Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Meleagro e Atalanta

«Ella dunque, stirpe divina, l’Urlatrice, irata, gli mandò contro un feroce cinghiale selvaggio, zanna candida, che prese a conciar male la vigna d’Oineo; molti alberi alti stendeva a terra, rovesci, con le radici e con la gloria dei frutti. L’uccise Melèagro, il figliuolo d’Oineo, chiamando cacciatori da molte città e cani, ché vinto non l’avrebbe con pochi mortali, tant’era enorme, e gettò molti sulle pire odiose.» (Omero, Iliade, libro IX)

Meleagro e Atalanta

Sette giorni dopo che Meleagro, figlio di Eneo, re degli Etoli, era nato, alla madre Altea, che nella chiusa reggia vegliava tra la culla dove il piccino dormiva e il focolare dove lingueggiavano le fiamme, apparvero le tre Parche.
Cloto traeva dalla rocca uno stame d’oro;
Lachesi reggeva quello stame d’oro nelle palme aperte;
Atropo teneva sospeso il filo donde pendeva il fuso e impugnava le cesoie in gesto di attesa.


Disse Cloto ad Altea:

– Tuo figlio crescerà generosissimo.
Disse Lachesi:
– Tuo figlio crescerà fortissimo.
Disse Atropo:
– Tuo figlio vivrà finche non sarà interamente consumato quel tizzone che ora sta bruciando nel focolare.
E additò un tizzone tra le fiamme.

Meleagro e il cinghiale. Copia romana in marmo (ca. 150) da un originale greco

Le tre Parche sparirono. Altea balzò al focolare, ne trasse il legno ardente, lo spense, lo rinserrò in un cofano e lo nascose affinché nessuno lo trovasse. Allora un lungo sospiro le uscì dal petto, un muto impeto di orgoglio fremette in lei: «Mio figlio non morrà mai !» pensò.
Passarono anni e Meleagro crebbe ardito, bello, forte, generoso.
Avvenne che una primavera Eneo dimenticasse di consacrare, come doveva, le primizie del suo raccolto ad Artemide (Diana) che, offesa e sdegnata, sfrenò contro l’Etolia un mostruoso cinghiale a portare da per tutto la devastazione. Campi e frutteti, uomini e armenti si abbattevano al passaggio dell’enorme feroce animale. Il re Eneo inviò messaggeri per tutta la Grecia.

– Eroi di tutta la Grecia, questo vi manda a dire Eneo, re di Calidone: un cinghiale, un mostro enorme e crudele, è venuto a devastare la sua terra e la sua gente. Eroi di tutta la Grecia, accorrete a dargli caccia: la fiera è degna di voi e del vostro ardimento. Chi la ucciderà, oltre ai doni che io gli darò, ne avrà in premio la spoglia e se ne glorierà lui e con lui si glorieranno i suoi figli e i figli dei figli.
Questo fu il bando e da tutta la Grecia convennero a Calidone gli eroi: da Messene vennero Ida e Linceo; vennero da Sparta i divini gemelli Castore e Polluce; dalla Tessaglia vennero Admeto, Giasone, Piritoo; da Ftia venne Peleo; venne Teseo da Atene; venne Telamone da Salamina; venne, in una nuova sosta del suo glorioso vagabondaggio, Ercole; dall’Arcadia venne Atalanta.
Atalanta? Una donna?

Come la videro apparire, gli eroi ebbero un gesto di sorpresa e di sprezzo. Una donna tra di loro, a una simile impresa?
Atalanta era bella; e Meleagro avvampò d’amore e la difese; Atalanta era ben degna di partecipare con loro alla fiera caccia.
Atalanta era figlia di Iaso, re dell’Arcadia. Quando gli era stata annunciata la nascita di una figlia, Iaso, che voleva a tutti i costi un maschio, aveva fatto abbandonare la piccina in una foresta del monte Partenio, dove, nutrita da un’orsa e poi raccolta e protetta da alcuni cacciatori, Atalanta era cresciuta gagliarda e intrepida, compiacendosi della propria vita selvatica e di ogni caccia più audace.
Ora viveva alla reggia di suo padre, che aveva saputo di essere figlia di re, e il padre avrebbe voluto che lei si sposasse: se non un figlio, almeno un nipote!

Sposarsi? Atalanta non ne voleva sapere.
Libera di scorrazzare per boschi e per montagne con arco, frecce e cani: questo le piaceva, questo voleva!
Ma non potendo contrastare al desiderio paterno, aveva posto una condizione: avrebbe sposato soltanto chi fosse riuscito a vincerla alla corsa; chi invece avrebbe perso, avrebbe perduta anche la vita. Sarebbe venuto il tempo che un giovane, con l’aiuto di Venere, avrebbe vinto la bella riottosa lasciando cadere lungo il percorso le mele d’oro delle Esperidi e facendo sì che lei, incuriosita e stupita, s’indugiasse a raccoglierle e ad ammirarle; intanto, fino a quel momento, nessuno l’aveva mai superata e molti nobili principi ci avevano già rimesso la vita.
Meleagro, dunque, innamorato, parlò agli eroi greci e li persuase che Atalanta meritava di essere accolta tra loro.

Convenuti che furono tutti gli eroi, il re Eneo li onorò con feste e banchetti per nove giorni: quindi ebbe inizio la caccia.

Subito la belva fece vittime tra gli inseguitori e sfuggì alle loro insidie internandosi ora nelle macchie più folte, ora nei burroni più impervi.
Finalmente venne accerchiata.
Mentre il cerchio andava stringendosi intorno al cinghiale, alcuni eroi cadevano agli urti e sotto le sue zanne, altri nell’impeto e nel corso della caccia si colpivano per errore l’un l’altro. Atalanta, per prima, riuscì a ferir l’animale con una frecciata al dorso. Meleagro, che lo vide rivoltarsi inferocito, gli si buttò contro e gli piantò un giavellotto in un fianco. La belva grugnì furibonda; volle rilanciarsi, e non poté; stette ferma sui quattro piedi tremando tutta: si rovesciò a terra, annaspò con le zampe, rugliò, sbavò schiuma e sangue; rantolò, cadde, giacque inerte. Mèleagro le fu sopra a coltello in pugno e la scuoiò: la spoglia era sua.

Ma egli l’offrì ad Atalanta: era stata lei la prima a colpire il cinghiale. E poi Atalanta era così bella e così ardita! I compagni di caccia protestarono: – A lei? A una donna?

Più sdegnati di tutti si mostrarono i tre zii di Meleagro, i quali si avventarono e tentarono di toglierle il trofeo. Meleagro si gettò tra loro a difendere i diritti di Atalanta. Corsero parole aspre, minacce. Le passioni si rinfocolarono; gli animi si divisero. Si venne alle prime avvisaglie.

Ne nacque una guerra tra le città dell’Etolia; Meleagro vi si dimostrò guerriero e condottiero accorto e risoluto.
Un giorno i tre zii, che non avevano deposto l’ira e il dispetto, tesero un agguato ad Atalanta; Meleagro sopravvenne e, lancia e spada in mano, dopo un duro combattimento, mentre fino a quell’occasione li aveva più di una volta risparmiati, ora li uccise tutti e tre.
Quando Altea seppe la morte dei suoi tre fratelli, arse di dolore e di collera.
– Per una donna? Per offrire la spoglia di un cinghiale a un’avventuriera? I suoi zii! I miei fratelli!
E nel rovello della passione, non sapendo bene cosa faceva, Altea corse al cofano, ne trasse il tizzone e lo buttò sul fuoco.
Il legno si accese, crepitò, si ravvolse di fiamme, arse, si consumò. Con esso si distrusse e finì, nel tempo di una fiammata, la vita del giovane eroe.
Poi la madre, tornata in sé, si tolse la vita.

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fonte: tanogaboblog.it

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