Un lavoro in prosa rimata, anche se libera,

di Sandro Boccia

Lastman_Odysseus_and_NausicaäNel racconto d’Ulisse alla corte dei Feaci egli con astuzia
attribuisce la responsabilità del lungo viaggio di ritorno a due donne,
Circe e Calipso, rifacendosi a modelli classici, condito con arguzia,
di sicuro effetto, quelli della femmina fatale e funesta, alti come cime somme.
Anche se c’è da dir che l’eroe sentì la responsabilità di re, di padre
e di marito oltreché al richiamo della patria per lui irresistibile.
Senza dubbio le sue virtù e doti fecero colpo su quelle contrade
di paesi remoti e poco civili: ingegno, inventiva come combustibile,
attitudine al comando, arte della navigazione, raffinata cultura,
coraggio, astuzia. Di fronte a tale avversità Ulisse mostrò la sua natura,
quella dote antieroica che si riassume in quelle parole da lui pronunciate:
“Saprò sopportare perché ho un animo paziente in petto”. Fra le donne d’Omero,
Circe appare la più eminente: il suo fascino differisce, ed è vero,
diverso da quello languido di Elena, un po’ ambiguo e perplesso di Penelope sposa,
misterioso di Calipso, acerbo di Briseide, domestico invero di Andromaca troiana.
Circe possiede un temperamento notevole e contraddittorio (non è una posa);
può esser preda o predatrice, bugiarda e sincera, minacciosa o benevola sovrana.
E’ seduttrice che annienta il suo amante trasformandolo con sfrenata lussuria
in uno schiavo inebetito ma se incontra l’amor giusto divien fragile e appassionata;
il suo rapporto è fisico e non sentimentale, lei è immortale e piena di goduria
ma triste perché sa che il legame non è duraturo, fondente come panna montata.

John_William_Waterhouse_-_Sketch_of_Circe,_1911-1914Una volta che la maga nulla può fare con Ulisse lo tratta bene come un re,
lo avvolge in un’atmosfera sensuale ove l’eroe sembra dimenticar casa, affetti
e doveri ricordati dai suoi compagni. Una domanda: chi era Circe? Va da sé
che era una sacerdotessa con facoltà sciamaniche, che suscitava ad eletti
uomini stati di estasi con allucinazioni. Ciononostante, anche per consiglio
della maga Ulisse sfida l’Ade anche perché nell’isola di Eea, Odisseo
fu preda di profonda crisi morale: si sentiva perduto come uomo, figlio
di voluttà con Circe che gli facea trascurar gli obblighi morali (era poi un neo?)
e poi fallito come capo perché, pur vincendo, a Troia portava i suoi alla morte,
e poi con le vicende dei Ciconi, Lestrigoni e Polifemo. Introdursi nel regno di Plutone
significava superare i limiti dell’umano coraggio con coscienza e non a sorte,
tanto è vero che Achille gli dirà: “Quale impresa, temerario testone
più ardimentosa penserai nella tua mente?” e che la medesima maga
non crederà ai suoi occhi nel vederlo ritornare dagli Inferi come da una sagra.

Il Concilio degli Dèi, affresco realizzato da Luigi SabatelliSorta l’aurora gli Dei siedon a concilio intorno al number one Giove;
prende per prima la parola Minerva lamentando che Ulisse resti
prigioniero nella grotta della ninfa Calipso che gli vieta di non muover
la bussola dal ritorno in patria mentre intanto i Proci, non mesti
ma agguerriti, tendon insidie alla vita del figliolo. Zeus la rassicura
sul ritorno dell’itacese, sulla punizion dei pretendenti e sulla salvezza
di Telemaco. Poi, rivolgendosi a Mercurio, gli dà incarico con cura
di recarsi da Calipso per annunciarle il suo fermo voler, non una carezza,
che Odisseo parta solo su una zattera per giunger dopo una ventina
di giorni all’isola dei Feaci che lo accoglieranno come un dio
e dopo averlo colmato con doni lo riporteranno in patria con nave e brio.
Ermes, dopo aver legato ai piedi gli aurei calzari che, come il vento,
lo portano in terra, in mare e in cielo, e dopo che il caduceo, un portento,
ha preso (che toglie o suscita sonno ai mortali) cala dall’alto
sul mare, e, radendo veloce l’onde ,come un gabbiano ,giunge
all’isola remota, ove si trova la grotta di Calipso sotto di stelle un manto!

Odysseus_and_CalypsoL’isola è tutta fragrante del profumo del cedro e dell’oleandro;
la grotta è tutta cinta da una selva sempre verde di pioppi e di cipressi
tra i cui rami gli uccelli più rari hanno fatto il loro nido, un palissandro,
ricoperta da una vite di grappoli rossi mentre quattro ruscelli son messi
in modo che l’acqua limpidissima scorre in varie dimensioni e attorno
fioriscono prati di viole e margherite e in cielo vola d’alati uno stormo.

Mercurio, dopo essersi fermato a lungo ad ammirar Calipso, la trova
nella sua grotta che canta con soave voce mentre tesse una nuova
tela con spola d’oro; ma non trova Ulisse che se ne sta romito
sulla spiaggia a pianger e a sospirar il ritorno in patria, un mito!
La ninfa, appena vista il dio, gli chiede della visita lo scopo
offrendogli nettare e ambrosia ma quando apprende che è voler di Giove
ch’ella lasci ritornar ad Itaca l’eroe, leva al cielo alti lamenti.
Ella protesta che i numi non soffron mai che una dea all’uopo
s’unisca con un esser mortale come quando, avendo Aurora, non si sa ove,
rapito Orione, Diana trafisse questi in Ortigia, o come quando con sgomenti
avendo Cerere sposato Giasone, Zeus uccise questi con la folgore. Ora gli Dei
non voglion ch’ella abbia accanto un mortale per quanto l’ abbia salvato
mentre, naufrago e solo, era sospinto dai venti e dai flutti di mar, lettor ci sei?,
alla sua grotta e per quanto gli abbia promesso l’immortalità e assicurato
l’eterna giovinezza se avesse voluto esser suo sposo. Ma poiché nessun dio
può trasgredire il comando di Giove ella lascerà partir Ulisse e gli sarà
prodiga di consigli e d’aiuto perché giunga prima in patria, là per là!

Calipso porge a Odisseo una scatolaPartito Mercurio, Calipso s’avvia alla riva del mare ove l’itacese
consuma i suoi giorni piangendo e sospirando in patria il suo ritorno.
Ella gli annunzia la sua decisione di lasciarlo partir e cortese
lo consiglia a costruirsi una zattera con travi di selva tutt’attorno,
promettendogli copiose vettovaglie e venti favorevoli. L’eroe stupito
che la ninfa lo consigli a varcar l’ampio oceano con cotal guscio
la fà a giurar che nulla di male ella medita favorendo di trovar di casa l’uscio.
I due amanti poi ritornano nella grotta ove, una volta ristorati, la Ninfa
tenta ancor con dolci parole di far desistere, come “Non partir” di Tony Dallara,
Ulisse dalla partenza con il ricordo dei futuri affanni e dell’eterna vita la linfa
e lamentandosi d’esser posposta a Penelope ,semplice donna mortal anche se cara.
Ma l’eroe ,pur ammettendo che la moglie non può contenderle mai la sua bellezza,
si dichiar deciso a ritornar in patria a Itaca superando con coraggio ogni male:
giunge la notte e i due, immaginate?, vanno in grotta a far l’amore con dolcezza!

Il mattin seguente Calipso consegna a Ulisse una scure di bronzo
e un’ascia levigata conducendolo all’estremità dell’isola, non a zonzo,
ma ove sorgevano alberi d’alto fusto da grande tempo stagionati
in modo da galleggiar leggeri nell’acqua. L’eroe si mette ben posizionato
al lavoro: abbatte venti alberi, li spiana, li pulisce, ben tagliati,
poi fora le travi unendole con chiodi e caviglie, indi alza il tavolato
e le fiancate; poscia costruisce l’albero, l’antenna, il timone ben assestato.
Infine stoppa d’ogni parte l’imbarcazione mentre Calipso gli porta mosto
da bere e pezze per preparar le vele; l’eroe lega le corde e così
la zattera è pronta per prendere il mare, costruita in tal maniera in pochi dì.

Calipso dopo avergli fatto indossare vesti odorose e aver dotato
d’otri di vino e d’acqua con un sacco di vivande, si congeda
inviandogli venti propizi. Ulisse dispiega le vele e ben assestato
al timone contempla le stelle tenendo l’Orsa alla sinistra che ben si vede.
Dopo circa venti giorni gli appar così un’isola con monti brumosi,
quella dei Feaci come uno scudo galleggiante in mezzo a flutti spumosi.

naufragioMa mentre così Odisseo va navigando Nettuno, reduce dalla terra etiope africana,
lo scorge dai monti di Solima e, irato con gli Dei che, con vero toccasana
proteggon l’eroe, afferra il tridente e gli scatena impetuosi venti.
L’itacese temendo una sicura morte prorompe in accorati lamenti
quando un gran flutto s’abbatte sulla zattera togliendogli il timone
di mano e facendolo cadere in acqua; l’eroe rimane così come in prigione
sotto le onde appesantito dai vestiti non riescendo a guadagnar l’imbarcazione,
sbalestrata dal mare come foglia al vento, quando appar la ninfa
Leucotea che gode d’amor marino: ella provando pietà ,come fresca linfa,
lo consigliò a nuotar verso Scheria, l’isola feacia, consegnando una divina
fascia d’ avvolger al petto e da riconsegnar all’acqua raggiunta la riva marina.

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