, scrive: 

Omero, rievocando la vicenda dell’eroe Bellerofonte (Iliade VI, 169), avvenuta diversi anni prima della guerra di Troia, riferisce che egli era latore di un messaggio costituito da molti segni su due tavole: un indizio più che evidente che Omero conoscesse l’uso della scrittura; ma di essa non è rimasta purtroppo traccia, anche perché si scriveva su supporti rapidamente deteriorabili come le tavolette di legno, la corteccia di alcuni alberi (come le betulle), le pelli animali, i teli di lino, oltre ai famosi rotoli di papiro egiziani.
Mentre nel Mediterraneo si usavano moltissimo le tavolette d’argilla, che si sono conservate in seguito a eventi altrimenti catastrofici: le antiche biblioteche sono andate a fuoco (il che induce a pensare che contenessero anche parecchie tavole di legno e altro materiale facilmente combustibile) e il calore ha cotto l’argilla rendendola estremamente durevole nel tempo.
Molte altre conoscenze degli antichi sono rimaste a lungo privilegio di una casta chiusa, per poi diffondersi rapidamente una volta diventate di pubblico dominio: saper leggere e scrivere era un prerogativa di pochi, che conferiva a chi la possedeva un potere e un prestigio notevoli. Logico quindi che chi aveva un tale vantaggio non fosse disposto e dividerlo facilmente con gli altri.
E’ probabile che alcuni eruditi, come per l’appunto i cantastorie, che rappresentavano in un certo senso l’élite intellettuale dell’epoca, conoscessero qualche forma di scrittura. Lo stesso Bellerofonte era un grande eroe ma non sapeva leggere, tanto che da ignorare che il messaggio di cui era latore, inviato da un re ad un altro re, sollecitava la propria condanna a morte!