Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, colmata della grazia di Dio, era stata redenta fin dal suo concepimento. Il dogma formulato dal Papa Pio IX l’8 dicembre 1854 suona così:

dogma

Questa affermazione è il risultato di un travaglio durato lunghi secoli, come abbiamo già avuto modo di vedere nelle pagine precedenti. Vogliamo adesso considerare i fondamenti di questa definizione dogmatica nella Sacra Scrittura e nella Tradizione.

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La Vergine Maria viene raffigurata in piedi sulla sfera terreste e la mezza luna, calpestando il serpente del Peccato Originale, incoronata dalla colomba dello Spirito Santo e circondata da angeli e da alcuni dei simboli mariani (il ramo di gigli, la palma, la fonte e lo specchio). Questa scena mostra il modo tradizionale di rappresentare l’Immacolata Concezione della Vergine, che fu concepita senza peccato originale.
L’opera fu incaricata dalla casa reale per la chiesa di San Pasquale di Aranjuez.
Il bozzetto di questo quadro è conservato nella Courtauld Institute Galleries di Londra.

I fondamenti biblici

IL PROTOVANGELO (Gen 3,15)
Abbiamo già esaminato a suo tempo questo testo fondamentale, nel quale si parla dell’inimicizia fra la donna (figura di Maria) e il serpente (figura del diavolo). Anche prescindendo dalla questione se il testo indichi o non indichi chiaramente la vittoria della donna, rimane comunque fuori dubbio che fra la donna e il serpente c’è una radicale inimicizia: «Porrò inimicizia fra te e la donna…». Ciò è sufficiente a dare un solido fondamento al nostro dogma. Infatti se fra la donna e il serpente c’è un’inimicizia radicale, non si può pensare che anche per un solo istante nella donna ci sia stata, per così dire, un’amicizia con il serpente a motivo del peccato, sia pure del solo peccato originale. Fra la donna e il serpente c’è un’incompatibilità assoluta. Nella donna quindi non c’è alcuna macchia di peccato.

IL SALUTO DELL’ANGELO (Lc 1,28)
Le parole dell’angelo: «Ti saluto, o piena di grazia» (più letteralmente: «o ricolma del favore divino»), lette alla luce della Tradizione e del sensus fidei del Popolo di Dio, indicano una pienezza totale di grazia. Questa totalità riguarda sia l’estensione che la durata, cioè deve estendersi a tutta la vita di Maria, a cominciare dal primo istante della sua esistenza. Quindi sin dal primo istante Maria fu santa, senza alcuna macchia di peccato.

IL SALUTO DI ELISABETTA (Lc 1,41-42)
Alle due prove precedenti, che sono quelle fondamentali, alcuni autori ne aggiungono anche una terza tratta dalle parole di Elisabetta: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno!». La benedizione divina di Maria è posta in parallelo con quella di Cristo nella sua umanità. Questo parallelismo lascia intendere che Maria, come Cristo, fin dal principio della sua esistenza, era esente da ogni peccato. È degno di nota poi, come abbiamo già accennato a suo tempo, che la benedizione della Madre venga posta prima di quella del Figlio.

 

Sviluppo storico

Presso i Padri e gli scrittori dei primi secoli la dottrina dell’Immacolata Concezione è implicita nel frequente parallelismo Eva-Maria (S. Giustino, S. Ireneo e Tertulliano), il quale comporta una doppia relazione: di somiglianza (come Eva uscì pura dalle mani di Dio, così Maria doveva uscire immacolata dalle medesime mani) e di opposizione (colei che doveva essere la riparatrice dei danni provocati da Eva non poteva trovarsi coinvolta in essi). Nello stesso periodo S. Ippolito dice che il Salvatore era «un’arca fatta con legni (la Beata Vergine Maria) non soggetti alla putrefazione della colpa». Analoghe espressioni troviamo in seguito in S. Gregorio Taumaturgo, S. Efrem e altri.

Per quanto riguarda l’Occidente, abbiamo visto a suo tempo come in particolare S. Ambrogio e S. Agostino escludano da Maria ogni peccato, anche se un testo di S. Agostino, interpretato in senso sfavorevole all’Immacolata Concezione, peserà per secoli in modo negativo su tutta la teologia occidentale.

In Oriente nel V secolo S. Procolo ammise uno speciale intervento di Dio nella formazione della futura Madre del Verbo, affinché fosse una nuova creatura, formata «da un’argilla monda» simile ad Adamo prima del peccato. Teodoro di Ancira oppone Maria ad Eva, dichiarando che «sebbene Maria sia inclusa nel sesso femminile, fu tuttavia esclusa dalla nequizia di quel sesso: fu una Vergine innocente, senza macchia, senza colpa, intemerata, santa di anima e di corpo, come un giglio che sboccia fra le spine».

Nel VII secolo, sempre in Oriente, è S. Sofronio il primo che sembra accennare a una preservazione dalla colpa. Leggiamo infatti: «Hai trovato presso Dio una grazia che nessuno ha ricevuto (…). Nessuno, eccetto te, fu prepurificato».

Verso la fine del VII secolo o agli inizi dell’VIII secolo cominciò a venir celebrata, in Oriente, la festa della Concezione di Maria, come risulta da Andrea di Creta. La prima omelia che si conosca sulla Concezione è quella di Giovanni d’Eubea, contemporaneo del Damasceno. All’oggetto primitivo della festa, che era l’annunzio della miracolosa Concezione di Maria fatta dall’angelo ai genitori (idea che risale al Protovangelo di Giacomo), non aveva tardato ad aggiungersi quello odierno, ossia quello della Concezione passiva della Madre di Dio, dichiarata, non di rado, santa e immacolata. Così Giovanni d’Eubea asserisce un intervento della Santissima Trinità nella formazione di Maria tale da crearla nello stato di giustizia originale.

Nel IX secolo la festa diviene universale nella Chiesa greca.

La festa della «Concezione», istituita dai Greci, restò per lungo tempo ignorata dai Latini. Importata da qualche monaco, venuto dall’Oriente, essa appare in Inghilterra verso il 1060 circa, ma scompare quasi subito, al tempo della conquista normanna (1066), senza lasciare altre tracce all’infuori di un ricordo, unito però a dei rimpianti. È così che essa può rinascere con slancio, grazie alla devozione popolare, verso il 1127-1128, su basi più solide, e passa in Normandia, poi, di là, in tutta l’Europa, nonostante la decisa opposizione di S. Bernardo. L’oggetto della festa, abbastanza indeterminato all’origine, si precisa a poco a poco, non senza un sofferto travaglio. Infatti molti sostenitori della festa non affermavano in senso stretto l’Immacolata Concezione, ma alcuni celebravano semplicemente le primizie della futura Madre di Dio, altri la sua santificazione nel grembo materno. Altri ancora sostenevano la santità originale di Maria, ma con significati molto diversi. Alcuni facevano partire la sua santità dal momento della concezione, altri dal momento della concezione spirituale, cioè dall’infusione dell’anima, che segna l’inizio dell’esistenza personale di Maria.

Una diversità ancora maggiore si riscontrava nei tentativi di spiegazione teologica. Alcuni ad esempio ricorrevano alla strana ipotesi di una particella del corpo di Adamo che sarebbe restata immune dal peccato e trasmessa di generazione in generazione fino a originare Maria.

La difficoltà del problema nasceva innanzitutto dall’idea agostiniana, che dominava tutto il medioevo, secondo cui il peccato originale si trasmetteva a motivo della libido che era necessariamente connessa con l’atto generatore, dopo il peccato originale. In conseguenza di ciò alcuni tentarono di spiegare l’Immacolata Concezione dicendo che l’atto generatore di Gioacchino e Anna era stato miracolosamente esentato dalla libido. Secondo altri (Eadmero) l’effetto della libido era stato miracolosamente sospeso dall’onnipotenza divina.

Vediamo adesso le posizioni dei teologi più noti. Ad aprire il cammino fu S. Anselmo d’Aosta († 1109), ma chi sviluppò il suo pensiero in senso decisamente favorevole all’Immacolata Concezione fu il suo discepolo Eadmero († 1134). Egli fu il primo a scrivere un trattato sull’argomento, dove afferma che la fede popolare è universale su questo punto, e che questa sapienza è più saggia di quella dei dotti:

«Non poteva forse Dio conferire a un corpo umano di restare libero da ogni puntura di spine, anche se fosse stato concepito in mezzo ai pungiglioni del peccato? È chiaro che lo poteva e lo voleva; e se lo ha voluto lo ha fatto» (potuit plane et voluit; si igitur voluit, fecit).

S. Bernardo e Pietro Lombardo, fra i teologi più noti e più autorevoli del XII secolo, negarono l’Immacolata Concezione (come abbiamo già visto in questo argomento pesava l’eredità agostiniana, sia quanto all’interpretazione del famoso testo riguardante l’Immacolata Concezione, sia quanto alle modalità della trasmissione del peccato originale).

Un secolo più tardi anche S. Alberto Magno e S. Tommaso furono dello stesso parere, soprattutto poiché non vedevano come conciliare questa dottrina con l’universalità della Redenzione di Cristo, supposta chiaramente in Rm 5,12: «Tutti hanno peccato».

La situazione mutò nel XIV secolo, grazie a Guglielmo di Ware († 1300) e soprattutto al suo discepolo Giovanni Duns Scoto († 1308). Nella sua opera fondamentale, l’Opus Oxoniense, questi si limita a dimostrare la sola possibilità del privilegio mariano, insegnando però l’uguale possibilità dell’opposto, e sciogliendo tutte le ragioni sia favorevoli che contrarie alla sentenza maculista. Per Scoto perciò le due sentenze sono ugualmente possibili. Quale delle due sia stata attuata, lo sa soltanto Dio: «Deus novit». Egli afferma però che sembra probabile attribuire alla Vergine ciò che è più eccellente, purché ciò non ripugni all’autorità della Chiesa o della Scrittura. Allora infatti l’autorità ecclesiastica non si era ancora pronunciata (la Chiesa romana, come fa rilevare S. Tommaso, non celebrava la festa della Concezione), e la Scrittura sembrava apertamente contraria, asserendo l’universalità della colpa originale e della Redenzione. Per questo motivo Scoto procedette con molta cautela e, per il momento, non osò spingersi oltre. Solo più avanti, mosso indubbiamente dalla sua propensione a ritenere più probabile la tesi favorevole all’Immacolata, asserisce che in cielo si trova la Beata Vergine Maria, Madre di Dio, la quale mai gli fu nemica in atto per ragione del peccato attuale né per ragione dell’originale: lo sarebbe stata tuttavia se non fosse stata preservata. Sta in questa parola «preservata» la forza della tesi di Duns Scoto. Infatti Maria, secondo la legge comune, avrebbe dovuto contrarre la colpa originale, ma grazie ai meriti di Cristo Salvatore fu preservata da tale colpa. In tal modo non soltanto la Beata Vergine è stata redenta da Cristo, ma lo è stata in modo più sublime di chiunque altro.

Scrive bene il Melotti: «Scoto ha il grande merito di far cadere l’obiezione fondamentale formulata dai negatori con il suo argomento sul Perfetto Mediatore: la concezione immacolata di Maria, lungi dall’essere una mancanza di redenzione, è anzi la redenzione portata al massimo grado – è una redenzione «preservativa» -. Questa redenzione è non solo possibile, ma richiesta. Cristo infatti, essendo il perfetto mediatore, doveva porre un atto di mediazione perfetta: lo ha fatto a favore della Madre Sua».

Si può anche aggiungere che tale redenzione perfetta andava applicata a Colei che era chiamata a collaborare in maniera tutta speciale e unica all’opera della redenzione.

Durante tutto il XIV secolo il campo teologico si mantenne diviso fra i contrari e i favorevoli. Il constrasto era particolarmente forte tra i Francescani (più vicini al popolo, e quindi sostenitori dell’Immacolata Concezione) e i Domenicani (contrari, poiché più sensibili alle argomentazioni teologiche). Verso la metà del secolo, in Francia e in Aragona, per opera di alcuni maestri domenicani, si originò una violenta controversia. Le autorità ecclesiastiche imposero il silenzio e la ritrattazione ai suddetti maestri. Il frutto di questo dibattito fu un deciso progresso della tesi immacolista. Allora cominciò a comparire l’argomento biblico, specialmente quello fondato sul Protovangelo (Gen 3,15) e sul saluto angelico (Lc 1,28). Anche la festa della Concezione, in quel tempo, si diffuse ovunque, specialmente fra i religiosi.

All’inizio del XV secolo la posizione immacolista era comune presso quasi tutti gli Ordini religiosi, eccettuati i Domenicani. Nel Concilio di Basilea (17 settembre 1439) fu emesso un decreto in cui si dichiarava che la dottrina favorevole all’Immacolata Concezione era pia, conforme al culto della Chiesa, alla fede cattolica, alla Sacra Scrittura e alla retta ragione, e perciò doveva essere seguita da tutti i cattolici, con proibizione a chiunque di insegnare il contrario. Ma il Concilio, nel tempo in cui emise questa definizione, non era più legittimo, per essersi sottratto alla dipendenza dal Romano Pontefice. Esso contribuì tuttavia in modo eccezionale all’affermarsi della pia sentenza, e rese universale di fatto la festa della Concezione.

I teologi domenicani però non desistettero dalla loro decisa opposizione, tanto che Vincenzo Bandelli, Maestro Generale dell’Ordine (dal 1501 al 1506), giunse ad affermare che «è cosa empia ritenere che la Beata Vergine non sia stata concepita nel peccato originale».

A questo punto cominciò a intervenire la Santa Sede. Sisto IV, francescano, il 27 febbraio 1477 promulgava la costituzione Cum praecelsa con la quale approvava solennemente la festa dell’Immacolata Concezione, celebrata in molti luoghi, con la Messa e l’Ufficio propri. Al tentativo di svuotare il significato di questa festa il Papa risponde con la Bolla Grave nimis, minacciando la scomunica. Alla fine si ebbe l’adesione alla sentenza immacolista da parte delle Università di Parigi (che la impose con giuramento nel 1469 ai suoi dottori), e di quelle di Oxford, Cambridge, Tolosa, Bologna, Vienna.

Questa corrente decisamente favorevole all’Immacolata Concezione nella Chiesa latina provocò una reazione opposta nella Chiesa greca, per cui non pochi vescovi e teologi ortodossi si schierarono fra gli avversari del privilegio. Questa opposizione si accentuerà ancora di più con la proclamazione del dogma nel 1854.

In Occidente invece la dottrina favorevole all’Immacolata si avviava verso il trionfo. L’indagine biblica e patristica si arricchì di nuovi dati, per cui nella sessione VI del Concilio di Trento (1556) non mancò una forte corrente favorevole alla definizione dogmatica del privilegio. Siccome però il Concilio era stato riunito per fare fronte al protestantesimo e non per dirimere controversie interne al mondo cattolico, l’assemblea conciliare si limitò ad aggiungere al decreto sul peccato originale la seguente significativa dichiarazione:

«Dichiara tuttavia questo Santo Sinodo che non è nelle sue intenzioni di comprendere nel decreto relativo al peccato originale la Beata e Immacolata Vergine Maria, madre di Dio, ma che sono da osservarsi le costituzioni del Papa Sisto IV sotto le pene contenute in esse e che vengono rinnovate» (DS 1516).

Nel XVII secolo si ebbero gli interventi di altri tre Papi: Paolo V, che proibiva di attaccare in pubblico l’Immacolata Concezione; Gregorio XV, che impediva di attaccarla anche in privato; Alessandro VII, che con la costituzione Sollicitudo omnium Ecclesiarum (8 dicembre 1661) determinava, contro le false interpretazioni dei pochi avversari rimasti, l’oggetto preciso della festa, dichiarando che si trattava della preservazione dell’anima della Vergine dalla colpa originale, nel primo istante della sua creazione e infusione nel corpo, per speciale grazia e privilegio di Dio, in vista dei meriti di Cristo suo Figlio, Redentore del genere umano. Rinnovò inoltre i provvedimenti dei suoi predecessori contro i sostenitori della sentenza contraria. L’effetto di questa Costituzione fu incalcolabile. Diocesi, re e popoli si misero sotto la protezione dell’Immacolata. Varie Congregazioni vennero fondate in suo onore. I teologi raddoppiarono le loro fatiche per difendere il singolare privilegio e appianare la via alla definizione. Molti (tra cui ad esempio S. Alfonso) giunsero fino al punto di obbligarsi con voto a versare il proprio sangue, se fosse stato necessario, per la difesa del privilegio.

Clemente XII il 6 dicembre 1708 estendeva per legge la festa dell’Immacolata a tutta la Chiesa. Durante il secolo l’entusiasmo dei fedeli e dei dotti andò sempre crescendo, come crebbero anche le suppliche rivolte ai Romani Pontefici per la definizione dogmatica.

Chi si decise ad accogliere queste richieste fu Pio IX, il quale non appena asceso al soglio pontificio (1846) iniziò le pratiche necessarie. Interpellati tutti i vescovi (2 febbraio 1849) ne ebbe una risposta plebiscitaria: su 665 risposte 570 erano entusiasticamente favorevoli, otto contrarie, le rimanenti più o meno incerte sull’opportunità della definizione. La commissione incaricata diede risposta favorevole alla domanda «se vi siano nella Sacra Scrittura testimonianze che provino solidamente l’immacolato concepimento di Maria».

In tal modo il Papa Pio IX poté procedere alla solenne definizione dogmatica l’8 dicembre 1854, alla presenza di oltre duecento fra cardinali e vescovi, e di una incalcolabile moltitudine di fedeli esultanti.

 

Approfondimento teologico 

L’Immacolata Concezione non è una verità a sé stante, ma si inserisce armoniosamente nell’insieme delle altre verità di fede. Può essere molto utile considerarla alla luce delle Tre Persone divine.

A) NELLA LUCE DEL PADRE

L’Immacolata Concezione è un segno dell’amore assolutamente gratuito e preveniente del Padre. Leggiamo in Ef 1,4: «Dio ci ha scelti in Cristo fin da prima della creazione del mondo perché fossimo santi e immacolati al suo cospetto nella carità». La grazia è sempre gratuita, non meritata, almeno la prima grazia. «Siamo stati giustificati gratuitamente per la sua grazia» (Rm 3,24). L’Immacolata Concezione è il segno più chiaro ed evidente della gratuità dell’amore divino. Maria Santissima non ha meritato l’Immacolata Concezione. Essa è un puro dono.

Scrive il De Fiores:

«Nell’Immacolata Concezione non è questione di fede o accettazione libera da parte di Maria riguardo alla salvezza: questa rimane un segno luminoso della gratuità dell’amore di Dio, che si attua ancor prima della risposta responsabile della creatura. L’Immacolata proclama, alla testa della schiera dei salvati: “Soli Deo gloria!”. La preservazione dal peccato e la pienezza di grazia non sono frutto della sua fede o libertà orientata a Dio e neppure delle sue opere; esse si iscrivono, al pari di tutti i singoli atti di giustificazione, nell’elezione salvifica del Padre che decide dall’eternità di amare gli uomini gratuitamente al di là del peccato e del merito. L’Immacolata Concezione manifesta l’assoluta iniziativa del Padre e significa che fin dall’inizio della sua esistenza Maria fu avvolta dall’amore redentivo e santificante di Dio».

B) NELLA LUCE DEL FIGLIO

L’Immacolata Concezione mostra la perfezione della redenzione operata dal Figlio, il Verbo incarnato. Abbiamo già visto l’argomentazione elaborata da Giovanni Duns Scoto riguardo al perfetto Mediatore, o Redentore. Gesù si rivela Redentore veramente perfetto quando non soltanto libera, ma addirittura preserva dal peccato. Quindi l’Immacolata Concezione, lungi dal compromettere la necessità e l’universalità della redenzione, la esalta al massimo grado. Come diceva Santa Teresa di Lisieux, l’innocente è colui al quale non è stato perdonato molto, ma tutto!

Inoltre l’Immacolata Concezione si addice perfettamente a Colei che è chiamata a essere la Madre di Dio. Nella Colletta della Messa dell’Immacolata leggiamo: «O Dio, che nell’Immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio…». E così pure nel Prefazio: «Tu hai preservato la Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale, perché, piena di grazia, diventasse degna Madre del tuo Figlio…». Maria è stata concepita immacolata poiché era destinata a essere la Madre di Dio. Questo privilegio è tutto relativo al Figlio.

Ricordiamo ancora come il Concilio Vaticano II metta in rapporto l’Immacolata Concezione con la prontezza e la perfezione con cui Maria accolse l’annuncio dell’Angelo relativo all’Incarnazione del Verbo, e vi acconsentì:

«Abbracciando con tutto l’animo e senza peso alcuno di peccato la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente».

Maria fu concepita immacolata per poter essere totalmente disponibile all’opera della Redenzione compiuta dall’eterno Figlio del Padre.

C) NELLA LUCE DELLO SPIRITO SANTO

Maria Immacolata mostra nel modo più perfetto la santificazione operata dallo Spirito Santo. Infatti, come dice il Concilio,

«(Maria) è la tutta santa, immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa nuova creatura».

Lo Spirito Santo abita e vive in lei, sin dal primo istante della sua esistenza, come sottolinea in modo tutto particolare S. Massimiliano Kolbe, che giunge a parlare, sia pure in modo sempre teologicamente corretto, di una «quasi incarnazione» dello Spirito Santo in Maria.

Quella santificazione che noi riceviamo nel battesimo, che ci riempie della grazia dello Spirito Santo, con le virtù e i doni a essa connessi, Maria l’ha ricevuta in pienezza sin dall’inizio. Essa è fin dal primo istante il Tempio dello Spirito Santo.

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L’esenzione da ogni colpa attuale

Il Concilio di Trento dichiara:

«Nessun giusto può evitare per tutta la sua vita tutti i peccati, anche i veniali, senza uno speciale privilegio di Dio, come la Chiesa ritiene della Beata Vergine» (DS 1573).

Pio XII, da parte sua, nell’Enciclica Mystici Corporis afferma che la Vergine Madre di Dio «fu immune da ogni macchia, sia personale sia ereditaria».

In base a queste affermazioni del Magistero, della Tradizione e del senso comune del Popolo cristiano i teologi ritengono che l’esenzione della Vergine Maria da ogni macchia di peccato attuale sia una verità prossima alla fede (fidei proxima).

Abbiamo visto nella parte storica come questo privilegio mariano non sia stato colto immediatamente con piena chiarezza da parte di tutti, ma come poi la sua accettazione sia diventata patrimonio comune dei teologi e dei fedeli, sia in Oriente che in Occidente.

Vediamo l’approfondimento di S. Tommaso nella Somma Teologica (III, q. 27, a. 4):

«Quelli che Dio sceglie per un compito speciale, li prepara e li dispone in modo che siano idonei ai loro doveri, secondo l’affermazione di S. Paolo (2 Cor 3,6): “Ci ha resi ministri adatti di una nuova Alleanza”. Ora, la Beata Vergine fu scelta per essere la madre di Dio. Non si può quindi dubitare che Dio con la sua grazia l’abbia resa idonea a ciò, secondo le parole dell’Angelo (Lc 1,30 s.): “Hai trovato grazia presso Dio: ecco tu concepirai”, ecc. Ma ella non sarebbe stata degna madre di Dio se avesse talvolta peccato. Sia perché l’onore dei genitori ridonda sui figli, come dice la Scrittura (Pr 17,6): “Onore dei figli i loro padri”, per cui all’opposto la colpa della madre sarebbe ricaduta sul Figlio. – Sia anche perché ella aveva un’affinità singolare con Cristo, che da lei prese il corpo. Ora, S. Paolo (2 Cor 6,15) afferma: “Quale intesa tra Cristo e Beliar?”. – Sia ancora perché in lei abitò in modo del tutto singolare, non solo nell’anima, ma anche nel seno verginale, il Figlio eterno, che è “la Sapienza di Dio” (1 Cor 1,24), di cui sta scritto (Sap 1,4): “La sapienza non entra in un’anima che opera il male, né abita in un corpo schiavo del peccato“».

«Dobbiamo quindi affermare in modo assoluto che la Beata Vergine non commise mai alcun peccato attuale né mortale né veniale, così da avverare le parole del Cantico (4,7): “Tutta bella sei tu, amica mia, in te nessuna macchia”, ecc.».

 

La pienezza di grazia

È l’aspetto positivo della santità, quello sul quale insistono maggiormente i dottori orientali, per i quali Maria è prima di tutto la Panaghia, la Tutta Santa. Leggiamo ancora una volta S. Tommaso, nell’articolo della Somma in cui egli si domanda se la santificazione iniziale della Vergine le abbia dato la pienezza della grazia (III, q. 27, a. 5). Dopo aver ricordato le parole dell’Angelo: «Ave, piena di grazia» (Lc 1,28), e il commento di S. Girolamo secondo cui «in Maria la grazia si riversa tutta insieme nella sua pienezza», l’Aquinate scrive così:

«Quanto più si è vicini a una causa, tanto più se ne risentono gli effetti, come scrive Dionigi (De cael. hier. 4, 1) notando che gli Angeli, in quanto più prossimi a Dio, partecipano delle perfezioni divine più degli uomini. Ora, Cristo è il principio della grazia: secondo la divinità come causa principale, secondo l’umanità invece come causa strumentale, in base alle parole evangeliche (Gv 1,17): “La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. Ma la Beata Vergine era vicinissima a Cristo secondo la natura umana, che egli prese da lei. Essa quindi dovette ricevere da Cristo una pienezza di grazia superiore a quella di tutti gli altri».

Rispondendo poi a una difficoltà riguardante il confronto fra la pienezza di grazia in Cristo e in Maria S. Tommaso così risponde:

«Dio dona a ciascuno la grazia che gli compete secondo il compito per cui lo sceglie. Poiché dunque Cristo, in quanto uomo, fu predestinato e scelto per essere “Figlio di Dio con potenza secondo lo spirito di santificazione” (Rm 1,4), egli ebbe come privilegio personale tanta pienezza di grazia da farla poi ridondare su tutti, poiché “dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto” (Gv 1,16). Invece la Beata Vergine Maria ottenne tanta pienezza di grazia da essere vicinissima all’autore della grazia: in modo da accogliere in sé colui che è pieno di ogni grazia, e dandolo alla luce far giungere in certo qual modo la (sua) grazia a tutti».

La seconda difficoltà fa forza sul fatto che Maria crebbe nella grazia, quindi non poteva averla in pienezza sin dall’inizio. Ecco la risposta:

«Nell’ordine naturale prima c’è la perfezione dispositiva, per esempio, quella della materia rispetto alla forma. Al secondo posto si ha la perfezione superiore della forma: infatti il calore proveniente dal fuoco è più forte di quello che ha disposto la legna a prendere fuoco. Al terzo posto poi c’è la perfezione del fine raggiunto: come quando il fuoco, salito al suo luogo naturale, esplica tutte le sue qualità».

«Similmente nella Beata Vergine ci fu una triplice perfezione di grazia. Prima quella dispositiva, che la rese idonea a essere madre di Cristo, e questa fu la perfezione prodotta dalla sua santificazione. La seconda perfezione di grazia fu invece prodotta dalla presenza in lei del Figlio di Dio incarnato nel suo seno. La terza perfezione poi è quella finale, che ella possiede nella gloria».

«Che poi la seconda perfezione sia superiore alla prima, e la terza alla seconda, risulta (…) dal progresso nel bene. Infatti nella sua prima santificazione ottenne la grazia che la inclinava al bene; nel concepimento del Figlio di Dio ebbe la consumazione della grazia che la confermava nel bene; nella glorificazione infine ebbe il coronamento della grazia che la costituiva nel godimento di ogni bene».

La terza difficoltà fa notare che Maria non esercitò mai certe grazie, come quella della sapienza, o quella dei miracoli, o quella della profezia. Quindi tali grazie sarebbero state inutili. Risponde S. Tommaso:

«Non si può dubitare che la Beata Vergine, come Cristo, abbia ricevuto in modo eccellente sia il dono della sapienza, sia la grazia dei miracoli e della profezia. Ma l’uso di queste e di altre grazie simili non fu concesso a lei nel medesimo modo che a Cristo, bensì come conveniva alla sua condizione. Ebbe infatti l’esercizio del dono della sapienza nella contemplazione, come risulta dalle parole (Lc 2,19): “Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Non ebbe invece l’uso della sapienza nell’insegnare, poiché ciò non si addiceva a una donna, secondo le parole di S. Paolo (1 Tm 2,12): “Non concedo ad alcuna donna di insegnare”. – Non era poi opportuno che compisse miracoli durante la sua vita, poiché allora i miracoli avevano il compito di confermare la dottrina di Cristo: perciò era bene che facessero miracoli soltanto Cristo e i suoi discepoli, che erano i portatori dell’insegnamento cristiano. Per questo anche di S. Giovanni Battista è detto (Gv 10,41) che “non fece alcun miracolo”, perché tutti si volgessero a Cristo. – Ebbe invece l’uso della profezia, come risulta dalle parole (Lc 1,46 ss.): “L’anima mia magnifica il Signore”, ecc.».

Possiamo così affermare che in Maria ci fu la santità più perfetta in tutti i sensi, sia nel senso negativo dell’esenzione da ogni peccato, sia nel senso positivo della pienezza di ogni grazia, cioè della pienezza dell’organismo soprannaturale, che comprende la grazia santificante, le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo.

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Maria modello di santità

Il Concilio Vaticano II ricorda ai fedeli che

«la vera devozione a Maria non consiste né in uno sterile e passeggero sentimento, né in una vana credulità, ma procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio e siamo spinti a un amore filiale verso la Madre nostra e all’imitazione delle sue virtù».

Queste ultime parole ci introducono nel tema dell’«Imitazione di Maria», sul modello medioevale, che parlava di «Imitazione di Cristo». La Beata Vergine infatti, nei più recenti documenti del Magistero e nella sensibilità dei fedeli, è vista in modo particolare come Colei che realizza nel modo più perfetto tutte le virtù.

Il Concilio ritorna spesso su questo tema, e presenta Maria come «eccellentissimo modello nella fede e nella carità». 
In particolare la presenta come modello per i sacerdoti:

«Un esempio meraviglioso di tale prontezza (nel corrispondere alle esigenze della propria missione), i presbiteri lo possono trovare nella Beata Vergine Maria, che sotto la guida dello Spirito Santo si consacrò al mistero della redenzione umana»;

per i religiosi e le religiose:

«Per l’intercessione della dolcissima Vergine Maria Madre di Dio, la cui vita è regola per tutti, essi progrediranno ogni giorno di più e apporteranno frutti di salvezza più abbondanti»;

per i laici:

«Modello perfetto di vita apostolica è la Beata Vergine Maria, Regina degli Apostoli, la quale, mentre viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudine familiare e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo e cooperò in modo del tutto singolare all’opera del Salvatore».

Mi sembra di poter concludere che se il capitolo VIII dedicato alla Vergine Maria è il coronamento di tutta la Costituzione conciliare Lumen Gentium sulla Chiesa, esso lo è in modo tutto particolare in riferimento al capitolo V, che è un po’ l’anima non solo della Costituzione ma di tutto il Concilio, e che ha per titolo: «L’universale chiamata alla santità nella Chiesa». Maria è l’esempio e il modello di questa santità a cui tutti dobbiamo tendere.

In questi tempi di smarrimento dei valori morali, lo sguardo a Maria Immacolata, può essere per noi bagno di rigenerazione nell’Immacolatezza di una “Donna” tanto grande che:
“che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali

(che chiunque voglia ottenere una grazia
e non ricorre a te, vola senz’ali)
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, Inno alla Vergine).

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vedi anche: