Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La Principessa Fillide e il mito del Mandorlo

C’è sempre di mezzo un Demofoonte (o Demofonte), fratello ora di Trittolemo, ora di Acamante, e figlio o del re di Eleusi Celeo e di Metanira, o dell’ateniese Teseo.

Il Demofoonte che, al momento, non ci interessa, ebbe per balia occasionale, da bambino, Demetra, che viaggiava per il mondo in incognito alla ricerca di Persefone, e nottetempo, lo forgiava nel fuoco per donargli l’immortalità. Ma sua madre non riconobbe la Dèa, e, cogliendola sul fatto mentre lo accostava alle fiamme del focolare, urlò e la fermò. Demofoonte perse la sua occasione, e, si dice, anche la vita, ma i Mortali guadagnarono, attraverso suo fratello Trittolemo, ciò che Prometeo aveva significato con il dono del fuoco. Demetra, infatti, insegnò loro, tramite il fratello di Demofoonte, l’arte di coltivare il grano.

L’eroina di un altro mito, un mito così importante che fu uno degli argomenti usati dagli ateniesi per avanzare pretese su Anfipoli, è Fillide (Φυλλίς), figlia del re della Tracia.
In alcune versioni del mito, il suo amore mortifero fu Acamante. Oppure non sono due varianti dello stesso mito, ma due storie completamente diverse, due diverse sfortunate principesse.

Fillide e Demofoonte, Edward Burne-Jones

Secondo Callimaco, Fillide si innamorò dell’ateniese Demofoonte, figlio di Teseo e Fedra, e fratello di Acamante, reduce dalla guerra di Troia.
Demofoonte ricambiò il suo amore, e la sposò, ricevendo in dote la città di Anfipoli, ma, di lì a poco, le confessò la sua struggente nostalgia per la propria patria e il suo proposito di partire alla volta di Atene, e le giurò che, trascorso un anno, sarebbe tornato da lei.
Fillide si dolse della sua decisione, lamentando che egli andasse contro le leggi della Tracia e contro le sue promesse, e gli donò, una scatola sigillata. “Aprila solo se io dovessi morire, contiene un amuleto della Dèa madre Rea“, gli disse, convinta che non lo avrebbe rivisto mai più.

Demofoonte partì. Trascorse il tempo, trascorse un anno, Demofoonte non tornò.
Alcune versioni del mito dicono che, in realtà, non si fosse recato ad Atene, ma che si fosse insediato a Cipro, forse, al fianco di un’altra principessa.
Disperata, Fillide si uccise con il veleno (o si impiccò ad un albero). Si narra che sia scesa nove volte dalla rocca al porto di Anfipoli prima di suicidarsi, e, da allora, quel percorso si chiamò Enneodo (le nove strade).
Si credeva che certi amori, certe tragedie, muovessero a compassione Dèi troppo simili agli uomini. E, quando ciò accadeva, un Dio trasformava l’eroe o l’eroina in un albero, o un fiore, un fiume o una costellazione. Perchè ne restasse traccia.
Fillide venne trasformata in un mandorlo.

E Demofoonte (o Acamante), finalmente, mantenne la sua promessa e ritornò in Tracia. Appena sbarcato, seppe della morte di Fillide e della sua trasformazione. Disperato, corse ai piedi del mandorlo, lo cinse amorosamente con le braccia e pianse tutte le sue lacrime. Si narra che, allora, il mandorlo perse tutto il fogliame e si ricoprì, per la prima volta, di boccioli candidi e fragranti.
Demofoonte si rammentò della scatola sigillata e della raccomandazione della sua sposa. Aprì la scatola e ciò che vide al suo interno lo sconvolse a tal punto che perse la ragione, e, in preda ad un cieco terrore, galoppò fino alla spiaggia, percuotendosi il petto con la sua daga, ma la sua folle corsa si interruppe bruscamente: disarcionato dal suo cavallo, cadde sulla propria lama e morì.

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fonte testo (Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons)

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