Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La pittura nell’antica Grecia (quarta ed ultima parte)

Fra i discepoli di Panfilo, Melanzio fu colui che più aderì all’ideale del bello geometrico e proporzionale enunciato dal maestro. A lui, non a caso, era riconosciuta un’abilità straordinaria nella distribuzione delle figure nello spazio un’abilità giudicata superiore alla sua perfino da Apelle. Un suo quadro con una scena di caccia al cervo è riproposto con tutta la cornice da uno dei mosaici dei palazzi di Pella, eseguito a breve distanza di tempo dall’originale. Da esso emerge chiaramente il progetto geometrico che è alla base della composizione: un quadrato inserito in un altro – la cornice – il cui lato è il doppio del primo; all’interno, le figure si inscrivono idealmente in una sfera che, intersecandosi con il piano del suolo, dà origine a un cerchio che, per effetto della prospettiva, assume l’aspetto di un’ellisse intorno alla quale si dispongono i vari personaggi. Diversamente da Melanzio, Pausia raccolse dell’insegnamento di Panfilo soprattutto la sperimentazione della tecnica ad encausto, diventando il primo grande artista specializzato in tale genere di pittura. L’encausto (pittura bruciata) consisteva nell’applicare sul supporto minute quantità di cera che poi venivano fatte aderire con uno stilo rovente, conferendo ai colori una particolare luminosità e brillantezza.
Questo procedimento, che richiedeva tempi lunghissimi, permise a Pausia di diventare un celebrato specialista nella pittura di fiori, genere cui lo avrebbe indotto l’attento studio dal vero delle ghirlande intrecciate da Glicera, la fioraia da lui amata e ritratta nel suo quadro piú celebre. Il tono lieve e la piacevolezza dei soggetti furono alla base del grande successo ottenuto dalle opere di Pausia in anni di ripiegamento intimistico e di perdita della libertà da parte del mondo ellenico. Ma alla loro fortuna non fu estranea neanche la grande adattabilità di tali soggetti all’applicazione in innumerevoli prodotti dell’industria artistica, dalle cornici per i quadri all’arredo architettonico (a Pausia è attribuita l’invenzione dei lacunari dipinti), alle stele, all’oreficeria e naturalmente alla ceramica, specie quella proveniente da Egnazia e dai maggiori centri della Puglia.

Apelle ritrae Alessandro il Grande, da una stampa del 1661

Nel 343, proprio quando Aristotele fu chiamato da Filippo a far da precettore ad Alessandro si trasferí alla corte di Macedonia anche il migliore allievo di Panfilo, Apelle, che ben presto divenne il pittore preferito e il ritrattista ufficiale del re e del suo giovane erede. Gli aneddoti fioriti intorno alla personalità di questo artista, nato in una famiglia di orafi di Colofone, esaltano l’enorme prestigio di cui egli godette alla corte macedone, reso piú evidente dai rapporti di amichevole confidenza che intrattenne con Alessandro Magno. Plinio racconta (Naturalis Historia, 35.85) che il re amava far visita in bottega al pittore e si fermava a discutere con lui, ma Apelle, quando Alessandro parlava troppo o a sproposito, non si faceva scrupolo di farlo tacere dicendogli che faceva ridere i garzoni intenti a macinare i colori. Ancor piú noto è l’episodio che vide protagonista Pancaspe, schiava prediletta di Alessandro (ibid., 35.86). Accortosi che il pittore se ne era innamorato mentre la ritraeva nuda, il re non esitò a donare all’artista la fanciulla, famosa per la sua bellezza. Come pittore di corte, Apelle contribuí a creare un’arte aulica, adatta a diffondere l’immagine del nuovo potere regale. Sua è infatti l’iconografia dell’apoteosi del sovrano, con l’Alessandro portatore di fulmine, di cui conosciamo una replica dalla Casa del fauno a Pompei. E sua è anche una delle piú celebri rappresentazioni allegoriche dell’antichità, la Calunnia, un dipinto minuziosamente descritto da Luciano che Apelle eseguí ad Alessandria e con il quale si dice abbia alluso ai suoi difficili rapporti con la corte del re Tolomeo. Di Apelle la critica esaltava l’«ingegno», ossia la capacità di invenzione, e la «grazia», cioè la concezione soggettiva del bello, che poteva anche non coincidere con l’ideale tradizionale di un’esecuzione portata all’ultimo compimento. La Charis che si conservava nell’Odèon di Smirne era una sorta di manifesto dell’ideale estetico di Apelle: rappresentava la Grazia (Charis) insieme con Kairos (il «momento opportuno») e Akmè (la «fioritura»), intendendo cosí affermare, nell’ambito di un’estetica venata di sfiducia nell’oggettiva insegnabilità dell’arte, che l’artista poteva attingere la «Grazia» solo se il suo ingegno gli consentiva di operare una scelta opportuna. Apelle fu anche celebrato per alcuni ritrovati tecnici, quali l’atramentum, una sorta di vernice trasparente a base di nero che egli stendeva sulla superficie dei suoi quadri una volta che erano finiti, ottenendo con questo accorgimento il duplice effetto di difendere la pittura da polvere e sporcizia e di dosare la luminosità dei colori, smorzandone i toni troppo accesi. Ezione è un altro dei pittori che dipinsero per i reali di Macedonia. Egli è ricordato soprattutto per un quadro che raffigurava le Nozze fra Alessandro e Rossane, descritto da Luciano, e di cui restano alcune versioni semplificate. Il dipinto, che al pari della Calunnia di Apelle forní lo spunto per numerose rivisitazioni del tema in età rinascimentale, già in età antica fu il prototipo di un genere artistico cui apparteneva, tra l’altro, il modello perduto delle cosiddette Nozze Aldobrandini, pitture murali rinvenute a Roma ai primi del Seicento e copiate da artisti come Rubens, Van Dyck e Poussin. Un parallelo in pittura all’esasperata drammaticità del barocco pergameno, che produsse capolavori della scultura come il famoso donario di Pergamo e forse come lo stesso Laocoonte, è costituito dai dipinti di Teone, vissuto nell’età dei Diadochi, che predilesse soggetti con personaggi in preda a emozioni e passioni violente (guerrieri assetati di stragi, Oreste folle, Tamiro disperato).

Protogene – Dettaglio dalla “La scuola di Atene” di Raffaello

Di una generazione precedente e coetaneo di Apelle fu invece Protogene, al quale le fonti attribuiscono i primi ritratti non idealizzati e attenti invece a riprodurre la fisionomia dei personaggi e un’accanita minuziosità nel compimento delle proprie opere che proprio per questa ragione non furono numerose. Nel iii e ii sec. a. C. i pittori ellenistici spinsero alle estreme conseguenze le ricerche spaziali e cromatiche avviate nel periodo classico. Conquista della prospettiva lineare, impiego diffuso del chiaroscuro per costruire forme e volumi e perfino di una pittura a tocchi compendiari, di tipo impressionistico, sono le caratteristiche che troviamo negli affreschi pompeiani, ispirati alla grande pittura da cavalletto dell’Oriente ellenico, e anche sulla ceramica dipinta di questo periodo, i cui principali centri produttori sono Centuripe, Egnazia, Alessandria. Un influsso determinante fu certamente quello esercitato dalla scenografia teatrale. Vestigia architettoniche indicano che parecchi teatri, ad esempio a Priene e ad Efeso, furono costruiti o ricostruiti nel ii sec. a. C. con accorgimenti che consentivano l’impiego di grandi quinte dipinte, inserite nelle aperture del boccascena.

Donna seduta che suona una cetra . Dalla stanza H della Villa di P. Fannio Sinistore a Boscoreale

Ad esse si ispira tutta una serie di decorazioni parietali, uno splendido esempio delle quali ci è offerto dalle pitture della villa di P. Fannio Sinistore a Boscoreale. La facciata monumentale di una tomba scoperta a Lefkadià, in Macedonia, consente di cogliere, intorno al 300 a. C., i presupposti di quella decorazione illusionistica di tipo architettonico che tanta fortuna avrà per tutta l’età ellenistica, anche in area romana. La facciata presenta due ordini sovrapposti, uno dorico e uno ionico, sormontati da un frontone triangolare. In parte è scolpita nella roccia calcarea, in parte è in stucco a mezzo rilievo e in parte è dipinta, in modo da simulare una ricca decorazione architettonica, compreso un fregio con una centauromachia. Il carattere illusivo è accentuato dal fatto che non vi è alcuna corrispondenza fra tale prospetto esterno e gli spazi interni della tomba. Se la tomba di Lefkadià mescolava nella simulazione il rilievo architettonico e la pittura murale, le decorazioni parietali negli interni degli edifici di Delo, Priene, Magnesia si servono del solo strumento della pittura per fingere immaginarie architetture, imitando abilmente i diversi materiali preziosi dei rivestimenti.
Negli stessi anni o poco dopo pitture analoghe compaiono sulle pareti degli edifici di Roma e Pompei, dando vita a quel tipo di decorazione che ancor oggi si usa classificare come primo stile pompeiano. Sono ormai gli anni in cui l’influenza di Roma si è estesa a tutto il Mediterraneo, creando le condizioni per scambi sempre piú intensi fra le diverse aree e di conseguenza una sempre piú diffusa omogeneità di linguaggio nelle arti figurative.

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fine 

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testo ed immagini  da richerche sul web

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La pittura nell’antica Grecia

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