Omero, nell’Odissea, usa un termine, ψϋχή (psiche), che lo stesso Socrate sfrutterà come pilastro della sua filosofia; “psiche”, respiro, soffio vitale, anima.
Presso i Greci, Psiche designava dunque l’anima perché originariamente identificata con il ‘soffio’, il respiro vitale.
Le parole «anima» e «psiche» possono essere considerate come sinonimi, sebbene «psiche» abbia connotazioni relativamente più fisiche ed è prerogativa dell’uomo vivo, mentre l’anima, che si forma in punto di morte a somiglianza del defunto dalla cui bocca esce, è collegata più strettamente alla metafisica e alla religione.
Da queste astrazioni nacque la favola di Psiche e Amore (Eros).


La favola di Psiche e Amore

Psiche, rappresentata da Apuleio nella favola “L’asino d’oro” (libro IV, XXXII) come una ragazza di rara bellezza (“Metamorfosi”, IV-VI), suscitò in Afrodite una profonda gelosia, tanto che la dea ordinò a Eros di far nascere nel cuore della giovane l’amore per un uomo spregevole.
Ma Eros, appena vide Psiche, se ne innamorò perdutamente e, con l’aiuto di Zefiro la rapì conducendola in un luogo incantato.
Tutte le notti si recava a trovarla, intrattenendosi con lei fino all’alba, ma le aveva imposto una condizione: Psiche doveva ignorare l’identità dell’amante.
La curiosità, tuttavia, ebbe il sopravvento nella giovane e, una notte, mentre Eros dormiva, Psiche accese una lampada per guardarlo. Eros si destò e, vedendosi scoperto, fuggì e non tornò più. Allora il luogo dove si trovava Psiche perse ogni seduzione e divenne improvvisamente arido e brullo.

Psiche, abbandonata a causa della sua colpa, pensò di uccidersi gettandosi in un fiume, ma la corrente, impietositasi, la riportò sulla riva. Così iniziò a cercare inutilmente per il mondo il suo amore.
Eros, invece, tormentato dallo stesso dolore di Psiche, trovò rifugio presso la dimora materna.
Afrodite, quando seppe che suo figlio aveva osato amare una mortale, che era anche sua rivale, non potendo fare niente di male al figlio pensò di vendicarsi su Psiche. Con il permesso di Zeus, mandò Ermes in giro per il mondo a divulgare la notizia che Psiche doveva essere punita come nemica degli dei, e che il premio per la sua cattura sarebbero stati sette baci che la stessa dea avrebbe donato.
La notizia giunse fino alle orecchie di Psiche, che decise di andare sull’Olimpo a chiedere perdono. Afrodite la fece flagellare adducendo che era la  giusta punizione di una suocera addolorata.
Psiche divenne sua schiava, e inutilmente la giovane si rivolse a Demetra ed a Era (Giunone) perché la difendessero dall’odio della dea che continuava a perseguitarla dandole i compiti più ingrati e difficili. Le fu ordinato di dividere un cumulo di grano, orzo, miglio e altri semi, e separare un mucchio di perle in base alla dimensione, ma le formiche la aiutarono facendo gran parte del lavoro.
Un’altra volta la dea le ordinò di portarle il vello dorato dei montoni selvaggi, ma le canne che crescevano lungo il fiume le dissero che i montoni, verso sera, dormivano estenuati dal calore della giornata e che quindi era più facile avvicinarli.
Psiche riuscì quindi anche in questa impresa. Afrodite pretese una giara di acqua gelata dello Stige, dove viveva un drago, ma fu l’aquila di Zeus a compiere la missione per lei.
Alla fine la dea chiese a Psiche di portare un vaso nel mondo sotterraneo a Persefone, affinché vi mettesse un po’ della sua bellezza, perché la dea dell’amore aveva consumato la sua nel curare il figlio.

Psiche non sapeva dove andare, quando vide una torre, pensò che da lì avrebbe potuto buttarsi per porre fine alla sua vita. Ma la torre stessa le parlò indicandole l’entrata del mondo sotterraneo.
La bella Psiche che, pur essendo ancora viva, dovette pagare a Caronte, il traghettatore degli inferi, due volte (l’andata e il ritorno) per entrare nel palazzo di Persefone, come racconta Apuleio nelle Metamorfosi. La dea la accolse con cortesia, prese il vaso e lo riempì.
Psiche poté così tornare nel mondo dei vivi ma, dopo tutto quello che aveva subito, non riuscì a resistere alla tentazione di aprire il vaso e prendere un po’ della bellezza contenuta per sé.
Il vaso, non appena lo aprì, si rivelò vuoto e Psiche cadde a terra in un sonno profondo.
Quando Eros seppe di quello che stava succedendo, riuscì a eludere la sorveglianza della madre e a ritrovare Psiche. La rianimò e la fanciulla riconsegnò il vaso ad Afrodite.
Eros si recò da Zeus e gli chiese di aiutarlo, e questi decretò che il matrimonio tra Eros e Psiche poteva essere celebrato. Psiche fu portata sull’Olimpo e furono celebrate le loro nozze alla presenza di tutti gli dei, ma prima Zeus le fece bere l’ambrosia, rendendola immortale, e placando finalmente la gelosia di Afrodite.

Dall’unione di Eros e Psiche nacque una figlia, conosciuta col nome di Voluttà (Volupta), il Piacere in senso stretto.

Questa storia d’amore ha ispirato artisti, famosi e non, di tutti i tempi ed un  amico, Piero Ciaramelli, ha realizzato, in onore dei due protagonisti, anche una statua in cioccolato

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