Ai nostri occhi, l’uomo è il derivato più nobile che la NATURA abbia potuto partorire. Siamo frutto dell’equilibrio raggiunto dalle FORZE CONTRASTANTI della nostra genitrice. Un frutto, miscela di ANIMA e CORPO, apparentemente perfetto, ma sostanzialmente RELATIVAMENTE IMPERFETTO.

Siamo degli esseri AMBIVALENTI e, particolarmente ambivalente è il SENTIMENTO MATERNO. Un sentimento, che, fin dalla notte dei tempi, è stato relegato nella SFERA DEL SACRO, una sacralità fortemente consolidatasi negli ultimi duemila anni, tanto che ancora oggi, nonostante l’evoluzione delle nostre conoscenze, abbiamo paura di sfiorarlo e di analizzarlo nella sua interezza. 

Una carenza che estende UN’OMBRA SULLA NOSTRA CULTURA, e, di fatto, non ci consente di conoscere noi stessi e la POTENZA DEL NOSTRO INCONSCIO PIÙ PROFONDO. 
Infatti, la nostra cultura, storicamente, ci ha educati a DISTINGUERE il BENE dal MALE, trascurando volutamente il concetto di AMBIVALENZA, che è all’origine di ogni Essere umano. Da qui, ne discende la retorica dei buoni sentimenti, l’ipocrita affermazione del pietismo il becero sentimentalismo, che, inevitabilmente, ci conducono al giudizio superficiale e affrettato di CONDANNA o di ASSOLUZIONE.

E, INVECE, NON È COSÌ. Non lo è soprattutto per la DONNA, che sente dentro il suo Sé più profondo, mai indirizzato verso il cammino della coscienza, di essere L’UNICA DETENTRICE DEL POTERE DI VITA E DI MORTE.

Questa impostazione fondante il nostro ragionamento, ovviamente appena significata, ci ha spinto a ripescare nella memoria la Medèa di Euripide, il primo classico che, in maniera determinante ed inequivocabile, sottopone all’analisi del pensiero umano questa tematica, e, che per questo motivo, essendo sempre vivo, è riuscito a sforare il muro dell’oblio.

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Medea in un dipinto di Evelyn De Morgan (fonte Wikipedia)

Medea in un dipinto di Evelyn De Morgan (fonte Wikipedia)

CORO
Sembra che molti in questo giorno il Dèmone
gravi malanni su Giasone avventi.
Ma quanto, o figlia di Creonte, o misera,
la tua sciagura compiangiam; ché scendi,
grazie alle nozze con Giason, nell’Ade!

MEDÈA
Amiche, è fermo il mio disegno: i figli,
prima ch’io possa, uccidere, e lontano
fuggir da questa terra, e non concedere
che per l’indugio mio muoiano i figli
di piú nemica mano. È CH’ESSI MUOIANO
FERMA NECESSITÀ. POICHÉ BISOGNA,
IO CHE LI GENERAI LI UCCIDERÒ.
Su, dunque, àrmati, o cuor. Ché indugi? è vile
non far ciò che bisogna, anche se orriblle.
Su, sciagurata mano mia, la spada,
stringi la spada, e muovi a questo truce
termin di vita, non esser codarda,
né dei fig1i pensar che d’ogni cosa
ti son piú cari, e che li desti a luce.
Questo sol giorno i figli tuoi dimentica,
e poscia piangi. Anche se tu li uccidi,
cari sono essi, e sciagurata io sono.
(Medéa entra nella reggia per uccidere i figli)

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In calce, è trascritta l’ultima parte della tragedia (**)

scritto da Aquila BiancaeNera (MEDÈA: IL POTERE DI VITA E DI MORTE)

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La trama della Medèa di Euripide (tratta daWikipedia)

eugene-delacroix-medea-uccide-i-figli-1838La scena si svolge a Corinto, dove Medea, suo marito Giasone ed i loro due figli vivono tranquillamente.
La donna ha aiutato il marito nell’impresa del Vello d’oro, abbandonando così il proprio padre, Eeta.
Dopo dieci anni, però, Creonte, re della città, vuole dare sua figlia Creusa in sposa a Giasone, dando così a quest’ultimo la possibilità di successione al trono. Giasone accetta, abbandonando così sua moglie Medea.
Vista l’indifferenza di Giasone, malgrado la disperazione della donna, Medea medita una tremenda vendetta.
Fingendosi rassegnata, manda in dono un mantello alla giovane Creusa, la quale, non sapendo che il dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morirne fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch’egli il mantello, morendo.
Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli avuti con lui, condannandolo all’infelicità perpetua.

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Nel corso dei secoli ci sono stati molti autori che si sono cimentati con il dramma di Euripide, creandone versioni diverse, a seconda del momento culturale in cui sono state scritte.
Nella letteratura latina furono scritte molte opere su questo argomento, ma solo una è giunta intera ai nostri giorni, la Medea di Seneca.
Anche Ovidio, fra il 12 a.C. e l’8 a.C., ne scrive una sua versione, andata però perduta: si dice che abbia avuto molto successo.
Interessante notare che anche Valerio Flacco, autore latino lodato da Quintiliano, nella sua opera “Argonautica” (incompiuta) si cimenterà con il personaggio di Medea che però risente di influssi senecani e virgiliani ispirandosi anche alla figure di Didone.
Alcuni frammenti delle tragedie di Ennio riguardano una Medea.
Tocca poi a Franz Grillparzer, nel 1821, darne un’altra interpretazione, che pone l’accento più sul fato e le circostanze avverse che spingono la donna ad agire, mentre nel 1949 Corrado Alvaro, nella sua Lunga notte di Medea, pone l’accento sul fatto che Medea è un’estranea in una comunità chiusa, e quindi si sente aggredita e discriminata.

 

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(**) Di seguito è trascritta l’ultima parte della tragedia 

CORO
O Terra, o fulgidissimo
raggio del Sole, a questo suol volgetevi,
mirate questa sciagurata femmina,
prima che avventi l’impeto
della morte sanguinea
sui figli suoi. Dell’aurea progenie
tua son germoglio; ed uom che versi l’ícore
d’un Dio, dei Numi la vendetta pròvoca.
Ma tu reggila, frenala,
raggio divin: tu scaccia dalla casa
la sanguinaria Erinni, cui lo spirito
della vendetta invasa.

Invano, dunque, i pargoli
generasti alla luce: spersi ed írriti
i travagli materni andaron, misera,
che l’inospite tramite
delle azzurre Simplègadi
abbandonasti. Or, che t’invade l’animo
cura sí grave? A che, furia d’eccidio
segue a furia d’eccidio? Il consanguineo
contagio infesto agli uomini,
pena al misfatto ugual sovressi i rei
desta, che su le lor case precipita,
per voler degli Dei.

(Dentro la reggia si odono i disperati urli dei bambini)

CORO
Odi dei figli la querula voce?
Ahi, temeraria, ahimè, donna feroce!

FIGLIO A
AHI, DOVE SFUGGO ALLA MATERNA MANO?

FIGLIO B
NON SO: PERDUTI SIAMO, O MIO GERMANO.

CORO
Bisogna i figli salvare da morte!
Varchiamo le porte!

FIGLIO A
È QUESTO IL PUNTO. ACCORRETE, ACCORRETE!

FIGLIO B
GIÀ, GIÀ DEL FERRO CI AVVINCE LA RETE!

CORO
Ahi, scellerata, di ferro, di roccia
sei, che i tuoi figli, i tuoi stessi germogli,
con la tua mano di vita li togli?

Sola una donna dei tempi lontani
so, che sui figli avventasse le mani:
Ino, dai Numi resa folle, quando
dalla casa Era via la spinse in bando.
E giú nel mare, poi ch’ebbe trafitta
la prole, si gitta:
i suoi piedi spingeva oltre la riva,
e lei la morte e i due figli ghermiva.
Quali altri orrori seguire potrebbero?
O DELLE FEMMINE NOZZE FUNESTE,
QUANTI AI MORTALI GIÀ LUTTI ADDUCESTE!

(Giasone arriva, con corsa affannosa, davanti alla reggia)

GIASONE
Donne che presso a questa casa state,
forse dentro è Medèa, che perpetrò
orridi scempi, e volse a fuga il piede?
Conviene che sotterra ella si asconda,
o che dell’ètra per gli abissi il corpo
innalzi a volo; o il fio pagar dei principi
alla reggia dovrà. Confida forse,
quando ella uccise della terra i principi
impunita fuggir da queste mura?
Ma non di lei mi dò pensiero, quanto
dei figli miei: ché a lei, chi male n’ebbe,
male darà; ma dei miei figli vengo
la vita a tutelar: ché l’empia strage
della lor madre a vendicar sovr’essi
dei signori i parenti non risolvano.

CORO
Fra che mali ti trovi ignori, o misero
Giasone; o tu cosí non parleresti.

GIASONE
Che avvenne? Anche me, forse, uccider vuole?

CORO
Spenti fûr dalla madre i figli tuoi!

GIASONE
Ahimè, che dici! Tu m’uccidi, o donna!

CORO
SAPPI CHE I FIGLI TUOI PIÚ NON SON VIVI!

GIASONE
Dove li uccise? Nella casa, o fuori?

CORO
La porta schiudi, e ne vedrai la strage.

GIASONE
I serrami allentate, o servi, prima
che sia, le spranghe liberate, ch’io
vegga il duplice male: i figli morti,
e la donna a cui morte infliggerò.

(In quel mentre, Medèa appare in aria, su un carro tirato
da draghi alati. Ai suoi fianchi, sono i cadaveri dei figli)

MEDÈA
A CHE MAI QUESTA PORTA SCUOTI E SCALZI,
E I MORTI CERCHI, E ME CHE UCCISI? TREGUA
PONI AL TRAVAGLIO; E SE D’UOPO HAI DI ME,
DI’ QUEL CHE VUOI. MA NON POTRAI TOCCARMI.
IL SOLE, IL PADRE DI MIO PADRE, UN CARRO
MI DIE’ CHE ME DEGL’INIMICI SALVA.

GIASONE
Donna esecrata, piú d’ogni altra a me
e ai Numi infesta, e a tutti quanti gli uomini,
che cuore avesti di vibrar la spada
sui figli tuoi, che partoristi, e me
orbo di figli e misero rendesti,
e dopo ciò, dopo compiuta un’opera
piú d’ogni altra esecranda, e Sole e Terra
guardare ardisci? L’esterminio a te!
OR FATTO HO SENNO: ALLOR SENNO NON EBBI,
CHE DALLA CASA E DALLA PATRIA BARBARA
TUA, NELLA PATRIA MIA T’ADDUSSI, IN ELLADE,
O TRADITRICE DI TUO PADRE, E DELLA
TERRA, CHE TI NUTRIVA, O GRAN FLAGELLO.
I NUMI CONTRO ME SPINSERO IL DÈMONE
CHE TE PUNIR DOVEA: CHÉ IL TUO GERMANO
AL FOCOLARE PRESSO UCCISO AVEVI,
QUANDO ASCENDESTI IL LEGNO D’ARGO BELLO.
Tale il principio fu. Poscia, a quest’uomo
fosti consorte, e generasti figli,
e sterminati li hai, PER GELOSIA
DELL’AMPLESSO E DEL LETTO. Oh, niuna tanto
osato avrebbe delle donne ellène
da me neglette, che te scelsi a sposa,
te mia nemica, te rovina mia,
leonessa e non donna, e ch’hai natura
selvaggia piú della tirrena Scilla.
Ma morderti che val con mille e mille
oltraggi? è troppa l’impudenza tua.
Alla malora va’, di turpitudini
operatrice, assassina dei figli!
A me non resta che gemer la sorte
mia: CHÉ FRUIR DELLE NOVELLE NOZZE
NON POTRÒ, NON POTRÒ PARLARE AI FIGLI
CHE GENERAI, NUTRII, MA LI HO PERDUTI.

MEDÈA
Alle parole tue lunga risposta
rivolta avrei, SE NON SAPESSE GIOVE
CIÒ CHE AVESTI DA ME, CIÒ CHE MI DESTI.
MA NON DOVEVI TU, POI CHE IL MIO TALAMO
VITUPERASTI, GAIAMENTE VIVERE,
RIDENDOTI DI ME, NÉ LA REGINA;
NÉ QUEI CHE A NOZZE T’ISTIGÒ, CREONTE,
A SCORNO VIA DA QUESTO SUOL BANDIRMI.
Come or ti piace, leonessa o Scilla
del tirren piano abitatrice chiamami:
il tuo cuor lanïai, com’era giusto.

GIASONE
Te stessa strazi, e il male mio partecipi.

MEDÈA
IL MIO, PURCHÉ NON RIDA TU, SI MITIGA.

GIASONE
Figli, che trista madre aveste in sorte!

MEDÈA
DEL PADRE IL MORBO VI DISTRUGGE, O FIGLI.

GIASONE
No: dalla mano mia spenti non furono.

MEDÈA
M’ERANO OLTRAGGIO LE TUE NUOVE NOZZE.

GIASONE
L’offeso letto a uccidere ti spinse?

MEDÈA
PER UNA DONNA È POCA DOGLIA, IMMAGINI?

GIASONE
Sí, purché savia; e tu sei trista tutta.

MEDÈA
QUESTI SON MORTI; E CIÒ TI MORDE IL CUORE.

GIASONE
Duro castigo avrai dai loro spiriti.

MEDÈA
CHI FU LA PRIMA CAUSA, I NUMI SANNO.

GIASONE
Sanno il cuor tuo, quant’è degno d’obbrobrio.

MEDÈA
ODIAMI: ABORRO LA TUA VOCE AMARA.

GIASONE
Ed io la tua; ma separarci è facile.

MEDÈA
COME? CHE DEVO FARE? ANCH’IO LO AGOGNO.

GIASONE
Fa’ che i miei figli io sepellisca e lagrimi.

MEDÈA
NO CERTO: SEPPELLIRLI IO STESSA INTENDO,
CON LE MIE MANI. NEL SACRARIO D’ERA,
DIVA D’ASCRÈA, LI PORTERÒ, CHÉ NIUNO
DEI NEMICI L’INSULTI, E NON PROFANI
LE TOMBE LORO. E in questo suol di Sísifo
sacre istituirò feste, e cortei,
per espiare questa orrida strage.
Alla terra mi reco io d’Erettèo,
e con Egèo, figliuolo di Pandíone
abiterò: tu, com’è giusto, morte
farai da tristo, ché sei tristo: avranno
amaro fine le tue nuove nozze.

GIASONE
Dei fanciulli l’Erinni ti stermini,
e Giustizia, l’ultrice del sangue.

MEDÈA
E QUAL GENIO, O SPERGIURO, T’UDRÀ,
QUALE IDDIO, TRADITORE DEGLI OSPITI?

GIASONE
Ahi, ahi, turpe assassina dei figli!

MEDÈA
ENTRA: APPRESTA ALLA SPOSA IL SEPOLCRO.

GIASONE
Vado: orbato d’entrambi i miei figli.

MEDÈA
NULLA È OR: PIANGERAI PIÚ DA VECCHIO.

GIASONE
Figli cari…

MEDÈA
ALLA MADRE: A TE NO.

GIASONE
E perciò li uccidesti?

MEDÈA
A CRUCCIARTI.

GIASONE
O me misero! Io voglio le labbra
dei carissimi figli baciare.

MEDÈA
OR LI CHIAMI, OR SOAVE A LOR PARLI,
QUANDO PRIA LI SCACCIASTI?

GIASONE
Oh, ch’io tocchi
le lor tenere membra concedi!

MEDÈA
NON SARÀ: SPERDI INVANO I TUOI DETTI.

GIASONE
Odi, o Giove, quale empia repulsa,
quale torto mi fa, questa oscena
leonessa, dei figli assassina!
Pure quanto m’è dato e possibile,
io li piango, e ai Celesti m’appello,
e i Dèmoni chiamo, che attestino
che, trafitti i figliuoli, mi nega
che a loro le mani
appressi, che a lor dia sepolcro.
Deh, mai non li avessi
generati, se uccisi vederli
dovevo da te!

(Il carro alato, sul quale erano Medéa ed i figli,
sparisce nell’aria)

CORO
MOLTE COSE IN OLIMPO SOLLECITA
IL CRONÍDE; E I CELESTI DELUDONO
BEN SOVENTE OGNI ATTESA. MOLTE OPERE
IMPERFETTE RESTARON, CHE AL TERMINE
PAREAN GIUNTE: PAREA CHE NIUN ESITO
ALTRE AVESSERO; E UN DIO SCHIUSE UN TRAMITE.

 

(Dalla Medèa di Euripide)

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