di Sandro Boccia

 

L’UNO AL CAPESTRO, L’ALTRA FRA LE MIE BRACCIA

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E J Wheeler – Caricatura di Pierre Berton nei panni di Scarpia nella premiere londinese di La Tosca

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“Innamorarsi” di Scarpia, capirne la malvagità irrimediabile, dedicargli i tre accordi

iniziali è il più onesto saluto indirizzato da un compositor europeo al secolo (ricordi

caro lettor?) che s’apria 100 anni fa. Subito, pria ancor che s’alzi il sipario, con un

fortissimoa tutta forza, la musica ci informa che Scarpia è un monstrum in una Roma

(davanti a lui tremava tutta) che non entra nella vicenda come sfondo decorativo ma

che condiziona Tosca. Quando la romanità conquista musicalmente Puccini la pretende

esatta: sale sui bastion di Castel Sant’Angelo e ascolta le campane mattutine che poi

traduce in partitura, esasperando il contrasto tra l’alba pacifica, evocata dal canto del

pastorello con versi di Zanazzo, e la tragedia incombente. Anche il te Deum è scritto

all’uso romano ma a nulla varrebbe l’imponenza della processione se al suo centro, ritto,

non s’ergesse la bieca figura del capo della polzia pontificia (“Tosca mi fai dimenticar

Iddio”) che solo allor s’inginocchia davanti al Signore. Il rito, il sesso, il potere, la morte:

Il terribile Scarpia prova a sedurre Tosca (foto tratta da: arte.sky.it)

e mai la musica avea rappresentato con simil evidenza, letterale, acustica, a tinta forte,

persin grafica, la parabola ascendente-discendente d’un orgasmo (”Ah di quegli occhi

vittoriosi veder la fiamma illanguidir d’amor”).E dopo, confermando come il piacere si

coniughi per lui con sopraffazione, Scarpia ridisegna ferocemente il medesimo,a tocchi,

percorso (“l’uno al capestro, l’altra fra le mie braccia”) e terminato il delirio immobile

resta sin quando non lo desta il Te Deum. La convivenza che nella Città Eterna v’è tra

la spiritualità e il potere politico genera l’alchimia di pulsioni- passioni che, là per là,

caratterizzano i personaggi di Scarpia e Tosca. Dopo il“Finalmente mia” lei lo pugnala

ma la cantante sente il bisogno di dedicargli adeguata sepoltura ponendo un crocefisso

sul suo petto e due candelabri ai lati ma pria sfilando dall’arto del morto,rigido e fisso,

il salvacondotto per la fuga e donandogli un pietoso “Or ti perdono” e infin considerandolo

miseramente con le celebri parole “Davanti a lui tremava tutta Roma”, fosco personaggio

Locandina del film di Carmine Gallone

che esercitava il potere attraverso l’altrui umiliazione, fisica e morale, senza coraggio!

La tragedia comunque incombe ed è tutta giocata in interni quando, nel terzo atto,

si esce sulla piattaforma di Castel Sant’Angelo ove più aspro appar il contrasto tra

l’universo carcerario e militaresco di quel luogo di morte e l’orizzonte di fuga, là

per là (“Liberi…via pel mar”) immaginato dai due giovani amanti. E Tosca, spogliata

dalla preghiera “Vissi d’arte” che dilata il tempo psicologico come se, stanca e spossata,

davanti ai suoi occhi passasse in un sol attimo tutta la vita, torna ad esser attrice teatrale

quando suggerisce al suo Mario il comportamento da tener all’atto della fucilazione

(che pensa erroneamente simulata), Mario che, riprendendo il dolce canto di “Recondida

armonia”, ricorda con la fisicità virile della sua voce la “fragranza” e “le belle forme”

che”disciogliea dai veli”: lui non pensa ad altro,né alla sua arte né ai primi passi e orme

della Repubblica Romana, rivelando quanto in Tosca, dopo la libidine del potere insano,

sia presente l’altra ossessione del Novecento, l’erotica. E come detto, il pittor volterriano

rischia il macchiettismo quando ascolta la cantante dargli istruzioni per simular la morte;

i due amanti, con Scarpia ancora caldo, giocano a far teatro nel Castello-prigione:

in scena risuonan con gravità gli accordi inesorabildella marcia militar della fucilazione.

L’Angelo di Castello (1753), opera di Peter Anton von Verschaffelt. (da Wikipedia – licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported)

Il pubblico sa come andrà a finire, come il barone, (loro due no) come comprende poi

Floria quando gli dà appuntamento nell’unico luogo rimasto possibile, l’altrove. Da buon

falco qual è, insegue: in questo caso non la sua vittima ma il carnefice in un gioco di

attrazione e odio che lascia il finale aperto: l’ultima parola di Tosca “A Dio” insiste

infatti sul si be molle, nota fondamentale del bieco baron Scarpia, ma il Signore esiste!

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