di Gaetano Barbella

Illustrazione 1: Una delle tante immagini dei campi lavici dell’Etna (la sciara) presenti nella zona di Santissimo Cristo a pochi chilometri da Bronte. Plutone che rapisce Proserpina e il capro.

La Sciara dell’Etna

Un “mare di nera lava” si estende alle spalle di Bronte, nell’immediata periferia, da dove attraverso una bella strada lastricata con bàsole in pietra lavica si sale fino al cancello della Forestale nella zona di Piano dei Grilli, ai piedi dell’Etna.

Uno spettacolo unico, terrificante e nello stesso tempo maestoso e affascinante, resti di un fiume di magma incandescente che distrusse un paio di secoli fa una parte di Bronte e che solidificandosi ha assunto le forme più strane e inverosimili. [1]

L’Invito

Illustrazione 2

Sono tre giorni che sono stato attratto dalle foto[2] della sciara dell’Etna e particolarmente quella di Bronte del versante Ovest dell’Etna. Una di queste mi ha letteralmente sbalordito nel ravvisare, fra le macerie della lava solidificata del vulcano, l’immagine stupefacente del mitico Plutone, dio dell’inferno, che regge sulle sue poderose spalle Proserpina da lui rapita, così come viene raccontato nelle diverse versioni dal mito. Plutone è anche Ade e Proserpina è Persefone la figlia di Demetra.
L’illustr. 1 mostra con evidenza ogni cosa appena descritta e non occorre aggiungere altro, salvo a restare esterefatti al cospetto di questa immagine che il caso ha predisposto e perciò come considerare la cosa decisamente inspiegabile razionalmente?

Deciso, a questo punto, a predisporre uno scritto sulla scoperta, mi sono lambiccato il cervello per vedere da dove cominciare.

Ma ecco che, oggi, imprevedibilmente mi si è profilato l’abbrivio per impostare lo scritto in questione sulla Sciara di Plutone e Proserpina appena rilevata, quasi a immaginare un misterioso aiuto della sorte che mi ha fatto mettere gli occhi sulla scena lavica in questione. Spiegherò poi che può stimarsi un certo «hameçon» (dal francese amo)Fatto è che sfogliando la posta elettronica odierna leggo di un invito su Facebook: «visitate la pagina “Circe, Ulisse ed Enea in Adriatico?», mostrando il quadro di Ingres, L’apoteosi di Cicerone (1827). (illustr. 2)

É di uno dei tanti miei amici del web, Gaetano Tanogabo, che perfeziona l’invito aggiungendo queste parole:
Scrive Giuseppe Sgubbi:
«… i miti di Circe, Ulisse e di Enea sono ambientati nel Tirreno, ebbene nei limiti delle mie possibilità riporterò alcuni indizi che se ulteriormente approfonditi potrebbero far ritenere valida l’ipotesi che tali miti siano ambientati anche in Adriatico…»
E poi successivamente: «… in premessa l’autore dell’articolo (di Giuseppe Sgubbi – ndr) ha scritto:
Con gli indizi non si fa la storia, ma sono utili per indirizzare le ricerche. A. Torre ».

Di qui, mi è venuta l’idea di scrivere così, ma ancora non legavo la cosa con la sciara di Plutone e Proserpina appena scoperta: 

«Caro Gaetano, interessante invito.
Dunque si può impostare la ricerca degli indizi su una triade di elementi incerti, ma stimolanti, mito, leggenda ma anche profezia che molto spesso vi si lega.
Bene, adesso scombussolo un po’ le aspettative sull’argomento dei miti di Circe, Ulisse e di Enea, perché può essere che emergano ipotesi che possono riguardare, magari un fatto straordinario del presente.
Una scoperta prossima a presentarsi, chissà.
Invito a esaminare le Centurie di Michel Nostradamus ed in particolare una quartina avvolta nel mistero, la III-21, tradotta da Renucio Boscolo, che è questa:

Al Crustamin per mare Adriatico
Apparirà un orribile Pesce,
Di fronte umana e il termine acquatico
Che si prenderà al di fuori per le lenze.

Riporto la quartina originale:

Au crustamin par mer Hadriatique,
Apparoistra un horribil poisson
De face umaines et la fin acquatique,
Qui se se prendra dehors de l’hameçon.

Gaetano Barbella».

L’hameçon

Non passano che pochi attimi, dopo aver postato il commento propositivo, che in un baleno mi  viene da pensare ad un possibile nesso della profezia di Nostradamus da esaminare con la sensazionale scoperta della sciara di Plutone di Bronte. 
E ho detto fra me e me:
Vuoi vedere che ho avuto ragione nel dire di «Una scoperta prossima a presentarsi?», ma poi ho pensato ai diversi nodi da sciogliere prima di vendere la “pelle dell’orso” immaginariamente appena preso. Ma in cuor mio avevo fede che l’intuizione non era poi tanto peregrina, tanto più che lo scenario appena scoperto della sciara di Bronte è davvero fenomenale. In più si tratta di Plutone o Ade, una mostruosità infera, il suo re secondo il mito: re, che è poi anche Satana che nelle centurie nostradamiche è indicato come Hadria, le «grand Hadrie» ossia l’Anticristo, in relazione ad Hadriatique (Centuria III, quartina 8).

Ma la suddetta quartina III-21 in esame parla di un «mer Hadriatique» che Boscolo ha tradotto in Adriatico. Apparenze.
Si tratta di uno scopo deviante ben preciso non tanto dal lato di Nostradamus che è come se abbia redatto le sue Centurie su “dettatura” da ritenersi – secondo me – lettura “lucida” di visioni medianiche.
Perciò lo scopo riguarda il fato che ha in mano le redini del destino degli uomini e delle cose terrene in genere.
Ci voleva il primo “hameçon”, ossia amo (che il traduttore Boscolo ha inteso come lenza) per legare l’invito dell’amico Gaetano Tanogabo di Facebook, riferentesi al Mare Adriatico, appunto, al quale ho risposto, ma al momento ero ancora ignaro del nesso fra la profezia di Nostradamus e la sciara sicula di Plutone (notare che Gaetano Tanogabo è di Palermo).

Ma successivamente il mare Adriatico esce di scena perché Nostradamus non dice tanto il vero, ma non per colpa sua ed è un altro mare coinvolto nella profezia, cosa che vedremo.
Su «crustamin» alcuni interpreti si soffermano con alcune interpretazioni facendolo derivare dal latino Costra e poi y Min che era un dio lunare. Ma è un altro modo di disturbare la ragione umana dei saccenti interpreti. Per il fato è stabilito chi deve saper “leggere” quella parola che è stata messa in bocca a Nostradamus. Trovato “l’orribile pesce” si capirà anche «crustamin», un dio sì ma non come quello suddetto. Ma è stato suggerito sin dal principio!

«Una delle tante immagini dei campi lavici dell’Etna (la sciara) presenti nella zona di Santissimo Cristo a pochi chilometri da Bronte. Plutone che rapisce Proserpina e il capro.»… Capito?

Poi il secondo “hameçon” e si vedrà che il vero mare è quello degli abissi inferi che nelle sciare, i poeti, chiamano  “mare dell’abisso umano”, “mare nero”. Ed è con questo amo che io, già in precedenza ho fatto emergere, non solo il re degli inferi Plutone e la sua sposa Proserpina, ma anche un capro che sta a indicare la testa della bestia e che trova la sua apoteosi quando è il tempo del Capricorno. 
Che vuol dire?
Potrebbe significare: quando Plutone, come pianeta, visto dalla terra, nel suo girovagare intorno al Sole, si presenta nel segno zodiacale del Capricorno. E siccome siamo in questa condizione in quest’epoca, dal 2008 fino al 2024, forse non è del tutto fuori pista l’indicazione profetizzata dal veggente Nostradamus.

In quanto, poi, al significato riposto nella mia scoperta – almeno questa è accertata – è tutto da vedersi… anzi da sperimentarsi.

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Canto alla sciara

Senza confini l’arida si stende

sotto l’immenso palpito stellare

immotamente e giace nel splendore

vasto del plenilunio; eppur vi balza,

e sta di qua di là, ombra profonda.

Ispidi picchi semiaperte bocche

braccia in angoscia in impietrito grido

profili inferno sull’aperta terra,

ampia ferita dell’insonne abisso.

Tombe scoperte al balzo della carne

innovata dal suono della tromba

delli angeli, terribile, implacabile.

Tutta la sciara vive eternamente

l’attesa del giudizio universale.

Non vi cantano grilli, non cicale,

né l’assiolo vi batte le nere ali.

Non la rana vi salta… Un desolato

senso vi spira malinconia.

Sciara, sciara sempre, e poi, sciara.

Sotto il cocente sole d’agosto,

sotto il brillio degli astri scintillanti,

sotto l’ululo ardito e le zaffate

cupe del vento e lo scrosciar dell’acque

a torrenti dai nuvoli di cenere.

Invano cerchi una carezza agli occhi

teneroverde, una tremante erbetta.

La sciara sta deserta immobilmente.

II

Fiumi infocati, lunghi, inesorabili,

vòmiti ardenti d’un gigante in pena,

lenti, continui, fumiganti,

scendevano solcando queste terre,

ove rise la glauca pupilla

su un visetto freschissimo di rosa,

delizia della madre, e a tarda sera

vi tremava un lumino da un insonne

finestra ancora aperta sulla terra

sotto lumini innumeri dal cielo.

E rideva la vita allo stellare

fiorir dei mandorleti rinascenti

tremanti al vento delle primavere.

Orma alcuna non più di quanto visse.

Un deserto di pietre indefinito

ora l’ardente lava fumigante

inesorabil dio senza pietà.

Il tempo sì è fermato: immenso spazia,

algido, nudo, il soffio dell’eterno.

E tu respiri a pena, a pena avverti

che ti copre la lava della carne

e in quel silenzio immobile di pietre

senti il petto, spaurito, il tonfo

a pena percettibile del cuore,

remo che batte regolare l’acque

nere del mare dell’abisso umano.

Fulvio Failla [3]

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Brescia, 1 agosto 2010

 

_________________
[1]http://www.bronteinsieme.it/5am/sciara.htm
   [2]http://www.bronteinsieme.it/5am/sciara.htm
[3]Fulvio Failla nasce nel 1916 a Siracusa e qui trascorre la sua giovinezza abitando nella zona di Ortigia. Consegue la maturità liceale in questa città e in seguito, con la famiglia si trasferisce a Catania dove si laurea in lettere. Passata la guerra insegna come docente di lettere e latino nei licei di Crema e poi Cremona. A partire dal 1965 è docente, sempre di lettere e latino, al Liceo di Brescia e poi altri Istituti superiori, fino al pensionamento. Ha scritto vari libretti di poesie ed un lavoro su Savonarola. Invecchiando, la sua salute si compromette irrimediabilmente e nel 2002, in seguito a complicanze  muore. La poesia, “Canto alla sciara” fa parte di un suo libretto di Liriche intitolato Primi Quadretti – Editoriali de “LA ZAGARA”, Reggio Calabria.