La data di nascita del Langetti oscilla tra il 1621 e il 1625; qualora si prestasse fede all’età indicata nel suo atto di morte, dove viene detto di quarantun anni, essa andrebbe posticipata addirittura al 1635. Ne consegue la difficoltà di chiarirne la formazione, avvenuta in ambito genovese secondo la critica moderna, mentre le fonti lo dicono allievo a Roma di Pietro da Cortona.
Intorno alla metà del secolo si stabilì a Venezia, dove terminò il proprio tirocinio nella bottega del genovese Giovan Francesco Cassana.

Influenzato soprattutto dal naturalismo di Ribera, che conobbe anche tramite Luca Giordano (presente a Venezia tra il 1650 e il 1654), si caratterizza tuttavia per una maniera che fonde il «tenebrismo» paracaravaggesco con cromatismi e pastosità derivanti da Pietro da Cortona e da Bernardo Strozzi.
Del suo ricco 
catalogo – poco meno di un centinaio di opere – solo tre dipinti sono databili con buona sicurezza: la Crocefissione della chiesa della Teresa (1663-64: oggi a Venezia, Ca’ Rezzonico), San Pietro e San Paolo (1675 ca.: Padova, San Daniele). Tra queste si scalano la Visione di san Gerolamo (Cleveland, Museum of Art), Apollo e Marsia (Dresda,gg), Ercole (Vienna, km), Mercurio e Argo (Genova, Gall. di Palazzo Bianco).
A Venezia, che sfruttava fino all’esaurimento l’eredità del XVII sec., Langetti ebbe un ruolo importante nello sviluppo della corrente naturalistica, per quella sua espressività caricata che non esclude influssi di Stroz
zi e di Rubens. Risentirono della pittura del Langetti: Johan Carl Loth, Antonio Zanchi, Francesco Rosa e Andrea Celesti ai suoi esordi.
Il 19 ott. 1676 il Langetti fece testamento, disponendo la restituzione di un anticipo di 100 scudi, ricevuti dalla Fabbrica di Carignano per una pala d’altare che avrebbe rappresentato il primo impegno del pittore per la sua città natale, ma che non venne mai neppure cominciata. Appena tre giorni più tardi, il 22 ott. 1676, il Langetti morì. Lo stesso giorno fu redatto l’inventario dei suoi beni, che documenta una condizione di notevole agiatezza e descrive fra i suoi averi, esposta in un corridoio presso la cucina, “una testa piccola” del suo prediletto Jacopo Tintoretto.

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