Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Ulisse nel regno dei morti

Un lavoro in prosa rimata, anche se libera,  di Sandro Boccia

 

Tiresia_Odisseo

Il viaggio nel regno dei morti è un’impresa che permette
 di arricchire il panorama mitico d’Ulisse; come la si vuol mettere
 Ade è una meta raggiunta da pochissimi antichi eroi e la statura
 ardita del nostro ne risulta valorizzata e il riconoscimento a dismisura
 è affidato all’ombra di Achille: “Figlio di Laerte, stirpe divina,
 Ulisse dai mille stratagemmi, incoscente: quale impresa fina
 e ancor più grande mediterai nei tuoi pensieri? Come hai
 osato scendere negli Inferi ove abitano i morti come tu sai?”
 L’incontro con il Pelide e con gli altri eroi della guerra di Troia
 permette a Ulisse di confrontarsi con il modello con gioia
 e con il superamento di esso. L’immagine significativa è offerta
 da Aiace Telamone: la morte non ha modificato la sua guerrier natura,
 il suo carattere orgoglioso, il suo coraggio, la sua forza anche se sofferta
 la sua anima appar isolata, chiusa nel rancore contro l’eroe a dismisura
 che lo ha battuto con le arti della parola nella contesa per le armi del Pelide.
 Odisseo dichiara un sincero desiderio di pacificazione ma l’ombra
 d’ Aiace si allontana senza profferir parola. Ulisse poi vide
 la figura di Agamennone che con quella d’Achille, una malombra,
 rappresentano la terribile condizione delle anime. Il capo acheo,
 simbolo del potere regale, è un’ombra in lacrime, un neo,
 che cerca il conforto di un abbraccio. Anche il piè-veloce destinato alla gloria
 si rivolge piangendo a Odisseo e rifiuta la visione consolatoria
 di un’eroica gloria che supera il confine della morte: “Non cercare,
 illustre figlio di Laerte, con le parole d’alleviarmi il mio stato, vorrei fare
 da serviente all’ultimo uomo diseredato piuttosto che dominare
 su tutti i morti esistenti!” E poi l’anima della madre Anticlea,
 di cui abbiam già detto, che gli conferma la fedeltà della sua sposa,
 a differenza di Clitennestra, che uccide il marito al suo ritorno, rea;
 ed infine le profezie di Tiresia cieco per aver veduto Venere in posa
 e nuda bagnarsi in acque di un fiume. Compiuta nell’Ade l’impresa
 c’è il ritorno nell’isola di Circe ove la maga gli predice
 le futur peripezie (Sirene, Scilla e Cariddi, mandrie del Sole) così prese
 da dargli consigli risolutori che riprenderemo con più respiro, si dice.
 Il gorgo di Cariddi completa la distruzione della nave e la punizione
 dei compagni per l’empio banchetto dei buoi solari: al ritorno
 dalla Trinacria una tempesta sorprende il naviglio, distrugge le vele tuttatorno,
 abbatte l’albero, il timoniere: così scompaiono gli ultimi combattenti d’Ilione,
 cadono negli abissi dalla nave in burrasca. Ulisse resta solo là per là,
 aggrappato a uno scheletro di naviglio, poi a una pianta di fico
 sospesa nel gorgo mostruoso, infin ancor al relitto, questo vi dico,
 della nave che lo trascina alla deriva e dopo dieci giorni giungerà
 nell’isola della ninfa Calipso, dove s’interrompe il racconto, proprio là!

Waterhouse_Circe

 

tratto da: tanogaboblog.it

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