Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Origine di un motivo musicale: IL SILENZIO

di Federico Faraone

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IL SILENZIO

Origine di un motivo musicale.

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L’esecuzione musicale del Silenzio ha fatto la fama e la fortuna di valenti artisti della canzone:

la voce calda di Dalida (“bonsoir mon amour” del 1965) e le splendide trombe di: Nini Rosso (alla metà degli anni ’60); del francese Andre Rieu, nel 2010; e della giovanissima Melissa Venema, nel 2010, etc.
Molti di noi  ex giovanissimi, abbiamo anche ballato al suono di questa struggente melodia, in avvincenti valzer mielati o avvinghiati in languidi passi di tango-mattonella.

Altre volte l’abbiamo anche ritmato, concentrati e raccolti, in un modulato mormorio o fischiettato, con impegno serio e convinto.

Ai  “maschietti” poi – e ci riferiamo  a  quelli  che hanno fatto la  naja, ossia  il servizio militare di leva -, ritornano  spesso nella mente le note  del cosiddetto silenzio d’ordinanza, eseguito dal trombettiere di caserma che, con la consueta solennità,  imponeva la cessazione di ogni rumore  (compreso quello del parlare), nonché lo spegnimento di tutte le luci fino alla sveglia del mattino seguente, che sarà anche questa scandita con apposito suono di tromba.

Chi ha assistito a un funerale militare, a una commemorazione o a una solenne manifestazione similare, non può non aver provato una viva e profonda emozione – per un certo verso anche angosciante – al suono malinconico  del  cosiddetto  silenzio fuori ordinanza.
Queste note così formali quanto solenni,  hanno spinto la nostra curiosità a ricercarne le origini.

Ed eccone l’esito.

Anche se non esistono documenti o testimonianze ufficiali al riguardo, viene comunemente accettata  la narrazione (quasi una leggenda), secondo la quale il silenzio  é nato in ambiente militare ed ha una sua origine triste e dolorosa, collegata a un episodio del 1862, avvenuto nel corso della tremenda “guerra di secessione americana” (1861-1865) che causò,  in base a studi recenti, la morte di quasi 750.000 soldati e un numero mai precisato di civili. Secondo una stima, sarebbero periti  il  10%  di tutti i maschi degli Stati del Nord tra i venti e i quarantacinque anni e il  30%  di  tutti i maschi degli Stati del Sud tra i diciotto e i quarant’anni.

Nella circostanza cui ci riferiamo, l’esercito dell’Unione (Nordisti)  era attestato presso Harrison’s Landing, nella Virginia, mentre lo schieramento dei Confederati (Sudisti)  era posizionato a nord-est dell’area di conflitto:  fu uno scontro epico, spietato e molto sanguinoso,  protrattosi per sette lunghi giorni.

Durante una notte, in una delle rare e momentanee tregue dei combattimenti,  il capitano Robert  Ellycombe,  che comandava una batteria di artiglieri,  udì i gemiti di un soldato ferito nel campo di battaglia. Senza sapere se fosse dell’Unione o della Confederazione, decise di rischiare la vita per aiutarlo e dargli umana assistenza.

Destreggiandosi al buio, tra gli spari della battaglia – che intanto era ricominciata -,  il capitano raggiunse il soldato e lo trascinò verso il proprio accampamento. Quando finalmente giunse al sicuro,  nelle sue linee di difesa,  si accorse che si trattava di un soldato dei Confederati (Sudista): quindi un militare  nemico  e  che, purtroppo,  era già morto!
Nella  penombra,  il  capitano  accese una  lanternina  per vedere  il volto  del  soldato.   E  subito restò senza fiato,  come paralizzato:  quel  soldato  era  SUO FIGLIO!.
Lo sfortunato  giovane  stava studiando  musica  in  uno degli  Stati  del  Sud, quando era scoppiata la guerra e, senza dir nulla a suo padre,  si era arruolato nell’Esercito dei  Confederati.

La mattina seguente, col cuore straziato, il padre chiese ai superiori il permesso  di  poter dare al figlio una degna sepoltura con gli onori militari,  nonostante  fosse  un  soldato nemico.
Chiese anche se poteva contare sui membri  della  banda militare per suonare al funerale del suo figliolo, ma  la  sua  richiesta  fu accolta  solo parzialmente. Solo per rispetto al padre, gli fu  concesso appena un musicista.

Il  capitano  scelse  allora  un trombettiere  e  lo  incaricò anche  di suonare una sequenza di note musicali,  che  aveva  trovato  nella  tasca  della divisa del  giovane  defunto.
Si trattava di quella che oggi conosciamo come  il silenzio.

Questa  nuova e mesta melodia fu subito adottata per onorare la sepoltura dei militari deceduti in battaglia.
In effetti, data la  vicinanza  dal  nemico,  un  suono  di tromba  avrebbe  fatto meno rumore della consueta scarica di tre colpi di fucile, che dal punto di vista tattico poteva anche denunciare una perdita umana, a favore del nemico stesso.  (Purtroppo,  anche questo è la guerra!.)

Ma la natura umana, sempre tesa al protagonismo in qualsiasi ambiente e in qualsiasi circostanza, non mancò neanche stavolta di mostrare la sua spregevole e bassa disinvoltura.  Infatti, poco tempo dopo, il generale  Daniel Adams Butterfield avrebbe deciso di ufficializzare, per  tutto  quanto l’esercito americano, questo  triste  cerimoniale,  facendolo  passare  per  una  “sua  creazione”. Si conosce  anche il  nome del primo esecutore  di una suonata solenne  del “silenzio fuori ordinanza”:  il trombettiere Oliver W. Northon,  della  83.a Pensylvania Volontari. Questa auto-attribuzione è stata vivamente contestata da alcuni storici militari e musicali, i quali ritengono che  Butterfield  abbia  solamente  “scopiazzato”  una  melodia  già  esistente. (non  era per caso  quella  del  soldato sudista Ellycombe?)….
Entro  pochi  mesi,  poi,  il  silenzio  suonato da  una tromba  entrò  nel protocollo  convenzionale  sia dell’esercito  dell’Unione  che di  quello  dei Confederati. 

La versione “d’ordinanza” (ossia una breve parte di questa melodia)  fu in uso col nome di Taps. 

La parola  taps  corrisponde  all’inglese  “rubinetti”  e sintetizza  l’espressione  << close  the (beer) taps, and  send the troops  back to camp >>,  il che vale a dire:  < chiudete i rubinetti  (che erogano birra)  e  mandate  le truppe  all’accampamento >.
Destinatari  di questo  squillo/avviso, erano i bar interni alle caserme (spacci militari) e gli ambienti  esterni viciniori, che  di  sera  erano  frequentati  dai  soldati  in  libera uscita.    

In  tempi più recenti, presso l’esercito americano, il Taps diventò un richiamo sonoro per  la ritirata e lo spegnimento  delle luci. Questa  versione  cosiddetta  d’ordinanza,  rimane  ancor oggi  il segnale sonoro del “Lights Out” (ossia spegnere le luci), ormai adottato  presso  gli  eserciti  della  NATO.

Qui di seguito, gli spartiti per tromba (in si bemolle)  relativi  alle due esecuzioni,  cui  segue il testo americano  originale  e la  relativa  traduzione  in italiano.

 

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(testo e traduzione tratti dal giornale on line “Qui ho posto il cuore”,  giugno 2013)

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    Ricordiamo con rispetto e gratitudine i soldati di tutto il mondo, caduti in guerra o in pace.
    Onoriamo il loro estremo sacrificio a difesa della  Patria,  delle famiglie e dei posteri.
   Su questi uomini in divisa cala il silenzio, ma sarà eterno il ricordo del loro sacrificio.

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Ritengo che possa essere il caso, in questo contesto, di dare un doveroso e meritorio cenno a John Brown, un bianco nativo del Connecticut  ed  attivo abolizionista,  che si dedicò alla causa antischiavista, operando negli ambienti degli Stati del Sud.

Per concretizzare i suoi ideali, ricorse persino a mezzi estremi di combattimento, come la lotta armata e gli attentati.  Fu però catturato dopo un fallito assalto a un’armeria dei Confederati (sudisti), con la quale intendeva innescare una rivolta.
Condannato a morte per tradimento, fu impiccato nel 1859, poco prima dell’inizio della sciagurata guerra di secessione.

La copia originale del XIII emendamento alla Costituzione degli USA, che aboliva di fatto la schiavitù, firmata anche da Abramo Lincoln e conservata negli archivi nazionali americani.

A questo autentico precursore attivista  dell’abolizione della schiavitù,  venne dedicata una ben nota canzone, diventata subito un inno per i militari dell’Unione (Nordisti) e in tempi attuali una bella e canzone per i nostri giovani scout.

In essa, l’anima di John Brown, seppur priva del suo corpo, continua a camminare insieme ai suoi compagni, per la libertà e l’uguaglianza di tutte le genti, affinché ché gli Stati Uniti tornino ad essere quello che erano nati:  essere un Paese per tutti e non solo per una razza di privilegiati.  Il ritornello è diventato un vero e proprio motivetto storico, che inneggia alla gloria di Brown e al suo viaggio in Paradiso, grazie alle “stelle gentili” che, cercando la sua tomba, lo conducono nelle Praterie Celesti.
E la sua anima cammina ancora e rivive ancor oggi, in chiunque creda nel rispetto e nella uguaglianza, nonché in quei valori per i quali venne versato sangue patrio e che ora sembrano di nuovo caduti  nella polvere.

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Federico Faraone

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    2 commenti

    1. anna sorrentino anna sorrentino
      20/05/2018    

      Fantastico questo racconto. mi è venuta la pelle d’oca. grazie Gaetano

    2. Anonimo Anonimo
      20/05/2018    

      fANTASTICO QUESTO RACCONTO.GRAZIE

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