Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Un excursus sul… succo d’uva: “IL VINO MUSICALE”

IL VINO MUSICALE

 

Guido Reni – Bacco

Nell’antica Grecia il “brindisi” è quasi un’istituzione; più volte si brinda

nell’Iliade fra le armi e sotto le tende e nell’Odissea nella corte più che linda

della reggia d’Alcinoo e poi si brinderà nei simposi. Lo si fa anche per augurar

salute, per onorar gli Dei, per esprimere sentimenti amorosi, per Dioniso celebrar;

nei banchetti romani si brinda ai pueri, alle fanciulle e agli amici e infin a teatro,

nelle commedie e nei drammi satireschi. In effetti fin dai tempi dell’aratro,

con cui fu fondata Roma, era di moda il brindisi “ad numerum”, ossia

il nome del destinatario del brindisi, come recita un epigramma di Marziale.

Carmina Burana – La ruota della fortuna

Nel Medioevo il “Carmina Burana” non è altro che un brindisi musicale

goliardico, in latino o in allemanno, con lodi al vino e inviti a trincare;

ma se l’usanza del brindisi è molto antica il nome sembra arrivare

nella nostra lingua coi Lanzichenecchi, terribili mercenari che fecer scacco matto;

monsignor Giovanni della Casa, l’autore del celebre “Galateo”, condannava

senza appello il brindisi, usanza riprovevole straniera di nome e di fatto:

“brindisi” deriva dall’espressione tedesca “(ich) bringdir “l’offro a te” (s’usava

il bicchiere) anche se tanti dicono che quando nell’Impero si salpava per l’Oriente

dal porto di Brindisi (da qui il sostantivo) si beveva alla salute del partente!

Nel Rinascimento vengono scoperte e tradotte dal greco le “Anacreontiche”;

rinasce il ditirambo, come visto in precedenza, il verso greco all’usanze antiche

e al culto di Dioniso e i brindisi diventano canzoni musicate in cui scorre il vino

musicale che i grandi poeti della Pleiade s’inebriano e cantano in modo divino:

ormai il matrimonio vino e musica è celebrato e sembra ben funzionare.

Nicholas Poussin – Una danza alla musica del tempo, 1640, Wallace Collection

In Italia il poeta Chiabrera compone le vendemmie del Parnaso mentre a musicare

arriva il grande Monteverdi: è la nascita dei brindisi operistici in tutta Europa

anche se la celebrazione musicata dal vino vien nel 1760 con Vivaldi che inserisce

brindisi nelle sue opere: i librettisti s’ispirano a motivi classici, il vino non ferisce

ma è balsamo, nettar d’omerica memoria, le coppe diventan tazze lavate con scopa

“Si beva, si danzi, si canti,

si mostri la gioia nel cor.

D’ambrosia o nettare, tazze si vuotino,

dal padre Nomio a giusto onor.

O succo amabile, tu ricrei l’anima,

tu sei il balsamo, vital al cor”.

da Dorilla di Antonio Vivaldi clericale

In Inghilterra Thomas Agustin Arne, il compositore dell’inno nazionale

inglese “God save the King”, compone un inno di stato a Bacco

e nello stesso periodo a Londra il poeta per musica Paolo Rolli, perbacco,

il precettore dei figli del re Giorgio II, diffonde i classici italiani, è scacco,

e il melodramma, componendo libretti per il grande Handel musicista

e deliziose canzonette-brindisi che vengon musicate con il cuor in bellavista.

Peder Severin Krøyer – Il brindisi

Il fortunato ruolo del vino emerge prepotentemente nelle opere rossiniane

con la gioia del brindisi in compagnia e con la possibilità d’affogare

con il nettare di Bacco i cattivi pensieri delle anime umane

sul proprio presente e futuro. Analogamente Donizetti si prestò ad approntare

questi temi nella “Lucrezia Borgia” con brindisi e vino per rivolgere

lo sguardo della mente lontano dal “pensier del futuro” a svolgere.

Nelle sue opere Giuseppe Verdi, invero, matura la dimensione del brindisi dei vini

gradualmente: i germi della riflessione sul vino che in Gaetano Donizetti e Rossini

ritrovavamo vengono ora, seppur progressivamente portati ad una raffinatezza

esistenziale particolare che, combinandosi a celebri melodie, con soave dolcezza,

ha contribuito a render Verdi il compositore “nazionalpopolare” per antonomasia.

Le sue musiche son diventate un tassello irrinunciabile, in maniera di tabula rasa,

e prezioso della letteratura musicale italiana. Con l’ ‘Ernani’ il maestro di Busseto

s’accostava per la prima volta al mondo letterario, in modo semplice senza veto,

di V. Hugo grazie alla mediazione del librettista Francesco Maria Piave.Con scelta

che contrassegnerà anche il Verdi più adulto, il maestro inserisce in maniera svelta

all’introduzione dell’opera il primo coro intitolato “Allegri! Beviam!” eseguito

dai banditi che affiancano Ernani-Don Giovanni d’Aragona, ed è proprio un mito,

nella sua rivolta contro il potere del re, il futuro Carlo V. La vita dei briganti

è dura e difficile, povera di quei piaceri dei quali gode chi vive senza pianti

e in manier tranquilla: per questo motivo i banditi cercano la sana felicità

nel vino cantando “nel vino cerchiamo almeno il piacer” e in tal modo là per là

ancora “che resta al bandito da tutti sfuggito se manca il bicchiere?”

Se questi sono i versi d’apertura dell’opera risalta chiaro che il mestiere

e il ruolo del vino assume un’importanza maggiore d’una semplice bevuta infinita,

strumento di divertimento per volgere gli occhi altrove e non pensare alla vita.

La subdola malizia di Lady Macbeth, nell’omonima opera del 1847, sa sfruttare

il brindisi per nascondere il delitto di Banco che lei stessa, peggio d’una commare,

ha fortemente voluto incitando al mal il marito: ella è convinta che l’oblio nel vino

farà dimenticare gli orrori compiuti; e per questo motivo non divino

a tavola inneggia: “Si colmi il calice di vino eletto, nasca il diletto,

muoia il dolor”. “Gustiamo il balsamo” quand’ella esclama senza difetto

“d’ogni ferita che nuova vita ridona il cuor” il lettor pensa

alle ferite di Banco e al cadavere di questo che, pur morto, tornerà come lenza

ben presto a perseguitar il suo assassino mentre Lady Macbeth morirà

pazza e sopraffatta dal rimorso: nelle parole della signora di Scozia là per là

dunque emerge la doppia verità, ossia quella di gridare a tavola

e quella di nascondere con cura, tutto ciò è vero e non è una favola!

Strasburgo, Opéra National du Rhin, Catherine Malfitano nel ruolo di Violetta (foto di: Claude TRUONG-NGOC  licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported)

La piena maturazione della tematica si avrà con la “Traviata” nella quale

il brindisi, posto all’inizio dell’opera, messo sulle labbra sia al coro che sale

che ai cantanti, assume valenza nell’interpretazione dei personaggi e fornisce

precise indicazioni di carattere morale. “Libiam ne’ lieti calici”: fiorisce

un brindisi in tempo di valzer destinato a riscuotere immenso successo

nel pubblico ancor oggi. La descrizione del piacere e a letizia si fondono in mezzo

alla storia d’amore di Violetta e Alfredo in un botta e risposta davanti

ai calici pieni e le parole marcano la fuggevolezza del tempo senza cuor affranti

“Libiam ne’ lieti calici che la bellezza infiora e la fuggevol ora s’inebria a voluttà”

mentre la seconda strofa, riservata a Violetta, fa emergere come in un oplà

ancor più chiaramente l’importanza del piacere e della gioia per fuggir gli affanni

del mondo oltre l’allusione al suo precario stato di salute anche se giovan d’anni.

“Tra voi saprò dividere il tempo mio giocondo; tutto è follia, follia nel mondo

ciò che non è piacer”: sempre in questa strofa Violetta sancisce in modo tondo

la sua visione sull’amore e sulle pene che questo porta a tutte l’ore

con due semplici versi “Godiam fugace e rapido è il gaudio dell’amore”.

Brindisi, amore, tempo che fugge: tutto è mescolato nel brindisi, con il coro,

più famoso della storia della musica. La stessa melodia si svolge come oro

in un crescendo continuo d’intensità che si conclude con il canto corale,

amplificatore di sensazione d’animo provocata dallo champagne che alla testa sale

Nuovo ruolo vien concesso al vino nell’ “Otello” (1887) di un Verdi ormai anziano

che ingegna una musica nuova, moderna, sul libretto d’Arrigo Boito: è Jago

a cantare il vino nel primo atto ma ciò non deve fare prendere la mano

ossia dimenticare i pensieri quanto piuttosto avvampare l’animo dello stesso Jago.

Nel brindisi “Innaffia l’ugola” egli duetta con il coro descrivendo questo ruolo

del vino “il mondo palpita quand’io son brillo! Sfido l’ironico nume (con fagiolo)

e il destin”: la funzione eccitativa del vin , nettare divino, pur essendo conosciuta

fin dalla’antichità, vien qui esaltata come strumento d’azione eccezionale non muta

Un’ ulteriore tappa del nostro viaggio sul vino tocca al livornese Pietro Mascagni

con “Cavalleria Rusticana” (1890), opera tratta dalla novella di Verga Giovanni.

La scena del brindisi, quasi alla fine dell’unico atto, è guidata da Turiddu il quale

festeggia nella piazza, appen conclusa la solenne messa pasquale. La parola è tale

che il giovin pesca elementi della tradizione: il vino da bere che è una freschezza,

come antitodo alla tristezza, la partecipazione dell’amante nella gioia dell’ebrezza,

la forza spumeggiante del nettar d’uva; anche il contesto verista ci allontana

dai salotti della”Traviata”, tuttavia la dinamica della felicità della festa (lontana)

con brindisi vuol esser la stessa. E credo che il medesimo autore si impegni

a renderla tale per studiare come il vino agisca ugualmente sull’uomo, come pegni,

sia esso nobile o contadino. I versi di Turiddu ci posson accompagnare con il vino

nell’approdo ottocentesco, “in vino veritas”, ricalcando il celebre detto latino,

massima sintesi di un percorso che evolve il ruolo del vino e perciò ne fa un degno

e autorevole protagonista della scena operistica italiana, insomma quasi un regno!

Musicisti d’elevata statura introducono pertanto nelle loro opere brindisi e di vin

il tripudio: Mozart, Rossini, Beethoven Donizzetti, Schubert. Famoso e al par divin

il brindisi della “Cavalleria Rusticana” di Mascagni, capolavoro del verismo

musicale italiano; Turiddu, l’amante della bella Lola, brinda e beve con lirismo:

Immagine tratta da: mam-e.it

“Viva il vino spumeggiante

nel bicchiere dell’amante…

Viva il vino che è sincero…”

E poi offre il calice a compare Alfio, il marito di Lola, che lo rifiuta:

“Grazie ma il vostro vino io non l’accetto…

diverrebbe veleno dentro il mio petto…”

Sempre nell’opera Turiddu, presagendo nel duello con Alfio della morte la puzza,

invita la madre, mamma Lucia, a far da genitrice alla giovine sedotta Santuzza:

“Mamma, mamma, quel vino generoso…

Troppi bicchier ne ho tracannato…

Vado fuori all’aperto…

Mamma, s’ io non tornassi…

Voi dovete fare da mamma a Santa..s’io non tornassi…”

quasi certo che nell’immediato duello da compare Alfio sarà scannato!

Ma è nelle opere di Verdi che risuonan più numerosi i brindisi in concerto

come nel Macbeth con queste parole che riecheggiano nell’aria partite dal cuor:

“Si colmi il calice di vino eletto,

nasca il diletto, muoia il dolor”

E’ celebre il brindisi della “Traviata, come visto, fatto da Alfredo rivolto a Violetta

e agli astanti partecipanti alla festa in casa di Dora con voce alta come una vetta:

“Libiam ne’ lieti calici che la bellezza infiora…

Libiam amor fra i calici… più caldi baci avrà

preludio alla famosa romanza “Croce e delizia” che la canta a ogni ora.

E anche nell’Otello risuona celebre il brindisi di Jago, impostore sopraffino:

“Qua ragazzi del vino!

Innaffia l’ugola trinca tracanna

prima che svampino canto e bicchier…

Questa del pampino verace nanna

di vaghe annuvola nebbie il pensier”

Il Falstaff ha per protagonista un beone che trascorre come pecorume

la giornata all’osteria della giarrettiera, in riva del Tamigi fiume:

“Versiamo un po’ di vino nell’acqua del Tamigi.

Buono. Ber del vino dolce e sbottonarsi al sole”

Tosca – immagine tratta da concertodautunno

E anche nella “Tosca” di Puccini dell’infido capo della polizia Scarpia la scena:

“E’ vin di Spagna…”

già bramando con il pensier la bella Flora Tosca presagendo…una cuccagna!

Infine, nella quinta opera di Giuseppe Verdi “Ernani”, i banditi

inneggiano al vino, fonte di piacere, uno dei coro più sentiti!

“Una stanza e del vino” chiede il duca al sicario. Gilda ascolta e patisce;

Rigoletto nascosto la vendetta prepara e il delitto ordisce.

Hoffman beve: ed in mezzo ai fumi dell’alcool nella taverna di mastro Lutero,

vive del vino gli incubi ne “I racconti” ed alla fine torna redento con pentimento sincero.

In Carmen, la protagonista offre la manznilla presso il bastion di Siviglia

mentre a Escamillo “fia caro” bere, e trattar coi militar da paro a paro”.

Boito al second’atto del Nerone fa ber nel tempio del mago Simone

“Siam ilari, si beva” poi, nella baraonda, tutto crolla e il tempio si sprofonda.

“Legna, sigari, Bordeaux” nel prim’atto di Boème canta tutti quanti insieme, poi Rodolfo dà a Mimì un goccino di buon vino.

Nel secondo, al tavolino, “Vin del Reno e vin da tavola” voglio tutti quanti ber e riempiono il bicchier.

Ne “La rondine” il Puccini fa inneggiare allo sciampagna,

son felici ma per poco durerà tale cuccagna.

“Il parigino è come il vino della vedova Cliqot”

dice Olga al vecchio russo che resisterle non può.

Mefistofele con magia spilla il vino dalla botticella nel Faust di Gunò

e fa la stessa cosa nella “Dannazione” che ha già scritto il Berliò.

“E’ Pasqua e troppo ne bevi” dice Turiddu in “Mala Pasqua” del Gastaldon a mamma Nunzia

ma con il Mascagni l’ebbe a vedere e, con sua pace, al successo poi rinunzia.

In musica “La cena delle beffe” mise un bel dì il Giordano

“E chi non beve con me, peste lo colga”, canta il tenor a tutto spiano.

Il baritono cattivo cantò: “Versate il porto” nel second’atto del Guaray:

fè il brindisi tracotante ma quando si arrivò al dunque male assai gli finì.

“Il biondo vin che spuma mi mette l’estasi nel cuor” canta la bella Duchessa

che al tabarin ritorna: diceva di cambiare ma è sempre la stessa.

Ne “La contessa Maritza” un buon bicchiere di tokai non manca proprio mai!

“A te per prima levo il bicchier, Genova! Madre mia, superba e gran città!”

Ti canta il Paganini nell’operetta del Lehàr al massimo della felicità!

Ne “La Perchole” il vino scorre a fiumi: c’è una gran scena

e son tutti ubriachi e cantano a voce piena.

Il Chianti la fa da padrone ne “L’acqua cheta”:

lo bevon babbo e Stinchi e tutti quanti allieta.

La bella Crapotte ne “La città rosa” tra spumanti e champagne

Insegna il charleston alle belle compagne.

Nel “Cappello di paglia” di Rota il suocero lo ammette:

“Sono un po’ brilli…lo sono anch’io.

Poi tutti rischiano d’avere le manette

per un disguido e poi li salva il buon Dio.

Gruppo di artisti che brindano fotografato (ante 1870) da Michele Mang

Il vino divorzierà anche dall’operetta (“Acqua cheta” “Città rosa” “Pipistrello”)

e nel 900 entrerà con simpatia nel mondo della musica leggera come menestrello

con tante, innumerevoli canzoni, con melodie che la musica ammantava:

Come una coppa di champagne nel tabarin cantava;

erano gli anni venti, e Franzi le lacrime strappava,

rompeva poi la coppaa, scappava fuor di scena

e il pubblico impazziva per la sua grande pena.

La vita è bella assai, beato chi conobbe la felicità che non conobbi mai:

perciò “io bevo tanto” diceva la canzone

e allegramente canto seppure ho il magone!

E Romolo Corona cantore per bambini

coi “Fumi di champagna!” faceva gran quattrini.

“Vino, Vino”! Vino vino e baci ancor ti canta Carosone,

lo incide sui suoi dischi: ne venderà a milioni!

“Maramao perché sei morto? Pan e vin non ti mancava…”

“Si passa la sera scolando barbera” (Gaber)

“Amici, amici non andate via…bevete con me un altro bicchiere,

…stasera pago io” (Modugno)

“Barbera e champagne stasera brindiam” (Di Capri)

“Champagne…per brindare a un incontro” (Di Capri)

“Marcellino pane e vino” (film ispano con canzone omonima)

E poi l’accenno al vino non manca anche nelle canzoni dialettali o negli stornelli

specie in quelle romanesche come nella “Società dei Magnaccioni” dei tempi belli:

“A noi ce piace de magnà e beve

e nun ce piace de lavorà…

Portace ‘n’antro litro che noi se lo bevemo…

E poi jarisponnemo: “Embè, embè che c’è?”

o nella “Gita ai Castelli” che canticchiava mio papà Arturo a mamma Anna:

“Lo vedi, ecco Marino, la sagra c’è dell’uva,

fontane che danno vino…quant’ abbondanza c’è!

S’ annamo a mette lì… Nannì, Nannì!”

E infine quelle in dialetto napoletano che alludono all’ebrezza non di vino:

“Me so’ mbriacato ‘e sole, me so’ ‘mbriacato ‘e mare…

Me so’ ‘mbriacato ‘e te…”

“Songo sempre ‘mbriaco e nun bevo mai vino” (Passione)

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Sandro Boccia

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NOTA

Navigando… ho trovato, dello stesso autore, un libro dal titolo Il vino tra arte eros e filosofia e l’ho scaricato per poterlo offrire ai lettori di questo sito.
Sse volete, potete scaricare il relativo pdf  cliccando qui.

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Dello stesso autore, vedi anche:

 

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