Su invito della Provincia Regionale di Catania, Pro Natura Sicilia e il Fondo Siciliano per la Natura – nell’ambito delle numerose liberazioni di fauna selvatica recuperata – hanno rivolto la loro attenzione al territorio superstite del grande Bosco di Aci (per i Romani Lucus Jovis), attraversato dalla strada consolare Valeria sulla direttrice Messina-Siracusa.

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In origine era un fitto bosco di querce, cerri, lecci e castagni che dalle falde dell’Etna giungeva fino al mare. Insieme ad una ricca flora mediterranea di pistacchio, alloro, bagolaro, olivastro, lentisco, rosa canina e ginestra, il Bosco di Aci occupava ben 30 km quadrati ed arrivava a lambire la piazza Duomo di Acireale, malgrado le decurtazioni naturali subite per effetto delle colate laviche del 394 a.C. e del 1329.

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La fine dell’unità territoriale ebbe inizio con l’opera di disboscamento intrapresa nel XVIII secolo, quando il conte di Mascali(CT), divenuto Vescovo di Catania, concesse il bosco in enfiteusi alle popolazioni vicine che ne ricavarono reddito per secoli.

Un assiolo su un alberoConseguenze di queste prime e profonde manomissioni furono la riduzione del lago Gurna di Mascali e l’ampliamento dei pantani di Riposto.

Nel XIX secolo cominciò la nuova urbanizzazione del versante orientale dell’Etna con il grande attacco al Bosco di Aci che sopravvisse solo a chiazze, mentre prima occupava vasti territori dei comuni di Zafferana Etnea( Fleri e Pisano Etneo), di Acireale(Santa Maria degli Ammalati, San Giovanni Bosco e Linera) e di Aci Sant’Antonio(Santa Maria la Stella, Lavinaio e Monteroso).

Oggi, del grande bosco sopravvivono soltanto tre lembi a Santa Maria la Stella, nel bosco dello Scacchieri e in quello di Lavinaio in territorio di Aci Sant’Antonio, tutti inseriti nel Piano Territoriale della Provincia di Catania e protetti dal vincolo di inedificabilità del 13 marzo 1999, che recepisce precedenti provvedimenti del 1995 e 1997, forse troppo tardi per assicurare la protezione dovuta a un ecosistema forestale per anni in mano a chi non ha rispettato la Natura.

Purtroppo, nonostante il Bosco Santa Maria la Stella sia stato acquistato dalla Provincia di Catania per farne un parco urbano, non sono mancati tagli indiscriminati e discariche abusive, denunciati nel 2008 da Legambiente di Catania.

Secondo una Direttiva UE recepita in Italia dal 1997, il Bosco di Santa Maria la Stella, dichiarato Sito di Importanza Comunitaria (SIC) sarebbe invece destinato al mantenimento e al ripristino dell’originale stato naturale in coerenza con la Rete di Natura 2000 e per assicurare la biodiversità della regione in cui è inserito.

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Per restituire al Bosco di Santa Maria la Stella (relitto dell’antico Bosco di Aci) una minima parte dell’avifauna naturale che certamente lo popolava, i volontari che gestiscono il Centro Recupero Fauna Selvatica (CRFS) di Valcorrente (Belpasso, CT), di cui è responsabile il naturalista Luigi Lino, nel dicembre 2011 hanno liberato alcuni rapaci notturni (rinvenuti feriti in provincia di Catania, curati eriabilitati), tra cui sette esemplari di Barbagianni Tyto alba e sei esemplari di Assiolo Otus scopsdetto anche ”Chiù” per il suo verso caratteristico.

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NUCCIA DI FRANCO LINO

Catania, 9 gennaio 2012

PS
Ho tratto questa pagina dal vecchio sito tanogabo.it. Mi giunge oggi 29/04/2016 la precisazione dell’amica Nuccia Di Franco Lino:

Caro Gaetano, questo articolo ormai è ”scaduto”: da un anno non funziona il CRFS gestito dal Fondo Siciliano per la Natura e la provincia regionale di Catania non esiste più.” 

I soci hanno deciso di aderire alla Federazione nazionale Pro Natura fondando la sezione di Catania e Ragusa che ha tenuto il 9 aprile la sua prima assemblea.