(Digione, Francia, 1090 – Chiaravalle-Clairvaux, 20 agosto 1153)

bernardo2San Bernardo di Chiaravalle o San Bernardo abate è il nome con cui è noto Bernard de Clairvaux (1090 – 1153), fondatore della celebre abbazia di Clairvaux (presso l’odierna Ville-sous-la-Ferté) in Francia, della Certosa di Chiaravalle a Milano, teologo e mistico.
Nacque da nobile famiglia nel 1090 presso Digione, in Francia. Sua madre, Aletta, cerca di abituarlo fin da piccolo alla preghiera e di indirizzarlo alla vita religiosa, ma Bernardo non sembra disposto a seguire le indicazioni della madre. Ama la vita del castello e le battute di caccia, frequenta la scuola, ma non porta a compimento i suoi studi.

La morte della madre, alla quale egli era molto legato, porta Bernardo ad interrogarsi sul suo futuro.
Nella notte di Natale del 1111, Bernardo ha una visione del Bambino Gesù e, profondamente colpito da questo fatto, decide immediatamente di farsi monaco e convince 4 fratelli e altre 26 persone tra parenti e amici a seguirlo nel monastero di Citeaux nel quale fa il suo ingresso nel 1113.

Dal suo pensiero e dalla sua opera nacquero quei fondamenti teorici che regolavano i nuovi ordini religiosi-militari e che, secondo alcuni, giustificavano la crociata.
Nacquero allora diversi ordini. In particolare: 

  • i Cavalieri Ospitalieri (poi di San Giovanni, di Rodi e di Malta): sostanzialmente monaci (benedettini) divenuti cavalieri cristiani (detti anche cavalieri giovanniti). La loro base era l’ospedale di San Giovanni in Gerusalemme;
  • i Cavalieri Templari: cavalieri cristianizzati da San Bernardo (cistercensi). La loro base era nella moschea di Al-Aqsa presso il Tempio di Salomone in Gerusalemme; 
  • i Cavalieri Teutonici: Nobili Cavalieri Tedeschi. Papa Celestino diede loro la regola monastica di Sant’Agostino; 
  • i Cavalieri del Santo Sepolcro: organizzati da Goffredo di Buglione, dovevano obbedienza al Patriarca di Gerusalemme e seguivano la regola di Sant’Agostino. La loro sede era situata presso la Basilica del Santo Sepolcro in Gerusalemme; 

Tutti questi cavalieri vennero chiamati Cavalieri Gerosolimitani.

In particolare nei Templari Bernardo vide lo strumento per la difesa di Gerusalemme, ma soprattutto il mezzo che avrebbe reso possibile cristianizzare gli ideali cavallereschi.
Infatti i masnadieri che avevano utilizzato la crociata per arricchirsi e conquistare, affermava il santo, sviluppavano solo la mondanità, la peggiore vanità e non aveva nulla da dividere con il cristianesimo. Ben diversa sarebbe stata, invece, la situazione, se si fossero creati nuovi sodalizi religiosi addestrati secondo gli insegnamenti di San Bernardo, il quale si espresse in proposito in termini chiari e limpidi nel De laude novae militiae ad milites Templi liber.

bernardo4San Bernardo, l’austero osservatore, rifletteva:
è necessario lo sfarzo dei nobili cavalieri, per correre con lusso e spreco contro la morte affrontata con impudente stupidità? Le armi nemiche avrebbero forse avuto paura dell’oro, avrebbero rispettato gemme e non oltrepassato la seta? sono necessarie solo tre cose: abilità, alacrità e circospezione; abilità nel cavalcare, prontezza nel colpire, circospezione nel guardarsi quando ci si recasse in terre e fra genti sconosciute“.

I cavalieri poi erano abituati, constatava il monaco di Chiaravalle, a combattere le guerre per odio.
I cavalieri di Cristo invece avrebbero preso le armi solo per il Signore e non avrebbero dovuto temere di commettere peccato nell’uccidere i nemici e di dannarsi morendo in battaglia.
Infatti, quando la morte era data e ricevuta nel nome del figlio di Dio, non comportava peccato e procacciava vera gloria.
Uccidere un malvagio, è quì il succo della teoria bernardiana, non rendeva omicida, ma malicida.
Il cavaliere punitore di un infedele era, perciò, il vendicatore di Dio e il difensore dei cristiani.
La morte dispensata era un guadagno per il Signore, quella ricevuta una conquista personale.
 

A causa delle divisioni sorte all’interno della Chiesa, San Bernardo di Chiaravalle percorse l’intera Europa con l’intento di ristabilire la pace e l’unità. Scrisse numerose opere di teologia e di mistica, tra le quali i Sermoni sul Cantico dei cantici e il De consideratione rivolto al Papa Eugenio III, che era stato suo discepolo. Col suo immenso prestigio, fu tra i principali artefici del rinnovamento spirituale del XII secolo e ispirò la regola dei Cavalieri templari. Difensore rigoroso di una fede essenziale, senza orpelli, polemizzò con i monaci di Cluny a proposito della povertà nella Chiesa. Nel 1134, su incarico ufficiale del pontefice, predicò la seconda crociata sulla collina di Vézelay, in Borgogna.

Una sua preghiera (definita anche “Preghiera dei Templari”) è riportata da Dante nel canto XXXIII del Paradiso nella Divina Commedia.

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Bernardo fu anche poeta alla maniera di San Francesco. 
Nei Sermoni, ricchi di immagini e testimonianza del suo animo profondamente poetico, Bernardo proponeva ai suoi monaci come tema di riflessione l’unione dell’anima con Dio. 
I monaci, la cui vita era tesa alla santità ed alla quiete interiore, trovavano nelle parole di Bernardo l’alimento necessario alla loro perfezione. 
Bernardo scrisse diversi trattati, ricchi di riflessione mistica, e circa cinquecento lettere, alcune delle quali sono da considerare veri trattati spirituali. 
L’esempio più brillante é ‘L’amore di Dio, il suo contributo alla spiritualità cistercense‘.

Un altro grande contributo di Bernardo alla spiritualità dell’Ordine fu la sua devozione per la Madre di Dio. 
La tradizione di chiudere la giornata con il canto Salve Regina, dopo la Compieta, ha avuto inizio nei monasteri cistercensi, da cui si é propagata in tutto il mondo cristiano. 
Il trattato ‘Memorare‘ può essere considerato il compendio della devozione di Bernardo verso Maria. 
Per Bernardo, Maria, la ‘Madre di Dio‘, non era un’astratta formula dottrinale, ma ‘madre’ prima di tutto, un tramite necessario voluto da Dio: senza di lei non c’è salvezza per l’eternità. 
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Dante Alighieri


Paradiso

« Canto XXXIII, il quale è l’ultimo de la terza cantica e ultima; nel quale canto santo Bernardo in figura de l’auttore fa una orazione a la Vergine Maria, pregandola che sé e la Divina Maestade si lasci vedere visibilemente. »
(Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)

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“Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!”.
Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.
E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.
Bernardo m’accennava, e sorridea,
perch’io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
ché la mia vista, venendo sincera,
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.
Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
Oh abbondante grazia ond’io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
A quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
Omai sarà più corta mia favella,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;
ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’io, a me si travagliava.
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer “poco”.
O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

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