Perle di filologia della lingua siciliana a cura di Federico Faraone

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tintu

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TINTU –  Dal significato specifico di macchiato, dipinto e da quello generico di cattivo, non buono, riferito a persona o cosa. L’aggettivo latino tinctus dato dal verbo tingere, ha il significato proprio di “bagnato, impregnato”, ma anche quello di “tinto, colorato” (ricorda anche la nostra tintarella). Per non parlare dell’italianissima “tintoria”.
   Il latino cristiano ha infine fornito il significato di “immerso nell’acqua, battezzato”. E proprio il valore negativo di “non buono – non valido”, riflette la posizione di condanna della Chiesa verso i battesimi impartiti nell’ambito delle varie eresie.    

foto tratta da: aforismario.net
foto tratta da: aforismario.net

In questo senso l’appellativo di tintu non è gradito in nessun caso, perché indica sostanzialmente una contraffazione. Tutto quanto (persone, oggetti, frutti etc.) viene detto tintu in quanto alterato, anormale, non integro, di vile valore. Gli usi più significativi e tipici, ci ricordano l’uomu tintu: attribuzione di gran disprezzo, aggravata nell’espressione aggiuntiva di tintu e malu vattiatu, (cui persino il battesimo sarebbe stato male impartito). Né potremo qui ignorare la “celebre” tinturia, condizione di apatia, indolenza, pigrizia.

     Tornando all’argomento “battesimo”, l’espressione del vinu vattiatu ci fa pensare al raggiro dell’annacquamento ingannevole del vino (che di conseguenza è diventato tintu).
In  contrasto con il  vinu vattiatu,  il nostro ricco frasario possiede un’altra splendida ed antica locuzione: quella del  vinu turcu,  in cui si assicura  in pratica che  questo vino  non  è  stato battezzato (ossia  non è annacquato!). 

 

Questo accenno è tratto, in sintesi, dall’opera di Luigi Lombardo – La Provincia di Siracusa e le sue tradizioni popolari- p.197-  Zangara Stampa (1996)

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Restando in tema “cattiveria”, mi piace aggiungere, in calce alla ricerca filologica di Federico Faraone, un breve scritto tratto dal web….

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA

C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.
Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anch’egli, così decise di diventare “buono”.
Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo”, il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.
Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!
Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.

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Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino “bè, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.

La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.