Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

L’arancio di San Domenico

C’è un arancio, sull’Aventino, che, ormai da otto secoli, fiorisce puntualmente ogni anno ad agosto, nel colmo dell’estate. E’ l’arancio di San Domenico che il Santo piantò nell’orto claustrale della Basilica di Santa Sabina nel 1203.

L’atrio che precede l’ingresso della chiesa è costellato di frammenti antichi e medievali provenienti dalla chiesa e dagli scavi successivi. In fondo a sinistra si apre il chiostro duecentesco. Una piccola apertura circolare nel muro, protetta da un vetro, permette di vedere nel cortile dell’attiguo convento, l’albero di arancio.

Da notare che l’albero di arancio non è di origine europea, è una pianta originaria dell’estremo oriente, e il fatto che fruttifichi in pieno inverno in qualche modo ha sempre ostacolato la sua diffusione nei climi europei freddi. Sebbene già al tempo dei romani si parlasse probabilmente di alberi di arancio in Sicilia, provenienti appunto dall’oriente, sappiamo che questi non attecchirono o che comunque non si diffusero mai fuori dalla Sicilia e nel resto dell’Europa.

Alcuni semi di arancio, però, portati probabilmente da mercanti provenienti dall’Asia, giunsero nella zona della Siria e dell’Egitto e successivamente, attraverso le conquiste degli arabi, giunsero nella Spagna e nel Portogallo (da qui deriva il fatto che in molti dialetti italiani, e anche in arabo, ‘portugàl’ e varianti indicano le arance). Siamo oramai nel tredicesimo secolo e tuttavia, a parte la penisola iberica, ancora l’arancio rimaneva una pianta sconosciuta in Europa. E’ a questo punto che interviene il buon San Domenico che, nativo della Spagna, conosceva bene tale pianta, nuova per l’Italia ma oramai ampiamente diffusa nella sua terra natia. Vissuto a lungo presso il convento di Santa Sabina, sappiamo che piantò amorevolmente un albero di arancio, ed è quindi grazie a lui che nacque “ufficialmente” il primo albero di questa specie in Italia.
Ma, per quanto ne sappiamo, la diffusione dell’arancio in Italia poteva fermarsi a tale singolo albero piantato. Invece la fama del santo e dei suoi numerosi miracoli crebbe negli anni seguenti, proprio come il suo albero appena piantato… La santa vita condotta dal frate qui a Santa Sabina accrebbe il numero e la devozione dei fedeli… ma come piacevole effetto collaterale un’inedita pubblicità in tutta Italia e in Europa a questa pianta sconosciuta e dagli ottimi frutti.
E’ per questo quindi che possiamo dire che un enorme contributo alla conoscenza e alla diffusione in Europa della pianta di arancio proviene da questo cortiletto dove fu piantato il primo arancio italiano dalle devote mani del santo.

L’albero dell’orto claustrale della Basilica di Santa Sabina costituisce una delle tante curiosità di Roma, è alto circa 6 metri; il relativo pollone fu portato dallo stesso Santo nella nostra città dalla sua terra nativa, la Spagna, dove si usava condire con la corteccia di questo particolare genere di arancio, detto anche melangolo, i cibi di magro che, per l’osservanza della regola, dovevano consumare i frati dominicani.
Anticamente, i frutti di quest’arancio, che maturano regolarmente come gli altri, erano quasi tutti destinati al Papa e ai cardinali, come si faceva con l’uva di S. Rita inviata al Pontefice e ai porporati dell’Umbria.

Pare che le cinque arance candite che Santa Caterina da Siena offrì, nel 1379, a papa Urbano VI provenissero proprio da questo arancio di Santa Sabina.
Le foglie della singolare pianta erano un tempo ricercate dai fedeli e venivano date anche agli ammalati.
Anni fa, durante un inverno particolarmente rigido, il vecchio arancio si spogliò e parve cadere per il freddo e per l’età. Ma a primavera, sui rami scheletrici, apparvero nuovi fiori e tutta la pianta tornò ancora una volta a vegetare.

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da ricerche sul web

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