«Un messaggio ci è giunto dagli abissi del tempo».
prof. Jacques Monod, Premio Nobel

Prof. Jacques Monod, Premio Nobel per la medicina nel 1965

Prof. Jacques Monod, Premio Nobel per la medicina nel 1965

«Tutti gli animali terrestri e tutti gli uomini hanno avuto origine da un pesce primitivo che, un certo giorno, scelse di andare ad esplorare la terra asciutta. Poggiando le quattro pinne sul terreno, riuscì a saltellare in modo maldestro, ma poi, a poco a poco, le pinne gli si irrobustirono e si mo­dificarono in zampette. Divenne il primo dei Ver­tebrati tetrapodi, ossia a quattro zampe, dando origine alla formidabile espansione di tutti gli An­fibi, di tutti i Rettili, di tutti gli Uccelli e di tutti i Mammiferi».
Si tratta, come è chiaro, di una scemenza. Però, quando venne inventata, circa cento anni or sono, per sostenere il materialismo marxista, aveva un’apparenza ben diversa; sembrava un’autentica verità scientifica.
A quell’epoca nessuno immaginava quanto sia favolosamente complesso e prodigiosamente orga­nizzato anche il più semplice dei viventi, sia pure un microrganismo planctonico. E nessuno poteva sospettare che alla base di ogni vivente vi fosse un progetto predisposto in anticipo, programmato minuziosamente, trascritto in codice e registrato su nastri DNA. Tutte le scoperte dell’ereditarietà genetica dovevano ancora venire; Gregorio Mendel stava appena contando i piselli nell’orto del suo convento. I geni, con i “piani costruttivi”, non erano ancora spuntati sull’orizzonte della scienza. Thomas Hunt Morgan non era ancora nato.
Non poteva trattarsi di un solo pesce, ma alme­no di una coppia di pesci, uno maschio e l’altro femmina. Poi non era pensabile che quella coppia di pesci si fosse convertita, tra una stagione e l’al­tra, in una coppia di lucertole. Occorreva parec­chio tempo: mettiamo centomila anni. Una gene­razione all’anno; centomila generazioni di pesci, tutte pervase da quel desiderio di esplorare la ter­ra asciutta, ereditato dalla coppia capostipite…
Ora, la terra asciutta costituisce un tipo di habi­tat tutt’altro che desiderabile da parte dei pesci. L’acqua li sostiene, li rende leggeri, agili, svelti; la terra, all’opposto, li vincola, li rende pesanti, inabili alla locomozione, boccheggianti. I mesi estivi espongono i pesci fuor d’acqua al calore solare. Come cercare un po’ d’ombra? I mesi invernali li congelano. Come non rimpiangere la comoda tranquilla uniforme temperatura del mare?
E il cibo? Niente pesciolini da afferrare e da in­ghiottire, sulla terra asciutta, e niente animaletti planctonici. È triste essere carnivori e dover cerca­re qualche pianticella per sfamarsi…
E l’udito? Gli esploratori devono aver l’udito buono, mentre quei pesci ardimentosi erano del tutto sordi. C’era una soluzione: inventare l’orga­no dell’udito, provvedersi di orecchie. Ma non era facile.
Respirare con le branchie l’ossigeno disciolto nell’aria, essere senza polmoni, e costatare di aver­ne immediata necessità, per poter dare inizio alla meravigliosa esplosione biologica degli animali ter­restri…
Inventare i polmoni, inventare una nuova circo­lazione del sangue, costituire, insomma, un repar­to invenzioni e progetti: tutta roba per la quale, fortunatamente, i pesci sono molto bene adatti, come tutti sappiamo.
Eppure, tutto questo non sarebbe stato suffi­ciente. I pesci esploratori avrebbero dovuto fare i conti con la programmazione della loro specie re­gistrata sui nastri DNA, contenuti in ciascuna dei miliardi delle cellule viventi che li costituivano. Non potevano sapere che i caratteri acquisiti non possono venir ereditati e che gli ebrei, per questa ragione, devono continuare a circoncidersi, ben­ché lo facciano da tre millenni. Non potevano sa­pere per conseguenza che i loro sforzi sarebbero stati vani, e che sarebbero rimasti sempre pesci, sempre bene adatti per vivere solo nell’acqua.
Ma i propagandisti del materialismo ateo, pur di negare il Creatore, continuano a sfornare quella scemenza, ancor oggi, come se niente fosse, obbli­gando a riconoscere in essa una inoppugnabile ve­rità scientifica.
Nei libri e negli opuscoli diffusi in gran numero dall’Istituto per l’ateismo di Mosca, queste argo­mentazioni sono accompagnate da molte figure. C’è una illustrazione ben chiara: in alto c’è un pesce, un vero pesce; sotto c’è lo stesso pesce, al quale sono spuntate le quattro zampette; sotto ancora c’è una via di mezzo tra un pesce e una lucertola; infine viene il prodotto finale: un rettile con potenti ma­scelle, fornite di terribili denti aguzzi.
E dire che ciascuna specie vivente è obbligata a conservare rigidamente la propria programmazio­ne, ed a trasferirla integra ai singoli individui nel tempo, per poter continuare ad esistere sulla Ter­ra, nonostante tutte le difficoltà dell’ambiente. Perdere una minima parte di quella programma­zione registrata in codice significa scivolare al di fuori del regno della vita. Ma nessuna acquisizione scientifica ha qualche importanza quando si vuole sostenere una tesi qualsiasi con finalità politica.
Se ogni vivente è programmato, se lo è ogni specie, non si intende per quale ragione non do­vrebbe essere programmata anche tutta l’evoluzio­ne dei viventi. Se ogni prodotto di una fabbrica è progettato e programmato, perché non dovrebbe esserlo anche la fabbrica stessa?
È assurdo pretendere che proprio la fabbrica sia sorta per il solo cieco lavorìo del caso, senza alcun progetto, senza nessun programma, senza nessun piano costruttivo. Lo si sostiene nella vana speranza di “vincere la guerra contro il Creatore”, un po’ come i nazisti ridotti a combattere lungo le strade di Berlino.

.
Inventare i mammiferi

Circa 100 milioni di anni or sono accadde qualche cosa di nuovo e sorprendente nella storia dell’evoluzione programmata dei viventi. Sino a quell’epoca gli animali erano sempre stati a sangue freddo, come lo sono ancor oggi i pesci, gli anfibi e gli insetti. Non erano adatti per diffon­dersi su tutta l’intera superficie della Terra. La temperatura del loro sangue seguiva quella del­l’ambiente esterno. Quando era elevata, risultavano vivaci e combattivi; ma quando scendeva dive­nivano fiacchi e sonnolenti. E quanto avviene, sotto i nostri occhi, per le mosche; durante l’inverno il loro sangue è troppo freddo per consentire il normale funzionamento dei loro organi.
I tempi dell’evoluzione programmata erano or­mai maturi per l’avvento di animali completamen­te nuovi, in grado di vivere normalmente durante tutte le stagioni dell’anno, e di diffondersi su tutte le terre emerse, comprese le zone artiche: animali con il sangue a temperatura costante, indipenden­te da quella dell’ambiente, e necessariamente mol­to più complessi.
È quanto avvenne con la comparsa dei primi mam­miferi e dei primi uccelli. Il loro sangue rimaneva caldo anche quando la temperatura esterna scendeva sotto lo zero, ciò che consentiva loro di essere pronti al combattimento, mentre i giganteschi dinosauri gia­cevano a terra, privi di forze, in uno stato di torpore. Con quel vantaggio, ben presto furono i nuovi arriva­ti a signoreggiare sulla Terra.
Oggi noi vediamo la volpe artica, dalla bianca pelliccia, sopportare tranquillamente i 50 gradi sotto lo zero, nella desolata tundra subpolare. A quella temperatura tanto bassa, il suo sangue è a 34 gradi, con uno sbalzo dunque di ben 84 gradi.
Vediamo anche l’asino del deserto riuscire a sopportare i 50 gradi sopra lo zero, mentre la temperatura del suo sangue raggiunge al massimo i 42 gradi.
Il nostro corpo può vivere a temperature assai diverse, tanto nelle zone tropicali quanto in quelle artiche. La temperatura del sangue è, però, sem­pre compresa tra i 35,8 e i 37,2 gradi.
Ma vivere con il sangue caldo è più difficile di quanto non sia vivere con quello freddo. Per l’uo­mo, la morte interviene non appena il suo sangue scende alla temperatura di 34,5 gradi, oppure rag­giunge quella di 41,8 gradi. Più o meno è quanto accade anche agli altri mammiferi e agli uccelli.
È per questa ragione che i viventi a sangue cal­do sono molto più complessi di quelli a sangue freddo. Devono essere provvisti di un efficientissimo sistema di controllo automatico, in grado di provvedere affinchè il loro sangue non segua le variazioni della temperatura esterna.
Quel controllo viene denominato, con termine antiquato, meccanismo automatico di termoregola­zione. In parte è situato nell’ipotalamo, quella zo­na del cervello che si trova sotto la formazione re­ticolare. Consiste in due centri distinti. Uno di es­si sorveglia gli eventuali aumenti di temperatura, l’altro controlla le possibili diminuzioni. Sono dei dispositivi raffinatissimi, il funzionamento dei qua­li è ancora quasi del tutto sconosciuto.
La temperatura del sangue è sorvegliata anche da altri centri, parte dei quali è sistemata nella ghiandola tiroide, e parte nella midollare delle ghiandole surrenali. Anche di essi non si sa quasi nulla.
In modo simile ai dispositivi elettronici di guida spaziale, quei centri termoregolatori diffondono ordini sotto forma di impulsi nervosi. In più, utilizzano alcune sostanze-messaggio che immettono nel sangue gli ormoni, in modo da poter tenere sotto il loro controllo tutto l’organismo, in qualun­que situazione termica si trovi.
È una organizzazione superlativa dell’immenso sistema biologico, costituito da qualsiasi vivente a sangue caldo.
Un elefante può aver caldo alla temperatura esterna in cui un piccolissimo colibrì, l’uccello mosca, può tremare dal freddo. Più piccolo è l’a­nimale, più rapido deve essere il suo metabolismo, ossia più alta la capacità del suo corpo di produr­re calore. Con il metabolismo di un colibrì, un elefante arrostirebbe. L’elefante ha molto volume rispetto alla sua superficie esterna, per cui perde poco calore. Il colibrì, invece, perde calore molto facilmente.
Occorrono centri termoregolatori diversi, in ac­cordo con le diverse necessità dell’animale, per cui ogni specie ha i propri centri, esattamente adegua­ti al proprio metabolismo.
Gli animali a sangue freddo non avevano pelliccia o piumaggio. Gli uccelli vennero dotati di piu­me e di penne. I mammiferi vennero dotati di pel­liccia. Alcuni vennero protetti con un abbondante strato di adipe sotto la pelle.
Ma c’era da risolvere anche il problema oppo­sto, quello di difenderli dal calore eccessivo. Oc­correva diminuire il metabolismo e utilizzare il sangue come dispersore del calore, tramite la va­sodilatazione, in modo da farlo affluire abbondan­temente verso la parte esterna, epidermica, dell’or­ganismo.
Ma con un metabolismo molto maggiore di quello degli animali a sangue freddo, era necessa­rio alimentare gli organi molto più intensamente, soprattutto di ossigeno. Occorreva un sangue nuo­vo. Mentre il sangue dei pesci e dei rettili può tra­sportare appena 9 ml di ossigeno per ogni 100 ml di sangue, quello dei mammiferi ne trasporta 25 millilitri.
Però, per rifornire di tanto ossigeno il sangue, le branchie e le trachee non risultarono più suffi­cienti. Furono necessari polmoni ampi ed efficientissimi, provvisti di centinaia di milioni di alveoli, collegati a bronchioli e ricoperti di una rete di ca­pillari sanguigni.
Le accelerate reazioni chimiche consentirono ai nuovi animali di vivere più intensamente e più ra­pidamente. Ma i mammiferi e gli uccelli furono costretti a riservare una cura molto maggiore ai lo­ro piccoli. Per i primi, venne utilizzata la placenta, un organo in cui l’embrione in via di sviluppo è completamente protetto, e che può assorbire il materiale nutritizio e l’ossigeno del sistema circo­latorio materno, ed entro il quale può scaricare i prodotti di rifiuto. La riproduzione risultò molto più efficiente di quella delle uova abbandonate nell’acqua o sul terreno. I piccoli poterono venire alla luce in uno stadio avanzato di sviluppo, e riu­scire più facilmente ad inserirsi nella vita.
I nuovi arrivati si distinsero dai vecchi per una altra importante caratteristica: quella del maggior sviluppo ponderale e strutturale del loro cervello.

.

Gli uomini derivano dai rettili?

Che cosa dicono i propagandisti del materialismo ateo a proposito di questo nuovo straordina­rio aspetto dell’evoluzione biologica?
«Forse 100 milioni di anni or sono», è quanto affermano, «prima che si verificasse un importante mutamento climatico, allo scopo di poter soprav­vivere, alcuni rettili primitivi cercarono di inventa­re uno speciale dispositivo di controllo termo­chimico, per mantenere costante la temperatura del loro sangue. Tutti gli stratagemmi escogitati, meno uno, fallirono. Un ordine di rettili, quello dei Teraspidi, riuscì a risolvere quel problema, tremendamente arduo. Da essi si svilupparono tut­ti gli uccelli e tutti i mammiferi attuali, compreso l’uomo».
Niente programmazione predisposta in antici­po dunque, ma solo la straordinaria “intelligenza” dei Teraspidi, e questo senza la benché minima acquisizione scientifica, senza neppure una qualche ipotesi ragionevole, basandosi soltanto sulla fan­tasia.
Oggi viviamo nell’era spaziale. Quando l’enor­me vettore con in cima l’astronave, parte dalla rampa di lancio, acquista rapidamente velocità sempre maggiori, entro un brevissimo tratto di tempo, quello di 190 secondi. Mentre il corpo de­gli astronauti “va su”, con accelerazioni sempre crescenti, prima di 4,5 e 6 g. e poi, per pochi istanti, 7, 8, 9, e 10 g., il loro sangue “va giù”. Il cuore batte più rapidamente, il respiro diventa af­fannoso, vedono grigio-scuro e per qualche istante nero. Sono lungamente allenati, per un anno inte­ro, per poter sopportare le terribili forze “g” della partenza e del rientro.
Sarebbe necessario un nuovo corpo umano, adatto per la totale conquista dello spazio. Do­vrebbe avere un altro sistema circolatorio, altri polmoni, altri centri di controllo. Risulterebbe completamente diverso dal nostro. Dovrebbe sop­portare con tranquillità qualsiasi accelerazione e vivere nello spazio vuoto senza nessuna particolare protezione. Non lo possiamo neppure immaginare. Eppure nelle scuole si insegna tranquillamente che i rettili Teraspidi, con il loro minuscolo cervello, inferiore a quello di una gallina dei giorni nostri, riuscirono a risolvere il problema del sangue caldo e della termoregolazione, senza disporre neppure di un termometro…
Si fa della scienza quando si utilizzano elementi precisi, corrispondenti alla realtà dei fatti, e non quando si deformano quei fatti per poi escogitare favole, al solo scopo di raggiungere determinate conclusioni, le quali poi si riducono ad una sola: sostenere ad oltranza, senza timore del ridicolo, il materialismo marxista. Spiegare, ad esempio, la comparsa casuale dei Vertebrati da qualche grup­po di Invertebrati come quella della comparsa de­gli Uccelli e dei Mammiferi dai Rettili, senza po­stulare una progettata programmazione registrata sui nastri DNA, è un’eresia scientifica, una ciarla­taneria.
Dovrebbe essere ben evidente a tutti che un grattacielo non può sorgere, nel centro cittadino, al posto di un gruppo di vecchie casette, utilizzan­do il progetto di quelle casette. Se non altro, si dovrebbe tener conto degli ascensori… Un supple­mento di progetto è indispensabile, non solo ine­rente all’edificio, ma anche ai suoi impianti di tra­sporto, di luce, riscaldamento, di telefono e di te­levisione. Ma un progetto o anche soltanto un supplemento di progetto, implica l’idea di un Creatore, quindi niente progetto e niente progres­so organizzato del progetto.
Non conta per nulla la veridicità dei fatti, tutto viene puntato su quella che si vuole sia la conclu­sione finale. Si offrono solo idee strumentalizzate, condizionate. Se la Natura non si adegua al mate­rialismo marxista, peggio per la Natura… In Rus­sia, il materialismo viene insegnato sin dalla prima classe elementare, quindi per dodici anni di segui­to. A 18 anni, il giovane è libero di scegliere: esse­re ateo o credente. Ma sino a 18 anni non gli si deve insegnare nulla di religione, e non deve en­trare in chiesa.
Sarebbe doveroso e onesto fare attenzione di at­tenersi alla prove sicure, ai dati di fatto emersi dalle ricerche, ed evitare di gonfiare arbitraria­mente quei dati e quei fatti, sino al punto di im­porre idee del tutto estranee alla Scienza, ricorren­do alla gherminella di presentarle in nome della Scienza. Si è compiuto il reato di fanatizzare centi­naia di milioni di esseri umani, ed ora si è costret­ti a lasciare che l’immensa valanga scenda a valle, non essendo possibile modificarne il corso, per adeguarlo alle nuove conquiste della Scienza.
Il filosofo tedesco Adorno, nel suo libro Dialettica dell’Illuminismo, ha scritto: «L’Illuminismo, in senso lato, da dominio della ragione sulla Natu­ra, si è rovesciato in dominio sugli uomini. Sem­pre autoritarismo, fede cieca in quanto viene affer­mato ma non provato, sempre costrizione». Cinquant’anni prima, un altro filosofo tedesco, Federico Nietzsche, uno dei padri dell’ateismo moder­no, aveva affermato: «All’uomo di scienza può ac­cadere di lasciarsi ingannare da miraggi meravi­gliosi, dalla potenza affascinante dell’illusione, e credere di aver raggiunto la soluzione di tutti i mi­steri della vita. È allora che il deserto lo inghiotte, ed egli è morto per la scienza».
Il deserto inghiotte, allo stesso modo, anche immense moltitudini di fanatizzati. Fanatizzati con delle baggianate…
.

Il materialismo metodologico è necessario

Non si fa della Scienza ricorrendo ad interventi extranaturali, soprannaturali o comunque trascen­denti, per spiegare un fenomeno naturale qualsiasi, evidente o misterioso. Tutto ciò che non è an­cora chiarito, nella Natura, verrà chiarito in avve­nire.
Il grande matematico francese H. Poincaré scrisse, già nel lontano 1905: «Lungo le frontiere della Scienza ondeggia il mistero, e più queste frontiere saranno allontanate più diverranno este­se». Da allora, le frontiere della Scienza sono immensamente aumentate, ma il mistero non è au­mentato in proporzione. Il segreto della vita, ad esempio, è ormai in gran parte svelato, grazie alla scoperta del DNA e dei RNA. Nei secoli avvenire è possibile che le frontiere non abbiano ad au­mentare molto, mentre il mistero che oggi ondeg­gia intorno ad esse è indubbiamente destinato a scomparire.
Il cammino della Scienza è verso la conquista totale della Natura. Quel cammino impone alla Scienza il materialismo metodologico. Lo scienzia­to deve essere materialista, diversamente non è scienziato, è un visionario.
Ma il monaco contemplativo, che nella solitudi­ne del suo convento appronta formaggio per la comunità, deve anch’egli essere materialista, quan­do lavora. E’ un uomo spirituale che compie un lavoro materiale, quindi momentaneamente materia­lista. Non avviene mai, però, che il monaco contemplativo si lasci talmente assorbire dal suo lavo­ro da perdere la propria vita spirituale e divenire un fanatizzato del materialismo.
Lo scienziato si trova in una situazione diversa. Può lasciarsi assorbire dalla materia sino ad affo­gare in essa, e non vedere altro. 
È un pericolo grave, tanto più che lo scienziato vero si appassio­na alle proprie ricerche, limitandole entro un cam­po ristrettissimo, tanto da perdere il contatto con il resto del mondo. Se non fa molta attenzione, fi­nisce per vedere tutto da un punto di vista estre­mamente limitato. Quando ciò avviene, assume un atteggiamento penoso rispetto ai cultori delle Scienze affini, e più ancora di fronte ai filosofi. La sua visione del mondo risulta afflosciata in un solo punto. Ma è allora che riesce tremendamente peri­coloso per le masse ignare. Perché quell’unico punto è la materia, una certa parte estremamente piccola della materia, la quale però pervade ogni suo pensiero, ogni sua idea, ogni sua affermazio­ne. Può venire insignito del premio Nobel, e allo­ra il danno che ne subisce l’Umanità è ancora peggiore. Diventa un centro di diffusione mondia­le di epidemia intellettuale.

.

Messaggeri di vita

Come già accennato alla fine del capitolo primo, il 2 maggio 1972 partì da Cape Kennedy, in Florida il veicolo spaziale automatico Pioneer-10, destinato ad inoltrarsi nel Cosmo, oltre il Sistema Solare, dopo circa 12 anni di navigazione. È ali­mentato da una batteria nucleare; pesa 259 chilo­grammi. Porta una targa di alluminio dorato, di 15 x 23 centimetri, con un messaggio diretto all’eventuale avanzata civiltà extraterrestre, a cui dovesse giungere.
Il messaggio consiste in un disegno, non esisten­do un linguaggio universale. È stato approntato da due astronauti americani, Cari Sagan e Frank Drake. È un po’ come una bottiglia lanciata in mare, nella speranza che qualcuno la raccolga.
Che cosa dire a degli extraterrestri? Il disegno consiste di due sagome di esseri umani, un uomo e una donna, e del Pioneer-10, in modo da dar una idea della nostra statura. È indicato il Sistema Solare, e la traiettoria iniziale del veicolo, con par­tenza dal terzo pianeta. C’è il simbolo dell’atomo idrogeno e vi sono dieci raggi, corrispondenti ad altrettante stelle pulsar, quelle che irradiano segnali radio. È indicata la loro frequenza.
Possiamo immaginare che riesca davvero ad at­terrare su un lontanissimo pianeta, abitato da esse­ri intelligenti, sia pure molto diversi da noi, e do­tati di un sufficiente grado di cultura. Esaminata la sonda, costatata la presenza dell’elaboratore elettronico con il nastro magnetico preregistrato, notata l’apparecchiatura di comando e di guida, interpretato più o meno il messaggio, non dovreb­bero aver dubbi circa la provenienza.
Dovrebbero pensare a noi, ad esseri intelligenti, in vita su un altro pianeta, per quanto estremamente lontani da loro, e forse esultare costatando di essere meno soli nell’universo.
Anche a noi è giunta una “sonda”, dopo una lunghissima corsa attraverso l’abisso dei tempi, dopo aver viaggiato per oltre due miliardi di anni. L’abbiamo vista per la prima volta sullo schermo fluorescente del super-microscopio elettronico. È la primigenia alga microscopica che ancora vive e costituisce la parte principale del fitoplancton dei mari e degli oceani. Siamo rimasti sbalorditi e am­mirati al cospetto della inverosimile organizzazione delle sue apparecchiature, sgomenti per la scoper­ta del messaggio trascritto in codice sul suo lun­ghissimo nastro DNA.
Da dove può essere partita questa “sonda”?
Soltanto una «base bioterrestre di costruzione e di lancio» può averla approntata e quindi lanciata a grande velocità nel tempo. Non possiamo imma­ginarla e di essa non possiamo trovare alcuna trac­cia. Ma esistono tracce del cantiere che ha innal­zato un grattacielo? Una volta iniziata l’Era della vita, quella “base” divenne inutile, scomparve. Ul­timata l’evoluzione chimica, “esplose” quella bio­logica.
E il messaggio? Noi abbiamo inserito quel bre­ve messaggio nella sonda interplanetaria che ab­biamo lanciato negli abissi del Cosmo, nella spe­ranza che possa giungere ad altri esseri intelligenti, viventi in qualche remota plaga dell’Universo. Lo abbiamo inserito affinchè qualcuno, nel Cosmo immenso, volga il suo pensiero a noi, soltanto il pensiero, nient’altro. Noi non potremo mai saper niente di loro, e loro non potranno mai sapere nulla di noi. Abbiamo inviato quel messaggio a degli inconoscibili, in omaggio alla comune intelli­genza.
La “sonda” che ci è giunta dopo aver valicato miliardi di anni, e che abbiamo visto sullo scher­mo del super-microscopio, è forse senza alcun messaggio? Quello contenuto nel lunghissimo na­stro DNA, trascritto minutamente in codice, ri­guarda l’essere vivente che lo contiene. Non è di­retto a noi.
Quel messaggio ci è giunto separatamente, già migliaia di anni or sono. È contenuto nelle prime pagine della Bibbia. Dice: 

«Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò».

L’uomo, immagine vivente della Divinità Creatrice, è la più sublime di tutte le creature visibili, il solo che possa intendere le parole: «Io sono Co­lui che sono; l’Onnipotente Signore Iddio tuo».
La Bibbia indica la provenienza della Creazione, la Scienza va lentamente scoprendo come essa sia avvenuta.

.

Perché per prima la luce?

La Bibbia assegna alla luce, e soltanto ad essa, il primo giorno della Creazione. Non furono po­chi coloro che, con Voltaire alla testa, sghignazza­rono per quella misteriosa primogenitura. Non sa­rebbe stato molto più semplice e logico attribuire quel primo giorno al Sole e alle Stelle?
E invece la Scienza d’oggi afferma che la luce è alla base di tutto, non soltanto della vita, come ac­cennato nel capitolo 2, ma addirittura dell’intero Universo. È questa una delle più alte conquiste della conoscenza umana.
Dopo 42 anni di esperimenti, il prof. Albert Michelson riuscì a misurare esattamente la velocità della luce: 299.796 chilometri al secondo. Poi, in­sieme con il suo collega Morley, cercò di sommare la velocità di corsa della Terra nello spazio con quella della luce. Costruì uno strumento apposito, l’interferometro. Ma il risultato fu sconcertante: quella somma risultò impossibile.
L’esperimento venne ripetuto da altri scienziati, in tutti i Continenti, sotto tutte le latitudini, in ogni stagione dell’anno. Risultò sempre impossibi­le sommare quelle due velocità.
Albert Einstein elaborò la sua teoria della relatività. La velocità della luce è la sola costante dell’intero Universo. Se un corpo qualsiasi venisse lanciato nello spazio alla velocità della luce, esso si assottiglierebbe tanto da ridursi a nulla. La diffi­denza che può sorgere di fronte ad affermazioni di questo genere va attenuata, tenendo conto che idee sembrate assurde quattro o cinque secoli or sono, appartengono oggi alla cultura generale e non sorprendono più nessuno.
Per gli atomi avviene la stessa cosa: la velocità di rotazione delle particelle che li costituiscono è in rapporto con quella della luce. Tutto ciò che esiste nell’Universo è in relazione con la lunghezza d’onda della luce. La nostra statura è in, rapporto a quella lunghezza.
La vita può esistere soltanto se alimentata dall’energia della luce; l’Universo ha per base la costante conseguente alla velocità della luce.
Alla base di tutto, del grande Tutto, vi è l'”idea” della luce. La Bibbia non poteva far intuire tutto ciò agli uomini di ogni tempo, se non affermando che la Creazione ebbe inizio con la luce.
Oggi, dopo tante faticose conquiste della Scienza, possiamo finalmente scorgere qualche cosa dello splendore immenso del Fiat Lux iniziale.

.

Unità

C’è una sola luce nell’Universo, mentre le stelle sono innumerevoli, e c’è una sola vita sulla Terra, mentre le specie viventi sono numerosissime.
La luce si diffonde nello spazio a velocità costante. Quella di una lontana Nebulosa giunge a noi dopo alcuni milioni di anni, mentre quella del Sole ci giunge dopo alcuni minuti. Ed è la stessa.
La vita si diffonde nel tempo; è giunta a noi va­licando secoli e millenni, dalle solitarie alghe marine primigenie alle foreste equatoriali dei giorni nostri, dal primo trilobite all’odierno homo sapiens.
La luce bianca è l’insieme di innumerevoli raggi multicolori, da quelli che ci appaiono rossi o gialli a quelli che vediamo verdi o violetti. Ma la natura ondulatoria della luce è una sola, in un’amplissima gamma di frequenze.
La vita sulla Terra è l’insieme di numerosissime creature diverse, in una straordinaria varietà di aspetti morfologici, dal filo d’erba alla sequoia, dal vermiciattolo all’aquila. Ma la natura biochimica della vita è una sola, in un’amplissima gamma di manifestazioni organiche.
La luce proviene da un’unica energia, quella contenuta nell’atomo di idrogeno; la vita proviene da un’unica energia, quella della cellula vivente. La luce del Sole alimenta e vivifica la cellula. Luce e vita sono unite in modo sorprendente: la luce in alto, la vita in basso.
Come l’atomo di idrogeno è lo stesso per tutti gli astri del Cosmo, così la cellula vivente è la stes­sa per tutte le creature della Terra.
Noi uomini d’oggi siamo testimoni dell’ordine dinamico nel Cosmo, e della programmazione del­la vita sul nostro pianeta, registrata sui nastri DNA, messa in atto dagli RNA. Ora DNA e RNA sono gli stessi per tutti i viventi passati, presenti e futuri.
La scoperta dell’unica base delle stelle in Cielo e delle creature sulla Terra ci ha riempito di mera­viglia e di ammirazione. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, siamo divenuti coscienti che vi è una sola organizzazione, alla quale tutto ap­partiene, dalle Galassie a noi stessi. È un’unica bellezza.
Possiamo dare un nome a quella suprema orga­nizzazione? Lo possiamo. Quell’unica organizza­zione, alla quale appartiene tanto ciò che splende in cielo quanto ciò che vive sulla terra, è la Crea­zione.
Da dove viene?
Dall’Intelligenza suprema di Colui che è splendente e vivente, potenza e amore.

Spunta il germoglio dal piccolo seme nascosto nella terra umida e va subito diritto verso l’alto, verso la luce. Non rimane incerto, non tentenna, non dubita. Si insinua a fatica nella terra, consumando la forza vitale racchiusa nel seme e va verso l’alto, verso la luce, verso la Vita…

.

_______________
Il soprastante scritto è un capitolo del saggio “La creazione non è una favola“ di Domenico Ravalico
Capitoli:
  1. La Creazione non è una favola (prefazione)
  2. Una inaspettata sfida all’intelligenza umana
  3. Nuovi prodigi della natura
  4. Tutti i viventi sono programmati in codice
  5. Dagli atomi al primo vivente
  6. Maschi e femmine li creò
  7. Il caso cieco inventa l’occhio
  8. Ci è giunto un messaggio