Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Ulisse nell’Odissea: l’eroe paziente

di Sandro Boccia

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ULISSE NELL’ODISSEA
L’EROE PAZIENTE

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L’Iliade è storia di una passione, quella più terribile e irrefrenabile: l’ira!

L’Odissea, di converso, racconta di un eroe capace di controllare

le proprie passioni e di sopportare il dolore, in preda, lettore caro mira,

a mille correnti marine che combatte derive e naufragi nel mare,

e che ogni volta ricerca paziente la via d’Itaca a fronte

di una serena immortalità offertagli dalla ninfa Calipso in Ogigia:

la risposta d’Ulisse è la piena accettazione della propria identità a monte,

stabilita dalla sua natura umana e memoria collettiva, non grigia.

Le onde, la guerra e le tante avversità: i luoghi eroici della sopportazione!

Ulisse amplia l’orizzonte idilliaco della sua capacità eroica di soffrire

arricchendo con strategie e resistenze la passiva dimensione

di fedeltà a un progetto del ritorno e di realizzazione di astuzia o di morire:

la sopportazione nasce dal riconoscimento dell’impossibilità dell’agir e diviene

attesa del momento opportuno per ottener il proprio scopo, vendicar un’offesa,

e vincere il nemico attraverso l’audacia, il coraggio ,l’ardore come si conviene.

Nell’Iliade Ulisse non si lamenta, non piange: nell’azione la mente è tesa

verso uno scopo; di contro nel poema che lo vede protagonista

le lacrime accompagnano costantemente il suo ritorno in bella vista

ed è proprio nell’isola di Calipso, Ogigia, l’eroe si ritira sugli scogli

e per ben sette lunghi anni si lascia vincer dalla nostalgia, dove cogli cogli.

E’ un pianto controllato, consumato in solitudine ovver nascosto:

l’origine è nella sua situazione d’esule, di naufrago che dispera

di riveder la sua patria. In un caso a commuoverlo tosto tosto,

è il confronto con il glorioso passato così lontano, e non la sfera,

della condizion presente: su richiesta dell’eroe, ospite sconosciuto,

l’aedo dei Feaci, Demodoco, canta la conquista della città d’Ilio troiano,

lo stratagemma del cavallo, il valore e la forza d’Ulisse che appar muto

nella lingua ma non nella mente durante il narrar del saccheggio disumano.

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LACRIME EROICHE

Le lacrime abbondano nell’Odissea, specie nella fase conclusiva,

quando Ulisse torna a Itaca: la tensione accumulata nei dolori

infiniti, si scioglie nella commozione del ritrovarsi in maniera successiva

nella catena d’incontri e riconoscimenti. E’ nell’isola d’Itaca, è fuori

dubbio, si fa forte l’urgenza di controllar le proprie emozioni

nella necessità di celar la propria identità, e, “me cojoni”,

dar sfogo all’esigenza di vendetta, per sfruttar l’effetto sorpresa.

E anche per saggiar la fedeltà e l’affetto dei propri familiari.

L’attitudine al mascheramento, già presente in tante imprese

idilliache dell’eroe (la sortita nottetempo al nemico a fari spenti

e lo stratagemma del cavallo) viene ora trasferita sul piano

psicologico: il successo o la salvezza dipende dal controllo umano

come il freno ossia della dissimulazione del dolore.

Su un mucchio di letame giace il cane d’Ulisse, Argo,

che l’eroe avea allevato senza goderne: l’animale è in letargo,

la lunga assenza del padrone ha trasformato lo splendido cane

da caccia in animale malato, divorato dalle zecche; non ha fame

ma sente la voce, alza il muso, le orecchie drizza

dimenando la coda e poi dall’emozione cede e l’alma al ciel indirizza.

Ulisse lo guarda e s’asciuga una lacrima non riuscendo a sostenere

la visione di quella fedeltà senza riserve, come con un dono,

la malinconia di un animale avvilito dalla vecchiaia e dall’abbandono:

la prudenza gli fa distogliere lo sguardo, il timor d’esser scoperto

gli impedisce un gesto di riconoscenza e d’affetto, alle orecchie di rispondere

con una carezza poi abbassate da Argo e così l’eroe sente, e non è un neo,

i limiti delle proprie capacità d’autocontrollo e non li forza.

Il riconoscimento di Telemaco, invece, avvien sotto la guida, giocoforza,

di Atena; padre e figlio son rimasti soli nella casa del fedel Eumeo.

La dea appar all’itacese invitandolo a rivelarsi al figlio per la vendetta

e nel contempo trasfigurandolo da mendicante a figura vigorosa.

Telemaco, dopo un primo smarrimento, abbraccia come una saetta

il padre e delle lacrime comuni salgono dalla profondità dolorosa

di venti anni di separazione, lacrime che son di gioia e di dolore.

L’ultimo riconoscimento dell’eroe a Itaca è quello del genitore

Laerte che avvien nei campi dopo che la strage dei Proci è consumata:

Ulisse osserva il vecchio padre zappar la terra e piange e dopo aver data

notizia sull’esistenza di Odisseo gli si rivela tale e quale,

non prima, nel contempo, di dar prove della propria identità

(oltre alla cicatrice provocata dal cinghiale anche quella là per là

dei ricordi della vita campestre assieme al padre). Naturale

che simil prova (quella del talamo nuziale con legno d’olivo)

ne darà anche alla moglie, la fedel Penelope con sorriso giulivo.

Abbracci e lacrime, come quelli tentati per ben tre volte

con la madre Anticlea nell’Ade che gli fecero presagir cattiva sorte.

Una quantità così alta di sofferenze richiede un senso e per lo meno

una causa: Ulisse nelle prime tappe del suo ritorno è arrivato

alla terra dei Ciclopi dove incontra il mostruoso Polifemo,

selvaggio antropofago ma figlio del dio del mare Poisidone.

Anche il previdente itacese, attento ai suggerimenti divini e del Fato,

commette un errore di superbia non trattenendosi alla soddisfazione

di aver vinto il Ciclope (“Se avessi potuto mandarti all’Ade in bellavista

ma nemmeno il Dio che scuote la terra ti restituirà la vista!”),

e poi un altro errore, o meglio orrore, Ulisse lo commetterà sulle mura

d’Ilio quando assisterà inerme al lancio di Pirro del piccolo Astianatte,

figlio d’Ettore, aziona non consona né a lui né al giovan dalle voglie matte!

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