Piramo e Tisbe erano due leggendari amanti che la mitologia greca e romana trasse da una favola d’ispirazione orientale.
La loro storia, anche se era stata già narrata da Igino (Fabulae 242), ci viene più ampiamente descritta da Ovidio nelle sue Metamorfosi, con un racconto molto simile alla tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta.

Piramo e Tisbe erano due giovani babilonesi, vissuti durante il regno di Semiramide, che abitavano in case vicine e, nonostante il divieto dei genitori che si odiavano a morte, si innamorarono.

Una volta furono sorpresi a baciarsi e furono rinchiusi in due sgabuzzini nelle cantine del palazzo ma, tramite un piccolo buco sul muro che separa le case, si sussurrarono le più tenere frasi d’amore. I due progettarono un piano per fuggire, avrebbero incatenato i loro guardiani ed avrebbero sottratto loro le chiavi per uscire.
La nutrice di Tisbe era una donna ingenua, ed era molto facile sottrarle le chiavi, mentre Piramo si era messo d’accordo con il suo guardiano che avrebbe finto di essere stato aggredito e gli avrebbe consegnato le chiavi.
E così avvenne.
I due girarono per le campagne fino a quando non trovarono un rifugio sotto un antico albero di gelso vicino al sepolcro di un certo Nino (che in ebraico significa bello). E lì, complice il tramonto, si amarono…
Poco dopo Tisbe uscì dal rifugio nell’oscurità e andò verso la fonte vicina ma si accorse che una leonessa stava bevendo. La ragazza si nascose in un antro buio e nella fretta le cadde il velo. La leonessa prese il velo e, giocando, lo lacerò sporcandolo con la bocca insanguinata dal residuo di una preda precedentemente cacciata.
Piramo, giungendo subito dopo, vide il velo lacerato e sporco di sangue. Non trovando la sua amata fu colto da disperazione e, credendo che l’animale avesse ucciso Tisbe, raccolse il mantello, lo baciò e si trafisse con un pugnale. Il suo sangue colorò di porpora le bacche del gelso.

Tisbe, ancora spaventata, prudentemente uscì fuori dal suo nascondiglio e tornò indietro. Quando arrivò, vide che le bacche del gelso avevano cambiato colore e guardandosi attorno vide il suo amato steso a terra.
Piramo ebbe solo la forza di aprire gli occhi per vedere Tisbe e morì. Tisbe lo baciò, gli tolse il pugnale, se lo puntò sul seno e si tolse la vita.

La prima stampa in lingua inglese delle Metamorfosi di Ovidio, nella traduzione di William Caxton, circa 1480. I visitatori possono vedere una Babilonia medievale, Piramo sul petto con la spada, la tomba di Nino sotto un albero di gelso, Tisbe, il velo, e il leone.

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fonte: tanogaboblog.it

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