Pietro Vannucci detto il Perugino (Città della Pieve 1445-Fontignano 1523)

Perugino - AtoritrattoCertamente il Perugino appartenne alla élite intellettuale di Lorenzo il Magnifico, lavorò infatti ancora intorno al 1490-1491 insieme ancora a Botticelli, Ghirlandaio e Filippo Lippi nella villa dello Spedaletto a Volterra, una dimora di Lorenzo dei Medici. Ma è da ribadire la dimensione culturale molto più ricca del Perugino, che tra il 1480 e il 1500 (periodo di massimo splendore) seppe essere attento a tutti i cambiamenti della sua epoca e seppe superare anche gli schemi della corte medicea. Valga al proposito il profondo influsso che ebbero su di lui le prediche del Savonarola.
La identità storica e pittorica del Perugino nell’ultimo ventennio del 400 non è quella di un pittore del suo tempo, ma del pittore per antonomasia del tempo.
Pietro Vannucci possiamo a ragione ben dire fu la fucina del Rinascimento fiorentino, perché seppe sintetizzare tutte le vecchie istanze e porre le basi del nuovo: perché nessuno ebbe dopo il Verrocchio una bottega così grande ed organizzata, perché nessun pittore dell’epoca ebbe tanti allievi di successo tra cui ricordiamo il Pinturicchio, Andrea d’Assisi detto l’Ingegno (bellissimo il ritratto di giovane esposto ora alla Galleria Nazionale dell’Umbria), Eusebio di San Giorgio e Raffaello. Perché il classicismo nel Rinascimento del 1500 fu Raffaello Sanzio, che fu responsabile della fabbrica di S Pietro fino alla sua morte avvenuta nel 1520. E solo dopo il 1520 gli successe quale responsabile Michelangelo. Perché la dimensione culturale del Perugino seppe espandersi in tutta Europa e anche in quella Venezia, che alla fine del 1400 era nel periodo di massimo potere. E a Venezia dipingevano Giorgione (maestro di Tiziano), Durer e altri come Giovanni Bellini e Carpaccio. A Venezia il Perugino dipinse quel “ritratto di Francesco delle Opere” dagli olii splendidi, ammirabile anch’esso nella mostra di Perugia, da cui possiamo capire, tornando al nostro dipinto della galleria Nazionale delle Marche, da chi avesse imparato la tecnica della pittura a olio Raffaello. A Venezia iniziò l’adesione alle consuetudini figurative dell’ambiente veneziano di fine 400 ad esempio con l’adozione del fondo scuro dei dipinti di devozione privata, prima invisibile, come nel bellissimo Compianto sul Cristo Morto di Williamstown. 

Si è detto che il Perugino fosse ripetitivo: ma non fu proprio lui a introdurre il tipico criterio della pittura moderna della riconoscibilità? Non erano proprio i contemporanei a richiedere opere simili? Certamente non si poteva e non si sarebbe potuto chiedere a un pittore che era immerso nella fervida confusione di una moderna industria dell’arte di potersi reinventare per più di un trentennio. Pietro Vannucci dipinge a livelli eccelsi per oltre venticinque anni, prendendo come spartiacque quel 1505 data di consegna a Isabella d’Este della “Lotta tra la Castità e la Lascivia”, che non piacque alla committenza. Ma si può chiedere di più a un artista che non poté giovarsi della intimità e della calma con cui certo lavoravano altri artisti come Michelangelo, che non gradiva l’aiuto di assistenti? Vannucci non fu un artista, ma una holding del suo tempo, e non era certo intimorito dai potenti dell’epoca che lo pregavano cortesemente, come Ludovico il Moro.

Pietro Vannucci non fu un pittore di secondo piano quindi, ma uno dei grandi teorici del Rinascimento pittorico fiorentino, se non l’unico grande teorico.

Perugino - Consegna delle chiavi a San Pietro

Nel 1489 dipinge nella Cappella Sistina la Consegna delle chiavi a San Pietro: un’opera che apre la strada a Raffaello, che da lui prenderà l’equilibrio della composizione, l’accordo delle figure col paesaggio, il gusto del colore vivo. E’ il suo capolavoro e, infatti, da quel momento si limita a riprodurre una serie di temi convenzionali.

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