Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Maschi e femmine li creò

«La programmazione su nastri DNA mette in azione la cellula vivente come se fosse una mi­croscopica fabbrica ultrautomatizzata e ciber­netica. La mette in moto in modo inconcepi­bilmente esatto, veloce e ben coordinato».
prof. Geroge Beadle, Premio Nobel

 

Un superthrilling della Natura
Come avrà fatto, il caso cieco, ad inventare esseri viventi maschi e femmine?
Ci è ben noto che all’inizio della vita, per ben 750 milioni di anni di seguito, esistevano sulla Terra soltanto le alghe marine unicellulari, e quin­di di dimensioni microscopiche. Si riproducevano per divisione asessuata, ingrossandosi e dividendo­si in due. Ma la vita sulla Terra non poteva estendersi con quel tipo di riproduzione. Una giraffa dal lunghis­simo collo non può riprodursi ingrossandosi e poi dividersi in due giraffe. Tanto meno lo potrebbe un ingegnere o un contadino. Come potrebbe, ciascun organo del nostro corpo umano, “fabbricare”, un altro organo del tutto eguale? Come potrebbero i nostri occhi approntarne altri due? E le nostre gambe, come potrebbero sdoppiarsi?
Infine, come potrebbe avvenire il “trasloco” generale?
Il caso cieco avrebbe dovuto incominciare con l’inventare quel superthrilling della Natura che è l’uovo, ed al quale noi non facciamo minimamente caso. Proviamo, però, ad immaginare la nostra tecnica di fronte alla necessità di approntare “uova” da automobili o da televisori…
Che cosa è l’uovo? È un centro direzionale au­tomatizzato, con i suoi nastri DNA al completo, con i suoi RNA e i suoi ribosomi pronti ad entra­re in azione, con i suoi organizers in attesa di dar inizio alla formazione di un vivente, in base a pre­cisi piani costruttivi e secondo norme prestabilite rigorosamente. È anche un magazzino di materie prime.
La cellula-uovo umana contiene 23 coppie di nastri DNA, come varie volte accennato. Quella del pollo ne contiene 39 coppie, quella dell’anatra 40 e quella del tacchino 41. Il moscerino ha solo 4 coppie di nastri DNA e la mosca 6. Il gatto ha 19 coppie di nastri DNA, il topo 30, il coniglio 22, il gorilla 24 e il cavallo 33.
La patata ha più nastri DNA dell’uomo; ha una coppia in più, il riso ne ha 22, il frumento 21, il pomodoro 12, la cipolla 8 e il pisello 7.
Eppure tutto questo non basta. Occorreva pre­vedere un fatto singolare, per dar inizio ai viventi superiori.
Abbiamo ricevuto da nostro padre 23 nastri DNA, e altrettanti da nostra madre. Quelle 23 coppie di nastri DNA hanno dato al nostro corpo la possibilità di autocostruirsi.
Se trasmettiamo quei 46 nastri DNA ai nostri fi­gli, essi ne avranno 92; 46 dal padre e 46 dalla madre. A loro volta, i nostri figli trasmetteranno quei 92 nastri ai propri figli, per cui i nostri nipoti dovranno avere 92 nastri paterni e 92 materni, 184. I nostri pronipoti risulteranno provvisti di un corredo genetico ancora più sovrabbondante, addirittura formato da 368 nastri DNA. Tutto ciò se l’Umanità avesse avuto inizio con nostro padre e con nostra madre.
Questo fatto ben evidente mise in imbarazzo gli scienziati del secolo scorso. Il mistero venne risol­to quando il belga Eduard van Beneden, osservando cellule sessuali al microscopio, si avvide che es­si avevano la metà dei cromosomi normali. In esse non c’erano 23 coppie di cromosomi, bensì soltan­to 23 di essi.

Come si erano formate quelle cellule sessuali? Erano derivate da cellule normali con 23 coppie di cromosomi; però, per divenire cellule sessuali erano passate attraverso il processo della divisione riduzionale, detto meiosi, parola greca che signifi­ca diminuire.

Nostro padre ci ha trasmesso soltanto metà dei suoi nastri DNA, dei suoi cromosomi, altrettanto ha fatto nostra madre.
Che cosa poteva avvenire ai primissimi albori della vita sulla Terra? Una delle due: o acconten­tarsi di soli microrganismi, capaci di moltiplicarsi per suddivisione, oppure inventare il sesso e il fe­nomeno della meiosi.
Ma questa “invenzione”, parte integrante del progetto fondamentale della vita sulla Terra, deve essere avvenuta prima dell’inizio degli organismi pluricellulari, vere piante e veri animali.
Inventare esseri viventi maschi e femmine non è per nulla facile, se si hanno sott’occhio soltanto i microrganismi. Occorreva completare quell’idea base, dotando i viventi di organi sessuali comple­mentari, nonché dare ad essi la possibilità di ap­prontare cellule sessuali, con metà dei nastri DNA. Occorreva, insomma, inventare il concepi­mento, come risultato conclusivo.
Tutto questo prima di dar inizio al mondo dei viventi pluricellulari. Senza il sesso, non si sareb­bero, diversamente, riprodotti; e senza la meiosi, il numero dei cromosomi si sarebbe raddoppiato ad ogni generazione. Dopo appena una decina di ge­nerazioni, quei cromosomi sarebbero risultati tanti da bloccare il proseguimento della specie.
È evidente che il caso cieco non poteva prevedere e provvedere tutto ciò in anticipo.

Antonio Tempesta – Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden

La coppia XY
Ma c’è una difficoltà. Come avviene che siamo maschi o femmine? Come possono sapere, i nastri DNA, quale sesso dare all’essere umano in auto-costruzione?
Una di quelle 23 coppie di cromosomi possiede i nastri DNA relativi al sesso. Quella coppia consi­ste di un cromosoma X e di un cromosoma Y (fig. 16). Sono due cromosomi diversi. Nella don­na sono però eguali, sono ambedue X, sono due cromosomi XX.
Che cosa avviene? Al momento della meiosi, quando le cellule riducono a metà i loro cromoso­mi per approntare quelle sessuali, i cromosomi X e Y dell’uomo si dividono: ne risultano due cellu­le sessuali, una con l’X e l’altra con l’Y.
All’atto del concepimento, nella cellula-uovo materna c’è il cromosoma sessuale X. È sempre X, in quanto la donna ha due X. Se, a quella cellula-uovo in attesa, uno spermatozoo porta un cromo­soma sessuale Y, esso va a far coppia con quello X. Ne risulta una coppia XY. I due nastri DNA, uno X e l’altro Y, impongono il sesso maschile al nascituro. Se invece lo spermatozoo porta un altro X, ne risulta una coppia XX e quindi una femmi­na.
E’ dunque il padre a determinare il sesso dei suoi figli.
Amiche questa è una scoperta avvenuta nel no­stro secolo. Ha fatto crollare un mucchio di cre­denze balorde, ed ha messo in evidenza un altro aspetto della immensa organizzazione biologica al­la base della vita sulla Terra, predisposta in antici­po e registrata sui nastri DNA.
La cellula vivente è solo un aspetto della Crea­zione. Mai prima di oggi l’uomo ebbe una così al­ta visione dell’opera e della potenza del Creatore.
Eppure mai come oggi l’uomo ha ripudiato il Creatore. «La materia è eterna, ed i viventi si sono formati da soli, per evoluzione biologica. Il Crea­tore non è necessario».
Ma la Scienza ha accumulato prove schiaccianti contro queste affermazioni escogitate nel secolo scorso, ed ancora oggi in auge a causa dell’analfa­betismo scientifico delle grandi masse.

Una canzone a due voci
C’è di più. La programmazione al completo di un essere umano è registrata tanto sui 23 nastri dei cromosomi materni quanto su quelli paterni.
Se la formazione del nostro corpo fosse stata di­retta dai soli nastri materni, ciascuno di noi sareb­be una copia esatta di nostra madre.
Con i soli nastri DNA di nostro padre, noi sa­remmo una sua copia.
L’organizzazione della vita è però tale da deter­minare l’auto-costruzione dell’essere umano in mo­do che abbia ad assomigliare un po’ all’uno e un po’ all’altro dei suoi genitori. È tale da dare a cia­scuno una propria inconfondibile personalità.
Ma come avviene?
Supponiamo di avere due suonanastri eguali, in ciascuno dei quali vi sia una musicassetta con la registrazione della stessa canzone. Sul nastro di una musicassetta la canzone è cantata da un uo­mo, su quello dell’altra è cantata invece da una donna. Se collochiamo i due suonanastri uno a fianco dell’altro e li mettiamo simultaneamente in funzione, sentiremo ambedue le voci, ascolteremo un duetto.
È esattamente quanto non deve avvenire con i due nastri DNA, quello materno e quello paterno. E allora?
L’organizzazione stabilisce che “a cantare ” sia un pò l’uno e un po’ l’altro dei due “suo­nanastri”, ossia che a trasmettere ordini sia un po’ il DNA paterno e un po’ il DNA materno. È co­me se messi in funzione i due suonanastri, si sen­tisse una voce sola, a volte maschile e a volte fem­minile.
È evidente che, se fossero ambedue i nastri DNA a comandare l’auto-costruzione di un nuovo essere umano, i robot-RNA non saprebbero a chi dar ascolto; sarebbero costretti ad agire all’impaz­zata, a caso. Nascerebbero solo dei mostri. In realtà, la vita sulla Terra sarebbe impossibile a creature con riproduzione sessuata.
Ed invece, benché le cellule di un neonato sia­no 2300 miliardi, in ciascuna di esse le varie cop­pie di nastri DNA si alternano al posto di coman­do, in perfetto sincronismo complessivo. Non av­viene mai che lo stesso ordine venga trasmesso da ambedue i nastri di una stessa coppia. E non av­viene neppure mai che il nastro, che deve interve­nire, non sia pronto a farlo, in qualcuna di tutte quelle cellule, nonostante siano una miriade.

Autocostruzione
Ciascuna delle nostre cellule, per poter appron­tare un’altra cellula, deve formare un nuovo cen­tro direzionale, esattamente eguale a quello che possiede. Deve “fabbricare” altri 46 cromosomi, ciascuno con il suo nastro DNA, in grado di pro­durre tutti i robot-RNA necessari, e, per di più, uno o due nucleoli, capaci di “fabbricare” ribosomi. Il tutto deve essere contenuto entro un’ade­guata custodia, una membrana.
Il nucleo direzionale non basta. Sono necessarie centinaia di “centrali energetiche”, mìtocondri. La cellula è in realtà una fabbrica molto estesa, con molte apparecchiature e centri di controllo. Per poter funzionare, deve poter ottenere l’energia da molte “centrali”, incredibilmente complesse (v. fìg. 9 A).
Poi c’è il nuovo “cantiere”, il reticolo endoplasmatico della nuova cellula, con i suoi reparti di produzione accuratamente sistemati, in modo da ingombrare il meno possibile.
Il “cantiere” deve avere a sua disposizione ma­gazzini di materiale grezzo, da utilizzare per le va­rie lavorazioni. La cellula deve preparare nuovi magazzini e riempirli.
Vi sono poi le apparecchiature particolari. Cia­scuna cellula ha un suo compito, fabbrica qualche cosa o rende un servigio. Ad esempio, quelle siste­mate, a milioni, nella parete dello stomaco hanno il compito di approntare la pepsina e l’acido clori­drico, indispensabili alla digestione.
Sono provviste di apparecchiature adatte, in grado di manipolare sostanze semplici e con esse ottenere il prodotto finito.
Tutte quelle apparecchiature devono venir pre­disposte dalla cellula-madre, in tempo utile e in posizione giusta, affinchè la cellula-figlia abbia a poter padroneggiare tutta la complessa e ingarbu­gliata matassa delle reazioni enzimatiche.
Quando la cellula-madre, ha approntato tutto, duplicando ogni sua parte, viene il tempo del “trasloco”. Questa fase finale è impressionante. La meravigliosa ultra-automatizzata “fabbrica” bio­logica si divide in due. Non ne risulta una “fabbrica” vecchia e una nuova. Ne risultano due nuove.
Non per nulla la divisione cellulare — detta mi­tosi — è considerata una delle basi principali della organizzazione della vita. Se noi, oggi, siamo quel­lo che siamo, lo dobbiamo proprio alla mitosi, a questo misterioso automatismo, che è stato capace di moltiplicare la cellula-uovo del nostro concepi­mento, in quei 2-3 trilioni (un trilione qui vale 1.000 miliardi, n.d.r.) che formavano il nostro cor­po neonato, e nei 60 trilioni che formano quello attuale.

Mitosi
Nel prodigio della mitosi, uno dei più alti nella Natura, c’è un grosso problema. Non dovrebbe essere sfuggito al lettore accorto. La cellula deve approntare un altro centro direzionale. Ma se è proprio il centro direzionale, con i suoi nastri DNA e suoi robot-RNA, a dirigere tutto, come può dividersi in due? Va bene sistemare i cromo­somi, uno a fianco dell’altro. Va bene duplicare i 46 nastri DNA. Ma quando si tratta di effettuare il “trasloco”, quando il nucleo si sparpaglia nei suoi componenti, chi è che comanda e controlla?
Come potrebbe risolvere, un nostro ingegnere, un problema del genere? In un modo solo: quello di mettere in attività un automatismo programmato in modo da sostituirsi, momentaneamente, al cen­tro direzionale e di guidarlo durante le fasi del “trasloco”.
È proprio quanto avviene nella cellula vivente, in ogni cellula, vegetale o animale. Quando il cen­tro direzionale sta per raddoppiarsi, entra istanta­neamente in azione un apparato mitotico.
Niente ha fatto strabiliare gli scienziati più del modo di agire dell’apparato mitotico. È un capola­voro di organizzazione.
Prima di vederlo in attività, dobbiamo assistere alla replicazione del centro direttivo.
Ciascun nastro DNA si trova nell’interno del proprio contenitore, il cromosoma. Essendo molto lungo, il nastro è spiralizzato, in modo da ingom­brare il meno possibile.
A loro volta, i cromosomi sono anch’essi troppo lunghi, benché molto meno dei nastri DNA, per potersene stare distesi. Sono spiralizzati anch’essi e ripiegati, in modo da formare un “gomitolo”. Non sono però addossati gli uni sugli altri, come fili di lana; sono distanziati, in modo da poter svolgere la loro attività.
Le 23 coppie di cromosomi devono, per prima cosa, diventare 46, raddoppiarsi. Ciascun nastro DNA deve replicarsi, dividersi in due nastri. È fat­to apposta a tale scopo. Si apre nel senso della lunghezza, come una chiusura lampo. I due fila­menti che ne risultano, diventano, quasi per incan­tesimo, due nastri completi.
Il cromosoma, con dentro due nastri, si divide. Ne risultano due cromosomi, quindi 46 coppie di cro­mosomi, il doppio del patrimonio genetico. I due cromosomi non si staccano, sono trattenuti verso il centro da una specie di gancio, il centromero.
Dopo un’ora dall’inizio, tutto è pronto. In un’o­ra, nastri DNA e cromosomi si sono replicati. La membrana, che racchiude il centro direttivo rad­doppiato, si spezza. I cromosomi hanno uscita li­bera .
Sono in tenuta da viaggio. Non sono più dei “fili di lana”, sono piuttosto dei corpuscoli tozzi. Ciascuno si è “condensato”, in modo da poter viaggiare. I cromosomi che vediamo nelle fotogra­fie sono appunto in tenuta da viaggio, molto com­patti. In media, riducono la loro lunghezza ad un venticinquesimo.
Devono andare al centro della cellula, come se fosse una sala da ballo, e mettersi su due file di fronte: 23 coppie su una fila e 23 sull’altra, senza nessun errore. Questo, ad essi, sarebbe impossibi­le. Provvede, però, immediatamente l’apparato mitotico.
Prima ancora dell’uscita dei cromosomi, si è diviso in due parti. Ciascuna di esse è andata a collocarsi ai due lati opposti al centro direzionale raddoppiato. Non appena la membrana si spezza, le due parti si allontanano. Ma che cosa possono fare?
Per quanto sembri inverosimile, si comportano come due gruppi di cow-boys. I cromosomi ven­gono presi al laccio e tirati. Il centromero serve appunto a tale scopo. I due gruppi mitotici si al­lontanano ancora, vanno ai due poli della cellula, come dire verso le due pareti opposte della sala da ballo. Continuano a tirare i cromosomi. Li tirano in modo che si dispongano su quelle due file di fronte.
Questa curiosa sistemazione dei cromosomi, 23 coppie su una fila e 23 sull’altra, di fronte, pro­prio all’equatore della cellula, è una fase importante nella organizzazione. La ragione risulterà evidente tra poco.
Dopo lo scambio degli addii, i cromosomi vengono allontanati. Le due file indietreggiano, tirate dai due gruppi mitotici. Indietreggiano sempre di più, sino a raggiungere le due estremità della cel­lula.
Si fermano, formano un gruppo. Ciascun cro­mosoma lascia la tenuta da viaggio, ridiventa un “pezzo di filo di lana”, allungandosi quanto occorre per consentire al nastro interno di despiralizzar-si a sufficienza, in modo da poter essere pronto ad entrare in attività.
Intorno al “gomitolo” si forma la membrana dell’involucro. I due nuovi centri direttivi sono pronti. Avviene il “trasloco” generale. In base ad un programma estremamente preciso, la cellula si restringe al centro, quindi si divide in due.
Due nuove cellule, ambedue “favolosamente complesse”, e ambedue nuove, appena sfornate, sono pronte. Iniziano la loro attività.
Intanto, l’apparato mitotico si è riunito, si è im­pacchettato e si è diviso in due; a fianco del cen­tro direttivo di ciascuna cellula c’è una delle due parti, in attesa; è pronta per sovrintendere ad un’altra replicazione.
«In realtà non sappiamo come questo succeda — ci dice il prof. Daniel Mazia. — La coerente esecuzione delle manovre mitotiche richiede stretta obbedienza; è proibito, ad esempio, che due cro­mosomi della stessa coppia siano attirati verso lo stesso polo. Descriviamo questo momento critico così rapidamente, perché ne sappiamo molto po­co; esso contiene realmente il mistero della mitosi».
Il prof. Mazia si unì al giapponese dott. Katsuma Dan, della Metropolitan University di Tokio, per poter eseguire i suoi esperimenti.
«Il quadro rimane incompleto in modo desolan­te — afferma. I due scienziati riuscirono ad isolare l’apparato mitotico e a studiarlo, per tentare di comprendere come funzioni. — Che cosa abbiamo imparato dopo otto anni di studi sull’apparato mitotico isolato? Il lettore che speri di sentirsi dire come avviene il movimento dei cromosomi può tralasciare di continuare a leggere».
Conclude con questa frase: «La riproduzione, considerata come la produzione di una dualità, non è semplicemente uno dei tanti fenomeni bio­logici degni di interesse; in essa possiamo trovare le “ragioni” di tutto quello che avviene negli esseri viventi».
C’è qualche cosa di ragionato, di pensato, di predisposto; qualche cosa che il caso cieco non poteva fare, per consentire alla vita di vincere il tempo.

Crossing-over
Ogni essere umano è unico in tutta la storia dell’Umanità. Non c’è mai stato un altro eguale nel passato, e non lo sarà in avvenire.
Quale ne è la causa? I fratelli non dovrebbero essere delle copie esattamente eguali, visto che ri­cevono gli stessi nastri DNA dai loro genitori?
Sarebbe così se non intervenisse un altro fatto sorprendente, predisposto in anticipo.
La cellula normale provvede prima a raddoppiare il proprio nucleo, in modo che le 23 coppie di cromosomi diventino 46, quindi si converte in quattro cellule sessuali ciascuna con 23 cromosomi singoli. È così risolta una parte del problema. Af­finchè il nuovo essere abbia caratteristiche fisiche sue proprie, prima della suddivisione, quando le coppie di cromosomi sono ancora unite, avviene uno scambio di geni. Alcuni geni passano da un cromosoma all’altro. In tal modo le cellule sessuali contengono cromosomi che non sono completamente di origine paterna o materna, bensì un miscuglio.
È un fenomeno veramente sorprendente, scoperto già nel 1911 dallo scienziato americano prof. Thomas Morgan, premio Nobel. Lo denominò crossing-over. Il termine è rimasto. Ma come spiegare il crossing-over’? Come può un nastro DNA interrompersi, cedere una sua parte, prenderne un’altra, e quindi effettuare il collegamento? Ai nastri magnetici dei nostri registratori ciò sarebbe del tutto impossibile.
Se ciascuna delle 23 coppie si scambiasse sol­tanto quattro geni, le possibili combinazioni risul­terebbero innumerevoli. Infatti, il totale di quelle combinazioni è dato da 4 moltiplicato per se stes­so 23 volte di seguito, ossia 423.
Scritto per esteso, il risultato è circa il seguente: 100.000.000.000.000, ossia cento trilioni, per cui è impensabile che il numero delle differenti combinazioni cromosomiche possa esaurirsi durante il probabile ciclo dell’esistenza dell’uomo nell’Uni­verso. È quindi del tutto escluso che due esseri umani possano risultare identici, a meno che non siano gemelli monocoriali.
Di fronte a questo fenomeno, il biochimico Thomas H. Jukes ebbe a dire: «II comportamento del DNA è elementare nella sua semplicità, nella sua struttura fondamentale; ma è nello stesso tempo intricato nella complessità delle sue funzioni, eterno nella sua continuità attraverso il tempo e mirabile nell’infinita varietà dei suoi aspetti».

Con la bacchetta magica
II Premio Nobel prof. Alexis Carrel è stato uno dei maggiori scienziati dei nostri tempi. Nel suo famoso libro L’uomo, questo sconosciuto ebbe a scrivere: «Tutto avviene come nei racconti per bambini, in cui le fate compiono prodigi di ogni sorta, con la bacchetta magica. La cellula-uovo si comporta come se conoscesse il futuro. Si dirige risolutamente verso la meta lontana, senza sbaglia­re mai. E una cosa alquanto strana per la nostra intelligenza».
È proprio così. Subito dopo la fecondazione, la cellula-uovo si divide in due cellule identiche. La coppia sì mette in cammino. Strada facendo si sdoppia. Le quattro cellule continuano il viaggio, ed intanto diventano otto. Poi sedici, poi trentadue. Continuano ad andare avanti. Diventano migliaia. Formano ordinatamente un agglomerato dall’aspetto di una sfera cava.
La masserella di cellule raggiunge la meta, una parete dell’utero.
Per prima cosa deve pensare a stabilire il “cantiere” (la placenta). Una parte delle cellule provvede agli allacciamenti con i dotti sanguigni e linfatici dell’utero, per ottenere i rifornimenti. Oc­corrono materiali da costruzione (sostanze chimiche semplici, aminoacidi, proteine, ecc.), nonché molto carburante (molecole di glucosio). Provve­dono a tutto automaticamente, in base alla regi­strazione sui nastri DNA.
Le cellule che si trovano all’esterno della masse­rella “pensano” al cantiere, quelle dello strato inter­no si occupano invece di approntare l’embrione.
Rileggiamo quanto scrisse il prof. Carrel: «I me­todi di costruzione dell’organismo vivente sono to­talmente diversi da quelli della nostra tecnica. La costruzione delle case e delle macchine avviene in modo molto semplice. Per ora c’è assolutamente impossibile intendere l’organizzazione costruttiva di un corpo umano, da! suo primo inizio sino alle sue attività organiche e intellettuali.
Milioni di cellule si organizzano in previsione della loro attività futura. Anzitutto, sviluppano una potenzialità funzionale, quindi iniziano la graduale costruzione, in base a precisi piani, dei tes­suti specifici. Approntati i tessuti, provvedono a dar inizio al montaggio dei vari organi, cioè ossa, muscoli, nervi, cuore, reni, tutte le strutture biolo­giche altamente specializzate.
Le leggi della fisica e della chimica — continua il prof. Carrel — si applicano in modo completo al mondo materiale. Sono state scoperte in quel mondo, per cui è logico che appartengano ad es­so. Non si applicano, invece, alla biologia se non parzialmente. Le grandi leggi della biologia sono ancora da scoprire.
Bisogna abbandonare definitivamente le puerili illusioni dei meccanicisti del diciannovesimo seco­lo, e le balorde concezioni fisico-chimiche dell’uo­mo.
Abbiamo soltanto una conoscenza rudimentale del nostro corpo — conclude Carrel — Per il momento dobbiamo accontentarci dell’osservazio­ne positiva delle nostre attività organiche e menta­li, inoltrandoci nell’ignoto senz’altra guida».
Il prof. Carrel fu il primo ad ottenere che cellu­le Viventi, tolte ad un pulcino, crescessero e si moltiplicassero in provetta, per più di 3 anni di seguito, un periodo di tempo ben maggiore di quello della vita media di un pollo.
Tre cose colpiscono l’attenzione di chi osserva come si autocostruisce un qualsiasi essere vivente. Prima: l’immensità dell’organizzazione costruttiva, esattamente trascritta sui nastri DNA. Seconda: la previsione da parte delle cellule di ciò che dovran­no fare in avvenire, affinchè ciascun organo risulti formato esattamente e si trovi nel posto giusto. Terza: la libertà di movimento di ciascuna cellula e il sincronismo con cui tutte si muovono.
L’organismo vivente non assomiglia né ad un edificio né ad una macchina, e questo per una ra­gione molto semplice: le cellule, che a miliardi lo costituiscono, formano una popolazione di unità mobili immerse in un mezzo fluido.
È un concetto difficile. Sembra persino assurdo che possa essere così. Basta però riflettere che cia­scuna cellula è viva per conto proprio, e che per­ciò deve alimentarsi, respirare ed eliminare i rifiuti. Ora, la variazione continua di forme, connessa con la costruzione, sarebbe del tutto impossibile senza la mobilità delle cellule. Devono per forza trovarsi libere in un mezzo fluido, sia per preleva­re da esso quanto necessario alla loro esistenza singola, sia per potersi muovere.

Ma il muoversi contemporaneo di miliardi di cellu­le crea nuovi problemi. Tra questi, c’è l’attrito delle une contro le altre. Ora, l’attrito è stato quasi com­pletamente eliminato, in modo ingegnoso. Ciascuna cellula provvede a lubrificare la sua parte esterna. Il lubrificante usato è l’acido ialuronico.
La programmazione DNA non basta; è necessa­rio un progetto sequenziale, la logica e la struttura del sistema, e la soluzione anticipata di qualsiasi problema inerente all’auto-costruzione, compreso quello della cogestione del sistema stesso.
Non è facile inventare la vita.

Il nostro fabbisogno giornaliero di cellule
Si vivrebbe solo qualche settimana, se il nostro corpo non riuscisse ad approntare un gran nume­ro di cellule nuove tutti i giorni. Sono necessarie, per sostituire quelle che soccombono, dopo un’e­sistenza intensamente attiva. È tutta un’immensa organizzazione che è in atto, per demolire le cellu­le morte e sostituirle immediatamente. Possiamo formarci una prima idea di quell’organizzazione, considerando quante siano quelle che vanno fuori uso, giorno per giorno, nel nostro organismo.
Alcune cellule non possono venir sostituite. Le nervose e le muscolari, ad esempio, seguono tutto il corso della nostra esistenza. Quelle del fegato, invece, riescono a vivere solo 18 mesi. Il fegato è il laboratorio centrale del corpo; ad esso affluisco­no le sostanze alimentari provenienti dalla dige­stione; deve approntare molte proteine e, in più, un litro di bile al giorno, per consentire il proces­so metabolico intestinale. Le sue cellule sono tra quelle che devono svolgere un’attività molto intensa, e che perciò si logorano rapidamente.
I globuli rossi del sangue non superano i 180 giorni. Sono sottoposti ad uno sforzo senza sosta; devono prelevare l’ossigeno dai polmoni e farlo pervenire a tutto il corpo, quindi caricarsi di anidride carbonica, affinchè abbia ad uscire con il fiato.
Ma i globuli bianchi del sangue hanno un compito ben più duro, per cui la loro esistenza media è di appena una settimana. Ciascuno di essi è una cellula vivente, specializzata nel trasporto delle sostanze nutritizie. Con quel carico devono farsi un varco nei capillari e dal torrente sanguigno passare nella linfa, per poi effettuare la consegna “a domicilio”. Le cellule che formano gli organi non possono muoversi per andare a mensa; devono venir rifornite. Oltre a ciò, i globuli bianchi devono anche affrontare i germi patogeni, che continuamente tentano di invadere l’organismo, e distruggerli.
Le cellule viventi a vita più breve sono quelle che in tre strati formano la nostra pelle. Quei tre strati poggiano sul derma, un tessuto connettivo molle, percorso da una fittissima rete di vasi sanguigni. Sono le cellule del derma che si rinnovano continuamente in modo da rifornire gli strati su­perficiali, il più esterno dei quali è costituito da cellule morte.
A seconda della loro posizione nell’epidermide, quelle durano appena da 3 giorni a due settimane.
Quante siano le cellule che muoiono, tutti i giorni, dentro di noi ce lo dice il prof. C. Swanson. In media, è lo 0,5 per cento delle cel­lule complessive che va fuori uso durante il corso di una giornata.
Ora, essendo 60 mila miliardi le cellule viventi che formano il corpo di un uomo adulto, a quello 0,5 per cento corrispondono ben 300 miliardi.
Trecento miliardi di cellule muoiono nel corpo umano “ogni giorno”.
È un’ecatombe enorme, della quale noi non ci accorgiamo neppure, essendo inserita in quella ciclo­pica organizzazione che è alla base della nostra vita.
Le cellule misurano in media da 5 a 20 micron. La cellula-tipo è dell’ordine di grandezza di 10 micron, ossia di un centesimo di millimetro. Quanto riuscirebbe lunga una collana di 300 mi­liardi di cellule, di 10 micron ciascuna?
Una fila di 300 cellule misura in media, 3 milli­metri. Quei 300 miliardi messi in fila, formerebbe­ro, dunque, una collana lunga ben 3 miliardi di millimetri, pari a 3.000.000 di metri, ossia a 3000 chilometri…
Tremila chilometri di cellule viventi vanno fuori uso, tutti i giorni, dentro di noi. E ciascuna di es­se è una meravigliosa “fabbrica” ultra-automa­tizzata ed esattamente cibernetica, «un mondo di insospettata complessità», tale da declassare al li­vello di giocattolo infantile il più prestigioso dei nostri cervelli elettronici…
Tutto è organizzato in modo da consentire la rapida demolizione di quei 300.000.000.000 di cel­lule, in tempo utile, prima della fine della giorna­ta. Viene fatto a pezzi il centro direttivo, con i suoi 46 nastri DNA, di ciascuna di esse; viene smontato il “cantiere” con le decine di migliaia di ribosomi. Tutto viene demolito, ridotto in minime parti. Il centinaio di “centrali energetiche”, che ri­forniva di forza vitale la cellula, segue la stessa sorte. Tutte quelle “centrali”, quei mitocondri, vengono ridotti ad un cumulo di macerie. I com­ponenti ancora bene efficienti non vengono riuti­lizzati. Tutto viene distrutto e tutto viene avviato tra i rifiuti, in modo da non costituire un ingom­bro, in nessuna parte dell’organismo. I rifiuti ven­gono espulsi, fatti uscire dal corpo.
Nella stessa giornata, l’organizzazione provvede a sostituire quelle cellule demolite con altre appe­na fabbricate.
Giorno per giorno, dentro di noi, 300 miliardi di cellule si sdoppiano in modo da mantenere inalterato tutto quel gigantesco complesso biologico che ci consente di vivere.
È qualche cosa che travalica la nostra intelligenza e che si pone su un livello di perfezione al di là di ogni possibile considerazione umana.

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Il soprastante scritto è un capitolo del saggio “La creazione non è una favola“ di Domenico Ravalico
Capitoli:
  1. La Creazione non è una favola (prefazione)
  2. Una inaspettata sfida all’intelligenza umana
  3. Nuovi prodigi della natura
  4. Tutti i viventi sono programmati in codice
  5. Dagli atomi al primo vivente
  6. Maschi e femmine li creò
  7. Il caso cieco inventa l’occhio
  8. Ci è giunto un messaggio
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