Perle di filologia della lingua siciliana a cura di Federico Faraone

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ammàtula e aranciu

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Ammàtula (o anche ammàtila).   Col significato di invano, inutilmente.  Dall’arabo ar am batil (= quello che è vano, inutile) sembra trovare esatta corrispondenza nella locuzione ammàtila, dove il gruppo m+b diventa per noi sempre una mm.  Interessante sotto questo aspetto l’avverbio greco μάτην (màtēn), che ha origine dal verbo ματάω (matàō = perder tempo, indugiare) che potrebbe costituire utile etimo anche per lo stesso “batil” arabo. Anche lo spagnolo/catalano ci propone la locuzione en balda (= invano).

Un’altra tesi va citata comunque e riguarda una costruzione tutta latina: ad mala tuli, che ci può portare a una ammissibilissima lettura di ammàtula, anche se sembra “forzare” un po’ sul significato letterale di: ho portato (il discorso o la vicenda) a risultati (o conseguenze) non buone e quindi “ho parlato invano”.

arancia 

ARANCIA (anche aranciu, frutto e albero). Questo nome deriverebbe dall’arabo (ed è d’origine persiana) narāng, passata attraverso lo spagnolo naranja (narangia o naranka).  Né sembra sia stata del tutto sconosciuta agli antichi greci, che la chiamarono Μηδικόν μήλον (Medicòn mèlon), ossia “frutto dei Medi”, popolazioni appunto dell’antica Persia, dai territori molto più vasti di adesso.            

Alcuni antichi testi romani riportano che già nel I° secolo d.C. questa pianta era presente in qualche giardino romano. L’albero veniva ancora chiamato infatti Medica arbor, ossia albero dei Medi (e quindi “persiano”) e il frutto Medicum malum (= frutto dei Medi-Persiani), ma anche Aureum  malum (= frutto dorato,  perché era del color dell’oro).

Era coltivato particolarmente in Sicilia e veniva anche denominato melarancia. Stiamo però parlando della classica arancia amara, impiegata per decorare i giardini. Molto tempo dopo, anche le marinerie genovese e veneziana portarono dall’Oriente nuove mercanzie finora sconosciute. Tra queste, sarebbe arrivata anche l’arancia (quella “dolce” che usiamo oggi), la quale prese piede solamente nella terra calda siciliana e rimase poco diffusa. Solo qualche secolo più tardi (siamo già nel XVI° secolo e dunque intorno al 1700), i marinai portoghesi avrebbero portato in tutto il mediterraneo europeo l’arancia dolce, che forse ricordando gli importatori, venne chiamata “partualla”.

Altra fonte forse più attendibile, perché precedente l’arrivo dei portoghesi, la fa derivare invece dall’arabo bourtuqāl,
La regolare coltivazione per il consumo e per il commercio organizzato (anche verso il nord europeo) si ebbe solo verso la fine del 1600.

Sia il frate siciliano Francesco Cupani (“Orto cattolico”-1696) sia lo svizzero Casparus Bauhin (“Pinax Theatri botanici” – 1671)  denominavano l’albero dalla composizione di due termini: malus e aurantia (dove  malus =  albero e  aurantia = arancia, in  quanto i frutti sono “del  colore dell’oro” e l’oro è detto, in latino, aurum. Il che spiega il nome della melarancia di cui abbiamo già detto.
Dovremmo ricordare in proposito, che il latino definiva genericamente malus (di genere femminile) la pianta/albero e malum (sempre di genere neutro) il frutto ed in particolare la mela, che è rimasta così chiamata fino ai nostri tempi.