Desidero iniziare questa pagina dedicata alla Santa di Lourdes prendendo a prestito una parte di un articolo che Renzo Allegri ha pubblicato su La Gazzetta di Sondrio il 20/02/2008, in occasione del centocinquantesimo anniversario delle apparizioni della Madonna a Lourdes ed inserendo alcune immagini a corredo dello scritto.

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…. Bernadette, nata il 7 gennaio 1844, era figlia di François Soubirous e Louise, due persone buone, generose, estremamente sfortunate. Oltre ad essere poveri, erano anche ammalati. Si erano sposati il 9 gennaio 1843. Lui aveva 34 anni, lei 17. Un anno dopo, esattamente il 9 gennaio 1844, nasceva la loro primogenita cui venne dato il nome di Bernarde-Marie, ma poi sempre chiamata Bernadette.
François e Louise gestivano allora il mulino che era stato del padre di Louise. Una azienda importante e redditizia. Ma loro due non erano tagliati per gli affari. Erano troppo buoni. Non riuscivano a farsi pagare dai creditori morosi. Louise trattava i clienti come familiari e, quando venivano per macinare il grano, offriva loro merendine e vino. In poco tempo sperperarono il loro patrimonio e si trovarono sul lastrico. 
Nel 1852 dovettero andarsene e cercare alloggio in città. La famiglia intanto era cresciuta. Louise aveva avuto altri cinque figli, tre dei quali erano morti. Bernadette era cagionevole di salute. Fin dai primi mesi di vita andava soggetta a raffreddori e bronchiti. Aveva sempre dolori di stomaco. Cresceva a stento. Nel 1855 rischiò di morire, colpita dal colera che in quegli anni stava decimando la Francia. Si salvò per miracolo, ma contrasse una forma d’asma che continuò a tormentarla per il resto della sua vita con crisi che spaventavano tutta la famiglia.
Alla fine del 1855, i Soubirous ricevettero una grossa eredità. Pensarono che la loro sfortuna fosse finita. François investì i soldi in un nuovo mulino e in un allevamento di bestiame fuori Lourdes. Ma in poco tempo si mangiò tutto e ripiombò nella miseria. Tornò a vivere in città, deriso da tutti. Affittò due misere stanze e riprese a fare il bracciante.

Bernadette Subirous, 1866
Bernadette Subirous, 1866

Ma era un periodo nero. La Francia era stata colpita dalla siccità e imperversava una terribile carestia. François non trovava lavoro. Anche Louise era disoccupata. I loro figli non avevano da mangiare. Trascorsero giorni terribili. La famiglia era molto unita. Si volevano un gran bene anche nella miseria, ma la tristezza pesava come un macigno. François e Louise cercavano di annegare i dispiaceri bevendo qualche bicchiere di vino. Si sparse la voce che erano ubriaconi e la diffidenza nei loro confronti crebbe, facendo diminuire le possibilità di trovare lavoro.
In quella situazione, dovette darsi da fare anche Bernadette. Andava a lavorare anche se era ancora una bambina. E così non aveva potuto frequentare la scuola e neppure il catechismo. Quel poco di religione che conosceva glielo aveva insegnato la madre. A 13 anni, Bernadette aveva trovato un posto in un’osteria. Ma era trattata male. Le facevano fare tutti i lavori più umili, ed era sottoposta a continue insidie. Sentiva una grande nostalgia di casa e, dopo mesi trascorsi nella desolazione e nel pianto, tornò in famiglia.
François non era riuscito a mettere insieme neppure i soldi per pagare l’affitto e dovette ancora sloggiare. Nessuno voleva affittargli una stanza. Rischiò di restare su una strada. Ricorse a un parente, proprietario di una ex prigione, talmente malsana da essere stata giudicata inadatta anche per i condannati. E quel parente gli affittò una stanza al pianterreno della prigione, quella accanto alle latrine, il luogo più sudicio, più maleodorante, più infetto e fetido che si potesse immaginare. Quel luogo era un inferno. La stanza, 3,37 metri per 4,40, con una sola piccola finestra, doveva servire da camera e cucina per cinque persone. Bernadette andava soggetta a continue crisi d’asma e si aggrappava alle inferriate dell’unica finestra cercando aria, ma poteva respirare soltanto immondi miasmi. 
Tuttavia, anche in quell’inferno i Soubirous trovavano la forza di stare uniti e di pregare. Gli abitanti della zona, in seguito, testimoniarono: <<Quando giungeva la sera, noi sentivamo che i Soubirous dicevano il Santo Rosario: pregavano tutti insieme, spesso senza aver mangiato, perché non avevano niente tanto erano poveri; e la voce dei bambini si univa a quella dei genitori>>.
François era finalmente riuscito a trovare un piccolo impiego in un mulino. Una notte alcuni malfattori andarono a rubare in quel mulino e al mattino, il proprietario disse ai gendarmi che, secondo lui, era stato proprio François a derubarlo. Il povero uomo venne arrestato e portato via in manette come un malfattore, lasciando la sua famiglia nel dolore e nella disperazione morale più grandi. Rimase in carcere solo una settimana perché non vennero trovate prove contro di lui, ma il dubbio che fosse anche un ladro rimase.
Questo era il quadro desolante in cui viveva Bernadette alla vigilia di quell’evento misterioso che si realizzò a cominciare dall’ 11 febbraio 1858.

La storia delle apparizioni è nota, pochi però conoscono che cosa accadde dopo, quando le apparizioni finirono. 
Per anni le apparizioni di Lourdes furono messe in dubbio. Contro Bernadette si scatenarono i giornali del tempo, definendola visionaria, imbrogliona, mistificatrice. La gente del popolo accorreva spinta soprattutto da mera curiosità. La povera ragazza non aveva pace.
Bernadette Soubirous 02Per questo le autorità religiose la convinsero ad entrare in convento. Così, nel 1866, Bernadette si fece religiosa nella Congregazione delle “Suore della Carità” di Nevers, città della Loira, a metà strada tra Lione e Parigi. 

Visse in quel luogo per 13 anni, da suora semplice, non sempre compresa dalle consorelle, derisa per la sua ignoranza, e piena di sofferenze fisiche. Morì il 16 aprile 1879, a 35 anni. Il suo organismo era consumato da una serie impressionante di patologie, tra cui alcune cancrene che, negli ultimi anni, le avevano mangiato la carne provocando dolori lancinanti.
Venne sepolta in una tomba scavata nella terra, in una cappella nel giardino del convento. Tutto faceva supporre che quel corpo martoriato e marcio si sarebbe dissolto rapidamente, invece non accadde. Sfidando ogni legge fisica, quel piccolo corpo (Bernadette era alta un metro e 42 centimetri), rimase intatto. E quando, in vista del processo di beatificazione, si fece una riesumazione della salma, tutti presenti constatarono il prodigio. Quel corpo non solo era intatto, ma anche elastico, fresco, duttile, come quello di una persona che sta dormendo.
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Sono trascorsi 128 anni dalla morte di Bernadette, e il suo corpo continua ad essere intatto. Chiunque può vederlo. E’ esposto in una cassa funeraria di vetro, nella chiesa della Casa Madre della “Suore della Carità” a Nevers. Bernadette appare vestita con il saio, ha le mani giunte e intorno ad esse tiene il rosario. Il viso, reclinato sulla sinistra, ha un’espressione dolce, serena, soave. Chi ha avuto la fortuna di toccarlo, ha constatato che non è un corpo rigido, mummificato, ma un corpo elastico, duttile, proprio come quello di una persona che sta dormendo.

<<L’incorruttibilità del corpo>>, mi ha spiegato monsignor Franco Degrandi, un sacerdote piemontese che da cinquant’anni dedica la sua vita agli ammalati pellegrini a Lourdes <<è un privilegio straordinario che Dio concede ad alcune anime sante, così sante da aver raggiunto in questa vita l’innocenza che aveva Adamo nel paradiso terrestre. Bernadette, nella sua vita terrena, fu un emblema di innocenza. Il suo corpo, che aveva avuto il privilegio di vedere il corpo glorioso della Madre di Dio, fu probabilmente contagiato dal fulgore soprannaturale che emanava dal corpo della Madonna, al punto da non essere toccato dalla corruzione che segue la morte. E in quello stato stupefacente in cui si trova, è per tutti i credenti, in particolare per gli ammalati, martoriati dalle sofferenze fisiche, un segno concreto di speranza nella “risurrezione della carne” promessa da Gesù. Il corpo di Bernadette è un miracolo permanente. Uno dei tanti miracoli che ogni giorno avvengono a Lourdes>>.
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Renzo Allegri (nato a Verona nel 1934) è un giornalista, scrittore e critico musicale italiano. Dopo aver studiato alla “Scuola superiore di Scienze Sociali” dell’Università Cattolica diventò giornalista lavorando successivamente per diversi giornali fra cui Gente con cui strinse un rapporto che durò 24 anni. È stato caporedattore per lo Spettacolo del settimanale di “Noi” e del settimanale “Chi”.
Come scrittore ha pubblicato una cinquantina di libri. Da una delle sue opere più famose “Padre Pio un santo tra noi” è stata ricavata la sceneggiatura del film Padre Pio di Carlo Carlei prodotto nell’anno 2000: l’attore principale era Sergio Castellitto.

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Il prodigio del corpo di santa Bernadette

Il corpo incorrotto di santa Bernadette costituisce un paradosso per chi, come la Veggente di Lourdes, ha avuto sin da piccola una salute cagionevole. Eppure è un paradosso che ci fa capire molto. 

Santa Bernadette, come suora, visse a Nevers e in questa città si trova il suo corpo, la cui conservazione ha del prodigioso. Trent’anni dopo la morte della Santa (nel 1909) si fece la prima ricognizione e il suo corpo fu trovato intatto. La dichiarazione firmata sotto giuramento dal chirurgo e dal medico dice così: «(…) con la pelle aderente e i muscoli attaccati alle ossa». 
Nel 1919 si procedette ad un’altra ricognizione, il corpo era ancora intatto. 
Nel 1925 ne fu fatta una terza: era ancora perfettamente conservato; così come è tuttora: sembra che la Santa non sia morta, ma stia dormendo. La catena di rosario che ha tra le mani è rovinata, segno di una penetrazione dell’aria, ma il suo corpo no, è totalmente incorrotto. La sua pelle è distesa. Proprio come di chi sta solo riposando.

Il paradosso
L’aspetto paradossale del corpo incorrotto di santa Bernadette sta nel fatto che la Santa in vita ebbe una salute molto cagionevole. Quale corpo, più del suo, si presentava così fragile e pertanto facilmente predisposto alla corruzione? 
Ella sin da piccola fu segnata dall’asma. Aveva un’aspettativa di vita breve… eppure il suo corpo è lì, intatto. Verrebbe da pensare a tante persone che – come si suol dire – “scoppiano di salute” e poi, dopo la morte, il loro corpo è completamente polverizzato.
Quante donne, immerse nella mondanità, curano maniacalmente il proprio corpo offrendolo anche come “occasione” di peccato… e poi, dopo la morte, non ne resta nulla.

Tutto nella vocazione di Bernadette
Bernadette Soubirous 03Sappiamo che la vocazione di santa Bernadette fu quella di offrirsi vittima per i peccatori e di indicare agli uomini la vera felicità: fare la volontà di Dio per conquistare il Paradiso. L’Immacolata le disse: «Non ti prometto la felicità quaggiù, ma nel Cielo». 

Dunque, la chiamata di santa Bernadette ci fa capire che il vero senso della vita è proprio nel considerare la vita terrena come un passaggio, come un pellegrinaggio verso la vera patria, che è appunto il Paradiso. 

Vivendo in questa prospettiva, la Veggente di Lourdes ha “conservato” il suo corpo, cioè ha conservato ciò che – secondo la mentalità mondana – costituirebbe il massimo bene che si possiede. Ciò ci fa capire una cosa molto importante che andrebbe ampiamente recuperata nell’annuncio cristiano, ovvero la verità secondo cui chi vive nella prospettiva dell’eternità, ovvero considerando questa vita come una preparazione e un passaggio, rende questa stessa vita più gustosa ed attraente. 
Mentre chi fa di questa vita l’unico scopo, chi crede che sia l’unica e possibile fonte di felicità, fa di questa stessa vita il suo tedio, perché essa non può trovare in se stessa la risposta, perché non ha la possibilità di spiegare il senso della sofferenza e della morte. 
A riguardo si può fare un esempio: andiamo tutti insieme a mangiare in un ottimo ristorante. Ci portano un buonissimo antipasto, uno di quelli da leccarsi i baffi. Mentre stiamo per gustarlo, i camerieri ci vengono vicini e ci dicono: “Mangiate rapidamente perché abbiamo sentito che questo piatto vi verrà tolto quanto prima e che non ci sarà nulla dopo…”. Immaginatevi l’ansia. Tutti lì a mangiare avidamente, forse qualcuno a fare anche arco con le braccia sul piatto per la paura che chi sta a fianco glielo sfili. 
Facciamo adesso un’altra ipotesi. I camerieri ci vengono vicini e ci dicono: “Cari commensali, gustate lentamente, assaporate. Poi a questo antipasto seguirà un ottimo primo piatto, poi un ottimo secondo e finalmente un dessert che sarà superlativo…”. Capite bene che la situazione sarebbe molto diversa, assaporeremmo, gusteremmo lentamente, senza ansia di sorta, sapendo poi che non tutto finirà lì, ma ci sarà anche un primo, poi un secondo e un dessert. 

Ebbene, la questione è proprio questa: la nostra vita è solo un piatto unico o un antipasto?

Se è solo un piatto unico, come potrà sembrarci bella? Ogni attimo sarebbe solo un passo verso il nulla. Ma se è un antipasto, allora sì che verrà voglia di gustarla, allora sì che si offrirà a noi come un dono meraviglioso.

Spiritualismo, corporeismo ed autentico valore del corpo
Il prodigio della conservazione del corpo di santa Bernadette ci dà la possibilità di fare qualche altra riflessione. Soprattutto sul valore cristiano del corpo. A riguardo ci sono due errori da evitare, diametralmente diversi, ma che nascono dalla stessa radice e soprattutto producono gli stessi effetti. I due errori sono: lo spiritualismo e il corporeismo.

Il primo afferma che l’uomo sarebbe solo spirito e che il corpo non costituirebbe una realtà organicamente inserita nella persona umana. Si tratta, per esempio, dell’errore delle filosofie orientali, dove il corpo è visto come una sorta di “pezzo di ricambio”. Non a caso in queste filosofie domina l’idea della reincarnazione. 
Il secondo errore (il corporeismo) afferma, invece, che la dignità dell’uomo sarebbe riconducibile solo alla dimensione materiale, quindi corporale. Il tutto, dunque, si traduce in una ricerca sfrenata del benessere del corpo, nel salutismo (una volta il card. Giacomo Biffi disse a proposito della fissazione di tanti che oggi mangiano col bilancino: «Molti vivono da malati, per morire da sani»).  
Ma – abbiamo detto – questi due errori nascono dalla stessa radice e conducono agli stessi effetti. Infatti, se si riflette, entrambi hanno una connotazione gnostica. Qualche tempo fa un’attrice di film pornografici, legittimamente sposata, disse di non sentirsi fedifraga. Ebbe il coraggio di dire di non aver mai tradito il marito, perché tradire – diceva – richiede l’intenzione di farlo. Per lei, il suo mestiere era solo prestare il proprio corpo. 
Parole strane, ma non troppo. Se si chiedesse al cosiddetto “uomo della strada”: “È giusto prostituire la propria mente?”.,la risposta sarebbe certamente negativa. Prostituire la propria mente vuol dire rinunciare a se stessi, alla propria identità. Ma se si chiedesse sempre all’‘uomo della strada’: “Fa bene un’attrice ad usare il proprio corpo?” La risposta sarebbe con ogni probabilità positiva. Se si possiede un bel corpo, perché non sfruttarlo? 

Si è convinti, insomma, che la mente non si debba mai prostituire, mentre il corpo… Ciò significa che mentre la mente e il pensiero vengono ritenuti elementi costitutivi della persona, il corpo no. Questo sarebbe solo un optional, qualcosa di “spalmato” sulla persona come la marmellata sulla fetta di pane.  Questa è gnosi!
Il Cristianesimo, invece, afferma che proprio ponendo il corpo nella sua giusta dimensione lo si può davvero valorizzare. La mortificazione del corpo, cristianamente, è segno che lo si ama e che lo si vuole salvare. 

San Francesco d’Assisi diceva: «Povero corpo mio, perdonami. Però sappi che ti tratto male in questo mondo perché ti voglio tanto bene, e voglio che tu sia eternamente felice». 


fonte: RC n. 37 – Ago/Set 2008

 

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