di Nuccia Di Franco Lino

* A metà aprile il brusco risveglio di un vulcano nella lontana Islanda mette in ginocchio per sei giorni l’Europa. Le ceneri eruttate dall’Eyajafjallajökul – un fenomeno del tutto naturale per un vulcano, tranne per la corretta pronuncia del suo nome – causano seri problemi economici e sociali, paragonando i suoi perniciosi effetti a quelli dell’attacco alle Twin Towers del 2001 – solo che la chiusura di molti aeroporti europei risultata sicuramente più grave.

Il vulcano Eyjafjöll durante l'eruzione del 2010 ( Author Joschenbacher Creative Commons Attribution)

Il vulcano Eyjafjöll durante l’eruzione del 2010 ( Author Joschenbacher Creative Commons Attribution)

Il nostro pensiero – non solo quello dei vulcanologi – va al nostro Etna, al Vesuvio che dorme dal 1944 ed al Katla, inattivo dal 1823, un altro vulcano islandese che potrebbe svegliarsi dopo Eyajjafjallajökul.

Il fatto cadde in concomitanza della crisi finanziaria registratasi anche in Islanda e delle pretese dei burocrati dell’Unione Europea. Una battuta molto sarcastica, basata su un gioco di parole, è stata coniata dagli abitanti dell’Islanda: ”Volevano i nostri soldi (in Inglese: cash) e hanno avuto invece la nostra cenere (in Inglese: ash)”.


** Una esplosione fa affondare il 20 aprile una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico, da cui fuoriescono 60.000 barili di petrolio al giorno. Malgrado i vari tentativi attivati dalla British Petroleum, il ”buco sotto l’oceano” sta causando danni incalcolabili.

Disastro ambientale della piattaforma Deepwater Horizon - La piattaforma prima dell'inabissamento (Wikimedia Commons)

Disastro ambientale della piattaforma Deepwater Horizon – La piattaforma prima dell’inabissamento (Wikimedia Commons)

La British Petroleum, che nel 2015 dovrà pagare milioni di dollari per i danni ambientali, aveva chiesto anche idee sul da farsi via internet: la Russia aveva risposto all’appello, ricordando che in situazioni simili sono state usate – per 5 volte – esplosioni nucleari finora occulte.


*** In Ungheria da una industria di alluminio in ottobre è fuoriuscita una marea rossa di fanghi tossici che dopo tre giorni hanno raggiunto il fiume Danubio, dopo aver causato quattro morti e inquinato i campi coltivati, e ucciso tonnellate di pesci fluviali.

A noi non resta che abituarci a sopravvivere ad una perenne insicurezza globale. Già nel 1967, avevano ragione gli attori inglesi del Leaving Theatre che, srotolando davanti agli occhi degli spettatori catanesi carta igienica, ci avvertivano: ”Siamo in uno stato di emergenza”… che è ancora in atto.