Plutone era il dio invisibile, figlio di Saturno e di Rea, inghiottito dal padre, ritornato alla luce e, quando nella spartizione del dominio gli era toccato il regno del sottoterra, l’Ade, vi era disceso per sempre.

D’altronde, se mai ne fosse uscito, nessuno lo avrebbe visto: il suo elmo sottraeva a ogni sguardo chi lo portasse.
Formidabile sovrano, Plutone; raramente lo si nominava, molto lo si temeva; era il Dio dell’oltretomba, era il custode dei giuramenti, il giudice degli spergiuri, l’inesorabile ministro delle maledizioni divine.
Aveva maestoso ma tetro il volto, arruffati i capelli e la barba; voleva sacrifici di negri arieti e di negre pecore.

Vicino a lui regnava Proserpina, che era stata rapita dal dio un giorno che giocava con le sue compagne a raccogliere fiori nelle pianure della Sicilia. Proserpina, dea dei morti e della fertilità allo stesso tempo, era la personificazione della rinascita della natura in primavera.

Il suo regno era situato al centro della Terra, nell’Erebo tenebroso e misterioso, e comunicava direttamente col mondo esteriore attraverso caverne dalle profondità immisurabili.

Tristi fiumi vi scorrevano:

  • lo Stige, nel cui nome, quando gli Dei giuravano, il giuramento diventava inviolabile;
  • Cocito, il fiume dei lamenti;
  • Piriflegetonte, il fiume del fuoco;
  • Lete, il fiume dell’oblio;
  • Acheronte, il fiume del dolore.

 

L’Acheronte circondava il dolente paese; per varcarlo bisognava traghettare nella barca del vecchio e burbero Caronte, il quale, se non gli si pagava prima l’obolo e se il corpo cui l’anima era appartenuta in vita non aveva ricevuto la debita sepoltura, scacciava l’anima stessa costringendola a errare eternamente lungo la desolata riva.

Varcato il fiume si giungeva all’ingresso dell’Ade custodito da Cerbero, il cane dalle tre teste e dalla voce di bronzo, mansueto a chi entrava, feroce a chi tentasse di uscire.
Oltre la soglia infernale, tre giudici – Eaco, Minosse e Radamanto – esaminavano le anime e le assegnavano al nero Tartaro o ai Campi Elisi o alle Isole dei Beati.

I cattivi e specialmente chi aveva peccato contro gli Dei erano destinati al Tartaro:
– ivi erano i Titani;
– il gigante Tizio, cui due avvoltoi rodevano il fegato;
Tantalo, condannato a fame e sete eterne;
Sisifo, il quale, per la slealtà dimostrata in vita, doveva continuamente spingere su per un ripido pendio un grosso macigno, che tosto, dalla cima raggiunta, ricadeva a valle;
Issione, avvinto alla sua ruota di fuoco turbinante senza posa per l’aria nera;
– le Danaidi, omicide dei loro sposi, condannate per l’eternità a riempire di acqua vasi senza fondo.
I mediocri, pallide ombre dall’umano aspetto, ma diafane, smarrite, come prive di coscienza, erravano senza pena e senza gioia per i prati di asfodelo.
I buoni erano guidati ai Campi Elisi, dove regnava una perpetua primavera e splendeva la luce del sole e crescevano i pioppi argentei.
Coloro poi che bene avevano meritato e nelle cui vene scorreva un po’ di sangue divino o ai quali gli Dei guardavano con speciale favore, approdavano alle Isole dei Beati, dove nei campi fioriti di rose, all’ombra di olezzanti alberi dai frutti d’oro, trascorrevano il loro tempo cavalcando o gareggiando in esercizi atletici o tra giochi e suoni, felicemente.

I fratelli Hypnos e Thanatos

Cupe divinità si aggiravano nel regno di Plutone: Thanatos e Hypnos, cioè la Morte e il Sonno, figli della Notte, e tutta la schiera dei Sogni, quelli veritieri e quelli ingannatori, le Keres, seguaci di Marte, e le Furie (Erinni) che erano le dee della vendetta, persecutrici soprattutto di coloro che si rendevano colpevoli di inumanità verso i supplici e i forestieri o, peggio, di empietà o di spergiuro o di assassinio contro i parenti.
Tosto che un delitto era stato commesso in una famiglia subito apparivano le tre Dee dal capo chiomato di serpenti, agitando fiaccole accese. Sedevano sulla soglia della casa e attendevano. Il reo non poteva sfuggire. Per tutta la terra, per tutta la vita, oltre la vita, fin nell’Erebo profondo, le Furie vendicatrici lo incalzavano, implacabilmente.

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tratto da: tanogaboblog.it

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