Giovan Battista Piazzetta, esponente di spicco della pittura veneziana a cavallo tra il barocco e il rococò, dopo la morte del Molinari, suo primo maestro, si trasferì nel 1704 a Bologna lavorando nella bottega di Giuseppe Maria Crespi dal quale assimilò, anche grazie alla conoscenza delle opere del Guercino e del napoletano Luca Giordano, l’uso del chiaroscuro e dei forti contrasti cromatici oltre alla predilezione per quella tavolozza a macchia, appena tratteggiata, fondamentale nel percorso artistico del Crespi, ancora saldamente legata all’impostazione figurativa derivatagli dall’alunnato presso il «tenebroso» Molinari.

Giovanni Battista Piazzetta, autoritratto

Dopo l’insuccesso ottenuto con la pala per la Scuola dell’Angelo custode con la Madonna e l’Angelo custode, rifiutata e sostituita da un’opera di Sebastiano Ricci, il Piazzetta affermò pienamente la conoscenza degli insegnamenti crespiani e del barocco napoletano del Solimena nel Martirio di san Giacomo, dipinto nel 1722 per la chiesa di San Stae: prevalgono i rossi e i bruni per una raffigurazione drammatica dell’evento narrato dove la figura del santo richiama apertamente le immagini del Crespi.
Parte della critica riferisce allo stesso periodo anche il Sacrificio di Isacco della collezione Thyssen Bornemisza (già Lugano, Castagnola) sia per il drammatico accento chiaroscurale che lo caratterizza sia per l’impostazione delle figure addensate nella parte mediana del dipinto. Già dal 1724, con la Vergine e san Filippo Neri per la chiesa di Santa Maria della Fava, Piazzetta incominciò a schiarire sensibilmente la sua tavolozza, cosí come nell’Estasi di san Francesco, opere basate su una struttura compositiva a linee diagonali di estremo rigore costruttivo.
La stessa ricerca di colori tenui si avverte anche nel San Domenico in Gloria che adora la Trinità (1727: Venezia, Basilica dei Santi Giovanni e Paolo), unico affresco della produzione piazzettesca, dove la Vergine al centro della volta, immersa in un fascio di luce, accoglie san Domenico trasportato da angeli ormai chiaramente ispirati dalla pittura scenica del rococò veneziano di Sebastiano Ricci e del Tiepolo.
Un legame evidente anche nella successiva Assunzione della Vergine del 1735 ora al Louvre (Parigi) e nella pala con i Santi Vincenzo, Giacinto, Ludovico e Bertrando, dipinta nel 1738 per la chiesa dei Gesuati di Venezia, cosí come dal Ricci sono derivate le composizioni della Rebecca ed Eleazaro al pozzo (1735-40: Milano, Brera), dell’Indovina (1740: Venezia, Accademia), della coeva Scena Pastorale dell’Art Institute di Chicago, e della Passeggiata campestre realizzata entro il 1745, attualmente esposta a Colonia. Piazzetta riprese, infatti, in queste tele, il tema di genere già affrontato durante gli anni giovanili sotto l’influenza del Crespi abbandonando però definitivamente quella raffigurazione drammatica delle prime opere a favore di un’apertura luminosamente serena e priva di tensioni emotive, manifestando il gusto verso la pittura gioviale ispirata al mondo dell’Arcadia.
Accanto all’attività pittorica va anche ricordata la prolifica attività del Piazzetta nel disegno sia di quelli preparatori per i dipinti sia di quelli utilizzati per correlare i volumi a stampa come La Gerusalemme Liberata, edito nel 1745 e illustrato da suoi disegni incisi da Marco Pitteri.
Nel 1750 fu nominato direttore della Scuola di nudo dell’Accademia veneziana. Anche con tali gratificazioni, il Piazzetta trascorse gli ultimi anni in indigenza; la morte sopraggiunse il 29 aprile 1754.

da ricerche sul web

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