PREMESSA

Eccoci giunti nella regione dove vivo da circa quarant’anni.
Scelsi Bologna per completare gli studi universitari, iniziati a Perugia. L’Ateneo bolognese, fondato da circa un millennio dai glossatori quali Accursio, Rolandino de’ Passeggeri ed altri nel 1088, è ritenuto dagli storici il primo nel mondo per la materia riguardante il Diritto e seguito poi dalle altre discipline, in primis la facoltà di Medicina e Chirurgia. Questo particolare mi indusse a trasferirmi in questa Università a lasciare a Perugia e a non scegliere altre città italiane pur celebri per i loro atenei. Conseguita la laurea e la relativa specializzazione intrapresi la mia attività professionale che mi ha procurato molte soddisfazioni anche se l’intensità di lavoro da qualche anno è diventata più pesante.
Ritengo di aver effettuato un’ottima scelta, in quanto oltre ad apprezzare la località, ho incontrato ottima accoglienza nel tessuto sociale ed in particolare in quello professionale.
L’Emilia Romagna è la terra di Giuseppe VERDI e vi dedico quindi il sottofondo musicale tratto dalla nota aria detta “dell’incudine” dall’opera IL TROVATORE.
E’ però anche la regione che ha dato i natali a Guglielmo MARCONI, precursore pionieristico delle telecomunicazioni, poco compreso ai suoi tempi; non essendo egli laureato (credo anche di ricordare che fu bocciato in fisica all’esame di maturità liceale), venne aprioristicamente considerato un inventore di poco conto e che la sua scoperta non avrebbe rappresentato alcun vantaggio per il futuro della nostra nazione.
A tale errata valutazione venne  successivamente tentato di porre rimedio ma troppo tardi !
Non mi voglio dilungare, per non sottrarre spazio a quanto ci deve raccontare l’inviato speciale Publio Manlio Cozio e cordialmente vi saluto, augurandovi buona lettura

Cettina 

EMILIA-ROMAGNA

di Publio Manlio Cozio

Stimatissimi lettori, come avrete certamente notato, la mia rubrica ha attraversato la “Linea Gotica” e sta per inoltrarsi nella vallata del Po.
Mi sono prefisso, come sempre, lo scopo di curiosare nelle faccende, note e meno note, anche della Regione alla quale appartengo per adozione. Ho tralasciato momentaneamente la Liguria, regione che sarà oggetto della prossima puntata in quanto non mi sono ancora documentato a dovere e mi scuso.
Riprendo, dunque, il mio discorso con una curiosità fornitami dalla denominazione del territorio sud-orientale, ovvero dal suo secondo nome che rappresenta però soltanto una parte, anche se abbondante, delle zone romagnole mentre altre parti del territorio stesso non appartengono amministrativamente alla regione EMILIA-ROMAGNA.

Giovenale SANTI, studioso di storia romagnola, afferma che la ROMAGNA, intesa come regione storica, “abbraccia, oltre alle province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, anche territori che appartengono amministrativamente ad altre province, ad altre regioni ed anche ad altro stato”.

Romagna avulsa ridottaSono infatti considerate romagnole in senso storico, le seguenti  zone: 

  • La parte della provincia di BOLOGNA ubicata ad est del fiume Sillaro (Imola e dintorni).
  • La porzione della provincia di FIRENZE, a nord del crinale che va dal passo della Futa al monte Falterona.
  • Una parte della provincia di AREZZO
  • Una vasta zona della Provincia di PESARO-URBINO nelle Marche
  • La Repubblica di SAN MARINO.

Perchè è avvenuto questo accorpamento, solo parziale, del territorio romagnolo alla preesistente “EMILIA”?

Lo stesso Santi ci indica nel ministro dell’istruzione Luigi Carlo FARINI l’autore, nel 1859, di tale stranezza che non ha tenuto conto dello spartiacque naturale che delimita il confine meridionale della Romagna storica. Tralascio le varie motivazioni e passo a parlarvi delle:

Donne celebri dell’Emilia Romagna

Nell’immaginario collettivo, ad eccezione per chi mi legge, si ritiene spesso che le donne Emiliano-Romagnole siano apprezzate soltanto per la loro prestanza giunonica, la qual cosa non è poi un difetto, anzi…  
La storia però le annovera anche per ben altro. 

Vi voglio perciò riportare alla mente la storia di alcune delle tantissime donne emiliano-romagnole originarie o vissute in questa regione.

La donna più potente del Medio Evo italiano 

Nel 1046 nasce da Beatrice dei duchi di Lorena e da Bonifacio, duca di Lombardia e di Toscana, la piccola Matilde unica erede di un’immensa proprietà feudale ed ultima discendente della Casa tedesca degli Attonidi.
Nel 1052, alla morte del padre, si trova ad appena nove anni a capo di un immenso territorio che comprende i ducati di Reggio Emilia e Modena, di Parma e Piacenza, di Ferrara e di altri numerosissimi territori confinanti e non.  La sua residenza sull’Appennino reggiano era ed è tuttora denominata CANOSSA. 

Donna intelligente ed ardita, pronta a maneggiare la spada ed insieme illuminata tutrice delle leggi e delle arti, capace di dare un impulso fondamentale all’origine dell’Università di Bologna garantendo la propria protezione ad Irnerio, l’uomo cui va il merito di aver riportato in auge gli studi sul  Diritto Romano. La ormai nota rivalità fra Papato ed Impero germanico e, nella fattispecie quella che ha coinvolto il Papa Gregorio VII e l’Imperatore di Germania Enrico IV, ha reso celebre la figura di Matilde, quale unica mediatrice.
I suoi vastissimi possedimenti hanno infatti costituito un’efficacissima barriera protettiva contro le possibili invasioni germaniche in Italia ed in particolare nello Stato Pontificio. Il suo possente esercito ha garantito sicurezza in un territorio governato da un così potente personaggio che si può definire antesignano nel desiderio dell’unità d’Italia,  con un anticipo di quasi 800 anni. 
Poche donne hanno avuto, nella storia italiana, un ruolo importante quanto quello di Matilde, che per quarant’anni resse uno stato che si estendeva su buona parte dell’Italia settentrionale e centrale e che partecipò da protagonista alla lotta tra l’Impero e la Chiesa ed in particolare, come già accennato fra l’imperatore Enrico IV ed il Papa Gregorio VII.

Quest’ultimo, nella mezzanotte del Natale del 1075, venne rapito, ad opera dell’esercito imperiale mentre celebrava la messa, arrestato e malmenato. Il Papa non tardò a lanciare la scomunica contro Enrico IV che si rese conto del potere della Chiesa e capì di non poter andare contro il suo popolo. Si preparò quindi al gesto che è ritenuto un simbolo di sottomissione allo scopo di ottenere il perdono: l’umiliazione di Canossa. Soltanto grazie alla cugina Matilde, Enrico venne infatti ricevuto dal Papa nel castello di quella località, ma dopo essere rimasto per tre giorni e tre notti a piedi nudi a supplicare, sotto la neve, il perdono da parte di Gregorio VII che ne revocò la scomunica. (Ancora oggi nel linguaggio corrente si usa dire, con riferimento a chi si ravvede pubblicamente di qualche colpa commessa: “si è dovuto recare a Canossa“).

Matilde, riappacificatasi con l’impero germanico fu nominata dall’imperatore successivo Enrico V “Regina d’Italia”.

Morì nel 1115 a Bondeno presso Ferrara e dal 1632 riposa a Roma nella basilica di San Pietro in un sarcofago arricchito da uno straordinario monumento realizzato dal Bernini.

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Due donne accomunate dalla tragedia

 

  • FRANCESCA DA POLENTA
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Nel V canto della Divina Commedia Francesca si presenta così a Dante:
Siede la terra dove nata fui
Su la marina  dove ‘l Po discende
Per aver pace co’ seguaci sui……….

Scrive il  Boccaccio che messer Guido da Polenta, ascoltando il consiglio d’un amico, fece venire a Ravenna Paolo Malatesta «con pieno mandato ad isposar Madonna Francescaper procura del fratello Gianciotto.(*)
Andando Paolo
 
con altri gentiluomini per la corte dell’abitazion di messer Guido, fu da una delle damigelle di là dentro, che il conoscea, dimostrato da un pertugio d’una finestra a Madonna Francesca, dicendo, quelli è colui, che dee esser vostro marito: e cosi si credea la buona femmina. Di che Madonna Francesca incontamente in lui puose l’animo e l’amor suo. E fatto poi artificiosamente il contratto delle sponsalizie e andatone la donna a Rimino, non s’avvide prima dello inganno, che essa vide la mattina seguente al di delle nozze, levar da lato a sé Gianciotto: di che si dee credere, che ella vedendosi ingannata, sdegnasse, né per ciò rimovesse dall’animo suo l’amore già postovi verso Paolo».

(*) Gianni ciotto (ciotto = zoppo, sciancato)

Si sa, con quasi certezza, che Dante conoscesse quanto accadde ai due amanti e quando avvenne il tragico fatto. Lo storico Luigi TONINI propende per il 1283-1285. Le argomentazioni da lui addotte sono, brevemente, le seguenti: il 22 dicembre del 1282 Paolo Malatesta andò Capitano del Popolo a Firenze, dove probabilmente conobbe Dante, di qualche anno più giovane. Per quanto attiene al luogo il Petrarca indica la dimora dei Malatesta in Rimini. La storia di Paolo e Francesca è stata poi trattata da molti illustri scrittori, tra i quali Silvio Pellico e Gabriele D’Annunzio.  Proprio dal D’Annunzio, il librettista Tito Ricordi ha tratto il testo, egregiamente posto in musica da Riccardo Zandonai.
All’epoca dei fatti Francesca aveva già avuto, suo malgrado da Gianciotto, una bambina di nome Concordia la quale, alcuni anni dopo, si ritirò nel convento delle Clarisse da lei stessa fondato a Sant’Arcangelo di Romagna e dove condusse vita ascetica.

Nell’opera di Dante brilla la creatura poetica di Francesca che, avvinta al suo Paolo, trascinata per l’eternità dalla “bufera infernal che mai non resta”, rimane unita a lui anche dopo la morte, simbolo di gentilezza d’animo anche nella follia della passione.

La famiglia de’ MALATESTA verrà, circa 140 anni dopo, colpita da una seconda simile tragedia che ora intendo riportarvi alla mente.

 

  • PARISINA MALATESTA

Cariola-Ritratto-di-Parisina-MalatestaIl turista, che si reca a Ferrara, può visitare il celebre castello Estense ed, al suo interno, le carceri spaventose di Ugo e Parisina. 

Parisina_MalatestaL’orribile tragedia domestica, cantata da Lord Byron, avvenne nel 1425 nel suddetto castello. Il marchese Nicolò III d’Este aveva sposato in seconde nozze la bellissima Parisina dei Malatesta, signori di Rimini. Nicolò aveva già un figlio di nome Ugo, di bell’aspetto e di ottime maniere, che non vedeva di buon occhio l’avvenente matrigna ed essa non manifestava particolari simpatie per Ugo. Il marchese, allo scopo di riconciliarli, li inviò in viaggio insieme a Loreto accompagnati da un numeroso ed attento seguito.
Ritornarono perfettamente riconciliati…ed anche troppo !!!!!
Un giorno, attraverso un foro fatto praticare nel soffitto della camera da letto di Parisina, Nicolò III constatò personalmente l’esistenza della tresca e, fatti immediatamente imprigionare i due giovani li fece condannare a morte. Dopo la decapitazione i due infelici furono sepolti, senza alcuna pompa, presso la torre del tempio di San Francesco. Nicolò, poche ore dopo l’esecuzione della sentenza, venne colto da pazzia. Le celle dove vennero rinchiusi i due amanti, sono situate ai piedi della torre, detta dei Leoni nel già citato castello Estense.
Il grande musicista Pietro Mascagni dedicò a Parisina un’opera lirica con testo di Gabriele D’Annunzio. Il titolo di questa opera lirica è appunto “Parisina”.

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 BOLOGNA CITTA’ NAVIGABILE

Zona del porto di Bologna nel settecento

Zona del porto di Bologna nel settecento

Vi si trovava una fitta rete di canali che ricevevano acqua dal fiume Reno e dal fiume Savena, tanto che veniva chiamata la “Venezia del centro”. 
L’acqua veniva usata, oltre che  per lavare, anche come forza motrice. I primi a sfruttare l’acqua furono i Romani che si insediarono nei pressi del torrente Aposa, dove costruirono numerosi acquedotti ben 2000 anni fa. Già nella metà del 1200 Bologna aveva un avanzatissimo sistema idraulico, si ha inoltre testimonianza che alla fine del 300 sulle acque del Reno e da canali derivanti dal Savena, vi si trovavano 37 opifici e mulini, che divennero oltre 500 alla fine del 1700. 

Porto sul navile

Porto sul navile

A testimonianza dell’importanza che Bologna aveva per gli ingegneria idraulica si evince dal fatto che anche Leonardo da Vinci si occupò della città e nei suoi studi, progettò la chiusa a gradoni del Battiferro che consentiva alle navi di superare lo sbalzo fra Bologna e la vicina località di Corticella. Incredibile pensare adesso che da Bologna si potesse navigare fino al mare e che da Cervia il sale arrivasse sulle barche, ma dal 1905 il porto venne chiuso e il trasporto fluviale venne sostituito da quello del treno perché risultava più veloce e meno costoso. Pertanto se un giorno passate per via del Porto, per via Riva Reno o per tutte quelle strade che ricordano la vita sull’acqua, chiudete un attimo gli occhi e pensate che sotto di voi scorre ciò che un tempo era la vita della città e poteva portarvi fino all’orizzonte del mare.

Canale di Reno nell'800 (Ora ricoperto e trasformato in via Riva di Reno)

Canale di Reno nell’800 (Ora ricoperto e trasformato in via Riva di Reno)


Le battaglie navali bolognesi

Storici di varie epoche raccontano fatti d’arme avvenuti su imbarcazioni, 
navi e galeoni bolognesi ed ora vi racconto quello più importante.

Verso la fine del 1200 la Repubblica di Venezia pretese dalla città di Bologna dazi sulle merci provenienti dal mare; tale imposizione non venne accettata dai bolognesi, seguì quindi una guerra, la cui battaglia più importante avvenne presso la località di Primaro dove, secondo cronisti e topografi dell’epoca, il Reno confluiva nel Po consentendo alle imbarcazioni bolognesi di raggiungere l’Adriatico.

I veneziani attaccarono il presidio felsineo proprio a Primaro, incontrando però una fortissima resistenza da parte dei bolognesi i quali, coi i loro natanti più facilmente manovrabili, essendo di minori dimensioni, posero in forte difficoltà le grandi navi veneziane che in breve tempo si trovarono intrappolate tra le sponde dei canali, ostacolandosi vicendevolmente e dovettero quindi battere in ritirata.

 

Ora vi lascio con un buon “cerea a tutti neh”

da Publio Manlio COZIO