Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Orazio Gentileschi (1563 – 1639)

Nato a Pisa da una famiglia di origine fiorentini, il Gentileschi (è questo il cognome materno adottato in sostituzione di quello del padre, l’orafo Giambattista ), allievo del fratello Aurelio, si trasferì giovanissimo a Roma tra il 1576 e il 1578. E’ da credere comunque, sulla base delle opere di poco successive (Circoncisione, 1593, Roma, Santa Maria Maggiore; dipinti in Santa Maria a Farfa, 1597-1598) che fino allo scadere del secolo il Gentileschi si sia affaticato nell’ambito del tardo manierismo locale.
Il Gentileschi aveva ormai quarant’anni quando testimoniò in favore del Caravaggio nel famoso processo del 1603.

E’ questa la prova documentaria dei rapporti intercorsi tra i due pittori; rapporti che determinarono la maturazione stilistica del Gentileschi e l’affermazione della sua nuova personalissima visione. L’indagine sul naturale condotta dal Merisi e le finalità eminentemente costruttive di quel luminismo orientarono il Gentileschi verso una ricerca che, nell’ambito del caravaggismo, rivendica un ruolo indipendente ed autonomo, del tutto estraneo al rapporto di esterna affinità di modi di certi seguaci (Baglione, Manfredi, ecc.), non condizionata, sul piano tematico, dai contenuti caravaggeschi, e fautrice di un’inedita, straordinaria interpretazione della luce che il Longhi, nel 1916, chiarì definitivamente nella sua portata di precedente storico per molti svolgimenti della pittura nel Nord (Ter Brugghen, Vermeer e P. de Hooch).
E’ appunto questa verità della luce, tersa, purissima, fredda, che trapassa in «valore» cromatico, a improntare il nuovo corso della pittura del Gentileschi. Appartengono a tale momento opere come il “San Francesco e l’angelo” della Galleria Corsini in Roma, il “David” della Galleria Spada, il “San Cristoforo” del Museo di Berlino. Intanto, nel 1612, egli aveva dovuto far fronte allo scandalo culminato nel processo contro il pittore Agostino Tassi, il quale aveva sedotto sua figlia Artemisia.
Forse, in seguito a tale vicenda, l’artista parte volontariamente da Roma raggiungendo le Marche dove sono numerose le testimonianze della sua attività. Dal 1621 al 1623 è a Genova dove dipinge fra l’altro, per Carlo Emanuele I, l’“Annunciazione” conservata nella Pinacoteca Sabauda di Torino. In seguito passò per un certo periodo in Francia, alla corte di Maria de’ Medici (1624-1626) e allo scadere del 1626 raggiunse Londra, al servizio di Carlo I d’Inghilterra. Qui fece parte del cenacolo culturale di Lord Arundel, a contatto con i protagonisti della cultura britannica del Seicento, fra cui con tutta probabilità anche Bacone; incontrò il Sandrart, che nel 1628 era presente a Londra. Il suo lavoro intanto aveva conosciuto ulteriori sviluppi verso una trasposizione raffinata e aristocratica del «genere» caravaggesco. La luce, fattasi ancora più nordica e fredda, conferisce al racconto una veridicità che non ha precedenti nella pittura
Va aggiunto, a riconferma del ruolo giocato dal Gentileschi quale tramite molto importante, a fianco dei pittori della scuola di Utrecht, per gli svolgimenti del naturalismo nel Nord, che proprio certe sue manipolazioni sottili delle tonalità più fredde ed argentee, certe sue ambientazioni di interni dove si elude la sacralità del soggetto (I santi Cecilia, Tiburzio e Valeriano di Milano, Brera; l’Annunciazione di Torino) costituirono una componente essenziale per quella pittura di costume e profana che nell’Olanda, forte di una lunga tradizione realista, troverà poi il terreno più fertile per uno sviluppo continuato e ricchissimo.
Quasi dimenticato dalla critica dei suoi tempi, il Gentileschi è oggi considerato una delle più singolari personalità artistiche del Seicento italiano.

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testo tratto da ricerche sul web e da parmanelweb

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