Michelangelo_AuroraApollo e Diana erano gli Dei della luce solare e della luce lunare; ma il Dio-Sole era Elios e la Dea-Luna era Selene.

Ogni alba, prima che Elios apparisse nel cielo, si levava Eos, l’Aurora, e inclinava un’urna d’oro donde si spargeva la rugiada mattutina; poi trascorreva per l’aria su un carro colore di porpora trascinato da due cavalli colore di croco.

Era una fresca Dea dalle dita di rosa, l’Aurora, ma un po’ sventata, e anche un poco volubile.
Tuttavia amò sinceramente Titone, fratello del re troiano Priamo; anzi lo amò tanto da chiedere e da ottenere per lui da Giove l’immortalità. Ma l’imprevidente dimenticò di ottenergli anche un’eterna giovinezza; e così avvenne che, pur nutrendolo di nèttare e di ambrosia, se lo vide sfiorire, invecchiare, incartapecorire, farsi decrepito mentre lei era sempre la rosea fanciulla rinascente a ogni alba.

Che fare?
Non ci stette a pensare su troppo.

Un bel giorno rinchiuse il marito in una stanza, ne serrò ben bene le porte di bronzo e lo piantò lì: e lì il poveraccio, rimbambito e balbettante, rimase finche gli Dei, mossi a pietà, non lo tramutarono in una cicala.

Elios, alla sua ora, sorgeva da una palude formata dal fiume Oceano nel lontano paese degli Etiopi, saliva nel suo cocchio d’oro che Vulcano gli aveva foggiato e al quale le Horai attaccavano quattro cavalli di abbagliante candore, alati e sbuffanti fuoco dalle froge, e percorreva tutta la volta del cielo raggiando e illuminando gli uomini e gli Dei.

A sera giungeva al paese di Vulcano e ritornava, navigando tutta la notte, al punto da dove era partito la mattina. Nell’isola di Trinacria — la Sicilia — Elios possedeva sette armenti di buoi e sette greggi di pecore; ogni armento e ogni gregge contavano cinquanta capi di bestiame; e tale numero non aumentava mai e non diminuiva mai.

Il Dio-Sole aveva molti figli; tra essi erano Circe — la bella maga che abitava nell’isola di Eea e con i suoi incantesimi soleva tramutare in bestie i naviganti che approdavano a quelle rive — e lo sconsigliato Fetonte.

Fetonte andava orgogliosissimo della propria origine divina. Ora avvenne che un giorno Epafo, figlio di Giove e di Io, essendo sorta una disputa tra lui e Fetonte, ponesse malignamente in dubbio tale origine. Il giovinetto si sdegnò.
– Ah, tu dubiti che io sia il figlio di Elios? Te ne darò la prova!
E tutto fremente di collera e di ansia corse dal padre.
– Padre mio, – implorò – un mio compagno ha osato porre in dubbio che io sia veramente tuo figlio, figlio del Dio-Sole. Ne ha riso. Mi ha offeso. Io ti supplico: concedimi un segno, un favore che attesti solennemente agli occhi di tutti la mia origine divina.
Il Dio sorrise.
– Quietati, figlio mio. Ciò che mi chiederai è concesso fin da ora. Te lo prometto.
Fetonte trionfò.
– Ebbene, voglio, per un giorno, guidare io il tuo cocchio e i tuoi cavalli.
Elios inorridì. Qualunque altra cosa, ma quella no! Come avrebbe potuto la giovinetta mano inesperta tenere a freno quei quattro cavalli bizzarri e focosi, che a stento, a fatica, egli stesso domava? Per gli spazi del cielo immensi? Sugli abissi della terra e del mare? Una vertigine! E l’ardore che fiammeggiava da tutto il cocchio e dalle narici dei cavalli? No, no! Quello no! Qualunque altra cosa!

Ma il giovane insistette:
– Hai promesso.
Bisognò che il Dio si rassegnasse: non poté che dare tutti i più opportuni consigli e fare tutte le più appassionate raccomandazioni.
Alla prima aurora Fetonte balzò sul carro, impugnò le redini, schioccò la frusta, diede l’avvio: i cavalli, ebbri di spazio, già scalpitavano su per l’arco dei cieli. E subito avvertirono che una mano nuova teneva le briglie, una mano che guidava a rilassamenti e a strappi, una mano insicura, cedevole, paurosa, smarrita. La frusta schioccava inopportuna e sferzava imprudente; inaspriva, esasperava. La voce baldanzosa si era affiochita, strozzata. I cavalli imbizzarriti scalciarono, s’impennarono, presero la mano, si sbrigliarono, galopparono liberi, sfrenati, pazzi, per tutto il cielo, a capriccio, ora puntando su oltre le nubi, ora tracollando giù sopra la terra. Dalle ruote precipitose, da tutto il carro, dalle froge sbuffanti degli animali, divampavano le fiamme. Cielo e terra s’incendiavano: ardevano sui monti le foreste; ardevano nelle pianure le messi; le fonti si disseccavano; si prosciugavano i fiumi; le benefiche nubi dileguavano; l’aria bruciava; si vedevano animali e uomini sparpagliarsi follemente, fuggire, stramazzare al suolo; gli uccelli piombavano giù a mezzo il volo; sullo stesso Olimpo l’ardore soffocava; dalla terra all’Olimpo saliva un grido di terrore e di pietà.

Giove ebbe pietà: scagliò una folgore sul carro. La fiammata solcò lo spazio dall’alto guizzando verso la terra; una vampa ravvolse il guidatore ormai fuori di senno; la fiamma si tuffò nelle acque larghe dell’Eridano (il fiume Po), vi si spense stridendo.
Mentre gli alati cavalli, rinsaviti, domati, riconducevano il carro al loro Dio, le ninfe accorsero alle rive del fiume, ne trassero il corpo del giovinetto, gli diedero pietosa sepoltura.
E vennero le sette sorelle di Fetonte, le dolci Eliadi, e piansero sulla misera salma, piansero sul sepolcro lungo il fiume, piansero notte e giorno, inconsolabilmente. Nel dolore si struggevano. E Giove, ancora una volta pietoso, fece delle loro lacrime gocciole di ambra, e di loro stesse argentei pioppi, scossi da un eterno brivido, sospirosi di un eterno sospiro.