Il mito ci racconta che, ai piedi dell’Etna, in un parco naturale ricco di incanti, c’era il rifugio della dea VenereIn questo parco scorreva il fiume Akesines che, negli scritti di Tucidide e di Plinio il Vecchio, veniva chiamato Akesines Potamos, mentre i nomi latini erano “Assinus o Assinos” e “Onobala”.

Per la dea della bellezza, Vulcano, il Dio del fuoco, aveva riscaldato le acque della «vasca» naturale ove l’amata soleva bagnarsi. Siamo proprio nel fiume che gli arabi hanno chiamato Al qantar (il ponte), oggi Alcantara, che sgorga dai Monti Nebrodi e scorre in questo “giardino” incantato della Sicilia nord orientale sino a gettarsi nel mar Ionio.
Venere approfittò dell’incantevole luogo per tradire il consorte. Scoperta la scappatella della Dea, Vulcano ne raggelò l’alcova ma Venere reagì elargendo, agli umani, un dono: chi sfida le acque gelide in nome dell’amore ritrova la virilità perduta o riacquista la verginità.  

Non stiamo a verificare il perdurare del dono anche perché un’altra fonte ci porta una diversa versione mitologica che ci viene raccontata da un’antica e affascinante “leggenda”, che tuttora si narra.    

Un tempo, il fiume Alcantara, scorreva placido in un letto tranquillo e rendeva fertile la valle. Gli uomini però erano malvagi: si danneggiavano tra loro e non rispettavano la natura. Nella valle vivevano due fratelli che coltivavano insieme un campo di grano. Uno dei due era cieco. Al momento di dividere il raccolto, il contadino vedente, spinto dalla malvagità, riservò gran parte del raccolto per sé e la poca restante la donò al fratello. Un’aquila che volava sopra il loro campo vide e riferì tutto agli Dei, che scagliarono un fulmine contro l’imbroglione, uccidendolo.

Il fulmine colpì anche il mucchio di grano ingiustamente accumulato, che, si trasformò allora in una montagna di terra rossa, dalla quale, sbuffando, uscì un fiume di lava che arrivò fino al mare creando le splendide gole che oggi possiamo ammirare.