Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La piramide di Chefren e il sigillo della triade superna del giudizio finale

LA PIRAMIDE DI CHEFREN E IL SIGILLO DELLA TRIADE SUPERNA DEL GIUDIZIO FINALE

A cura di Gaetano Barbella

Illustrazione 1: Vista della sommità della piramide di Chefren.

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1. La parabola e la cintura di Orione

La piramide di Chefren si erge maestosa accanto alla Grande Piramide, nota col nome di Cheope e a quella più piccola chiamata Micerino, situate sulla piana di Giza d’Egitto, a circa 20 chilometri da Il Cairo, sulla riva occidentale del Nilo.

Circondate da altre minori piramidi secondarie e templi funerari, è anche il luogo dove sorge la Grande Sfinge. L’imponenza di tutto il complesso è aumentata dal fatto che fu eretto su un pianoro roccioso sopraelevato e la piramide di Chefren, situata sulla parte più alta di essa, sembra più alta di quella di Cheope se pur più elevata, ma di pochi metri. La piramide di Chefren, fu fatta erigere come monumento sepolcrale dal faraone della IV dinastia egizia, Chefren appunto, in carica nell’Antico Regno ed incoronato nel 2560 a.C. circa. E’ la piramide posta nel mezzo fra quella di Cheope e Micerino. Denominata Wr Kafre, ovvero “Grande è Kafre”, è di base quadrata, con un lato di 215,25 metri. La sua particolarità, rispetto alle altre due sue compagne, è di essere l’unica ad aver conservato sulla sommità la copertura di calcare bianco di Tura (illustr. 1), località egiziana nota per le sue cave, che in origine ricopriva tutta la piramide. L’accurata levigatura del materiale le conferiva l’aspetto di un gigantesco e lucente solido geometrico. La base è rivestita di granito rosso e grigio di Assuan. L’altezza totale originaria della piramide era di 143,5 metri, oggi ridotti a 136,4 metri a causa dell’erosione e dei crolli avvenuti durante i secoli.

Scopo di questo saggio è cercare di spiegare la possibile ipotesi esoterica di questo sacello tombale destinato al faraone Kafre, e nel far questo è necessario far capo a tutto ciò che è stato detto sulla Grande Piramide nel saggio «La Stele dell’Inventario di Giza la “sindone” della Grande Piramide», di cui al link: http://www.ereticamente.net/2017/05/la-stele-dinventario-di-giza-la-sindone-della-grande-piramide-a-cura-di-gaetano-barbella.html.
oppure: https://tanogabo.com/la-stele-dinventario-di-giza-la-sindone-della-grande-piramide/

È ben noto che le tre suddette piramidi rientrano nell’ipotesi, che sembra fondata, di una correlazione con le tre stelle della costellazione di Orione. Secondo questa ipotesi, teorizzata da Robert Bauval, ingegnere nato in Egitto ed appassionato di egittologia, la disposizione delle tre piramidi della piana di Giza è l’esatta raffigurazione al suolo delle tre stelle corrispondenti poste lungo la cosiddette nota Cintura di Orione suddetta. Il termine Cintura di Orione sta ad indicare le 3 stelle allineate al centro della costellazione di Orione che nella raffigurazione mitologica è rappresentata appunto dal gigante Orione. Quasi a cavallo dell’Equatore Celeste è visibile da tutte le latitudini della Terra. Le tre stelle che formano la Cintura sono Alnitak, Alnilam e Mintaka. Queste stelle sono molto brillanti e messe in fila permettono di localizzare con facilità la costellazione

Illustrazione 2: La Cintura di Orione e le tre piramidi di Giza a confronto. [https://osr.org/it/blog/astronomia/cintura-diorione-e-piramidi-degitto/]

Questa correlazione è ampiamente descritta nei di libri di Bauval “Il mistero di Orione” e “Il codice egizio”, dove viene inoltre dimostrato che nella geografia della Valle del Nilo vi è inserita una correlazione con gli elementi del cosmo, nella quale le piramidi assumono un nuovo significato, legato all’osservazione ed al moto dei corpi celesti. Tutto ciò da un lato, ma più intimamente le tre piramidi corrispondono ad un processo iniziatico di carattere alchemico volto alla realizzazione del corpo della resurrezione, ossia dell’immortalità.

Di qui si può capire che la piramide di Cheope, come spiegato nel menzionato saggio, svolge il ruolo della fase di esorcizzatore delle energie e convertirle alchemicamente in un corpo solare rigenerato. C’è propensione nel ritenere che la piramide, col suo intero complesso, costituisca un ideale modello di una prodigiosa macchina energetica rivolta alla probabile rigenerazione vitale, appunto. Infatti il suo scopo era di costituire il sacello tombale del faraone Cheope per renderlo immortale, anche se in effetti non si è mai trovato alcuna prova in merito nel sarcofago della Camera cosiddetta del Re posta in sede della torre dello Zed. Dunque se la piramide è una ipotetica “macchina” deve pur rientrare in una concezione che possa essere formulata in termini matematici e naturalmente essere intravista con l’ausilio di una ipotetica geometria. Oltre a tutto ciò non si può trascurare il fatto che la piramide non è stata mai posta in relazione con la barca solare tramite la quale il dio Osiride stesso, sposo di Iside, viaggia per raggiungere Ra il dio Sole. Ed è vero anche che accanto alla piramide è stata trovata sotterrata la barca solare del faraone Cheope. Di conseguenza potremmo immaginare che la terra su cui poggia la piramide sia una sorta di barca che viaggia idealmente nel tempo. Il passo è breve per accostare la parabola della barca solare con la Cintura di Orione cui, la Grande Piramide è correlata insieme alle altre due.

È necessario, a questo punto, riprendere le nozioni geometriche della Grande Piramide dal citato saggio «La Stele dell’Inventario di Giza la “sindone” della Grande Piramide», per capire come affrontare il tema geometrico-esoterico della piramide di Chefren e la sua ipotetica funzione.

2. Una parabola per il mistero della Grande Piramide

Legando la suddetta parabola della barca solare, simbolicamente solidale con la Cintura di Orione, con il complesso piramidale di Cheope, così come è stata considerato dal punto di vista della geometria dell’illustr. 3, non scandalizza immaginare ipotetiche correlazioni funzionali con le due Camere del Re e della Regina.

Illustrazione 3: Geometria della piramide di Cheope con l’ausilio di una piramide particolare, il tutto all’insegna della sezione aurea.

Di qui, in un lampo ecco disporsi le cose in merito, associate alla ipotetica energia circolante nella piramide (su cui molti studiosi sono concordi), e tutto per merito di una prodigiosa parabola, reale configurazione geometrica della barca solare osiderea. Ma c’è di più sull’apporto di questa parabola, considerato che la piramide-macchina è “solare” e deve in qualche modo captare le energie solari del dio Ra e convertirle al suo centro focale, in sede della Camera della Regina, naturalmente la dea Iside.

Intanto è d’uopo che io mostri ora i dati geometrici dell’illustr. 3, utilizzando la concezione del rapporto aureo su cui c’è concordanza:

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Illustrazione 4: Taglio di una pietra preziosa. Gioco di luce con la scomposizione nei colori dell’iride.

y² = 2 p x, dove p = 1 (equazione della parabola)
ya = √ [2 / (1 + √5)] = 0,786151377…
xa = ya² / 2=0,309016994…
phi = 38,17270763…°
180° – 4phi = 27,30916948…°
yi = tang (180° – 4 phi) = 0,516341175…
xi = yi² / 2 = 0,133304104…
d = yR = 0,080615621…
Xr = d²/ 2 = 0,003711446…

La luminosità è un requisito fondamentale delle gemme preziose e le loro studiate sfaccettature moltiplicano i giochi di luce scomposta nei suoi colori, cosiddetti dell’iride, all’interno per sprigionarsi in modo sfolgorante all’esterno (illustr. 4).
Nulla allora che meravigli, dunque, vedere la piramide di Cheope come uno speciale cristallo e costatare subito una particolare proprietà dovuta a un ipotetico raggio di luce che interagisce in esso. Dalle illustr.ni 3 e 4 si può capire di che si tratta.

Il raggio IP, riferendoci all’illustr. 3, è normale alla parabola e si imbatte di ritorno sulla parete C’B’ riflettendosi in Q della parete opposta C’A’. Prosegue da qui la riflessione luminosa, supposta energetica, in modo verticale fino in fondo sulla parabola in R. Si sa che tutti i raggi confluenti su una parabola in senso verticale ad essa, si riflettono convergendo nel fuoco relativo, che nel nostro caso è il punto F. Naturalmente si è capito che il punto I di partenza del supposto raggio luminoso è unico in modo che la sua inclinazione riferita alla verticale sia 180° – 4 phi come indicato sull’illustr. 3. Phi è il semiangolo al vertice della piramide e il suo simbolo è φ.

Nessun commento su questo raggio salvo a vedere ora il raffronto con lo spaccato della piramide di
Cheope (illustr. 5), in cui si vedono i vari elementi che vi fanno parte: la tomba del Re e della Regina, la Grande Galleria ed altro.

Illustrazione 5: Piramide di Cheope. Sezione trasversale.

Ed ecco il fatto meraviglioso che spiega il titolo di questo capitolo: Una parabola per il mistero della Grande Piramide! Due cose in una: il fuoco F della parabola di arco A’OB’, su cui è posta la piramide A’B’C’, coincide con un certo punto della tomba della Regina e il raggio verticale QR della ipotetica luce, all’interno della piramide in questione, coincide con l’asse della tomba del Re.

In merito allo Zed e alla funzione piezoelettrica del sistema dei ranghi di basalto (simili agli elementi di una batteria elettrica di auto, continuamente attivata dall’energia solare captata dalla parabola) in relazione al potere che serve per la rigenerazione vitale alla base del potere che vi deriva, mi fa pensare alla spiegazione in che modo le ossa si rigenerano.

Illustrazione 6: Lo scettro di Osiride e dei faraoni

Il modo con cui molti organismi viventi usano la piezoelettricità è molto interessante: le ossa agiscono come dei sensori di forza. Applicando una forza, le ossa producono delle cariche elettriche proporzionali alla loro sollecitazione interna. Queste cariche stimolano e causano la crescita di nuovo materiale osseo, rinforzando la robustezza della struttura ossea in quelle zone in cui la deflessione interna è più elevata. Ne risultano strutture con minimo carico specifico e, pertanto, con eccellente rapporto peso-resistenza1.

Un’altra cosa è possibile suggerire come riscontro ideografico fra i geroglifici egizi, con il raggio energetico verticale QR delle illustr. 3 e 5, sopra analizzate. Mi viene di intravederlo nello Scettro o W3s nella mano del dio dei morti Osiride e di altri dei egizi, nonché in quella dei faraoni assisi sul trono (illustr. 6).

La cima di questo scettro termina con una sorta di maniglia di traverso particolarmente sagomata che può benissimo riferirsi alla parete della piramide dove il raggio si riflette;

mentre la parte terminale è munita di una forcina a due punte che potrebbe riferirsi alla doppia riflessione del raggio energetico (andata e ritorno). Vedremo quanto sia aderente la maniglia dello scettro alla correlazione, sia con la piuma di Maât, la dea del giudizio dei morti, sia con la sommità della piramide di Chefren, l’unica ad aver ben conservato il suo manto calcareo di rivestimento.

3. Il Fuoco di Ruota della Grande Piramide

Illustrazione 7: La grande Piramide. I raggi del Sole alchemico generano il “Fuoco di Ruota”, grazie al Bagno di Meti. La visione del Sacro Graal.

Per capire il lato esoterico della Grande Piramide è indispensabile rifarsi alle nozioni sull’ermetismo cui si riferisce la citazione in rosso dell’illustr. 7 del “fuoco di ruota” della Grande Piramide, di Eugèn Canseliet, l’autore di questa locuzione che va completata così perché si capisca in pieno: « e che il divino Teofrasto scoprì. Si forma in questo globo una polvere solare, che poiché si è purificata da sé medesima, con la mescolanza con altri elementi; ed essendo preparata secondo l’arte, diventa in poco tempo, superlativamente adatta ad esaltare il fuoco che è in noi; ed a farci diventare, per modo di dire, di natura ignea. »2.

I sacerdoti del tempo in cui la Grande Piramide era per essi il Santuario dei Misteri di Osiride, forse prefiguravano il “fuoco di ruota” come io l’ho disegnato con l’illustr. 7. Si capisce in pieno ciò che ha detto sul Mare dei Filosofi Fulcanelli (Le dimore Filosofali, vol.1, pag. 181), cioè: « La donna adatta alla pietra e che con essa si deve unire è quella fontana d’acqua viva, la cui sorgente, totalmente celeste, che ha il suo centro in particolare nel sole e nella luna, produce questo chiaro e prezioso ruscello dei Saggi, che si versa nel mare dei filosofi che, a sua volta, circonda tutto il mondo. ». Quindi non senza ragione, questa divina fontana, è chiamata da questo autore femmina della pietra; alcuni l’hanno anche rappresentata sotto le spoglie d’una ninfa celeste, alcuni altri le hanno dato il nome della casta Diana, la cui purezza e verginità non è macchiata dal legame spirituale che l’unisce alla pietra. Ed è in questo ideale bacile che si raccoglie, la virtù, posseduta dal mercurio o luna dei saggi, capace di captare, a mano a mano che viene prodotta durante l‘immersione o il bagno del re, la tintura che questi abbandona e che la madre conserverà nel suo seno per il tempo richiesto. Si tratta del Graal, che contiene il vino eucaristico, liquore di fuoco spirituale, liquore vegetativo, vivente e vivificante introdotto nelle cose materiali. E si capisce anche il senso del tempo richiesto, il cui scadere è dettato, secondo i piani astrologici, dai due condotti di aerazione attraverso i quali giunge la luce delle due stelle di Beta dell’Orsa Minore e Sirio, alla Camera della Regina, la Luna, e punto focale del Santuario piramidale. In quel tempo il “viaggiatore” si mette in azione e sale sulla barca ormeggiata all’inizio della Grande Piramide e ascende al piano superiore dove l’attende la porta della Camera del Re, il tabernacolo di Osiride (del papiro di Ani). Qui le operazioni si svolgono in più fasi e le varie serrande che modulano il flusso dell’acqua mercuriale attendono a questo scopo. Ma sappiamo che il tempo è nelle mani della stella Alpha Draconis e successivamente della Zeta Orionis che completa l’opera. Si capisce, a questo punto, che il flusso energetico che transita per la Camera del Re, a saturazione avvenuta del bagno di Meti, allude alla forza kundalini della cultura yoga. Sin da questo momento la gran ruota disegnata nell’illustr. 7 si mette a girare e questo comporta soggiacere all’azione di un fuoco interiore che è quello degli atanor alchemici da tenere sempre sotto controllo.

Illustrazione 8: Partic. della maniglia dello scettro Wзs di Osiride.

Chi ha la mente versata per l’ingegneria intravede immediatamente nell’illustr. 7 una Gran Ruota che funge da turbina che è attivata dall’azione energetica dei raggi solari, dimodoché tutto si mette in moto. L’arte ermetica impone che l’adepto sin dal primo momento in cui si mette all’opera non cessi mai di farla fermare. Nei fatti alchemici l’atto di iniziazione di un sacerdote preposto a far questo a favore del neofita, fa da abbrivio per produrre una spinta alla Gran Ruota, come il motorino di avviamento delle auto. Ho voluto riprendere le nozioni esoteriche della Gran Ruota energetica della piramide di Cheope, perché similmente si attua la fase che volge verso la fine del processo iniziatico che ho ipotizzato per la piramide di Chefren. Si tratta della verifica si tutte le operazioni depuratrici del processo, in modo che siano state fatte con perfezione, e per questo è la nota piuma della dea Maât che fa da “tester” rivelatore per il giudizio dei morti. Ecco che si rivela il potere riposto nella maniglia dello scettro di potere dell’illustr. 6 che viene appunto simboleggiato con una piuma (illustr. 8). Si tratta del giudizio sull’osservazione delle 42 regole per dimostrare la perfezione dell’anima dell’iniziato meritevole di risorgere dai morti e divenire immortale.

4. La misura di Maât

Illustr. 9: Maât con la piuma in capo. (pareti della tomba di Seti I nella Valle dei Re. Museo archeologico nazionale di Firenze).

Si è accennato alla dea Maât, perciò è d’uopo parlarne per capire quale funzione vi faccia capo, e per questo è illuminante un geroglifico che riveste un ruolo essenziale in tutto il sistema simbolico dei geroglifici facenti capo alle divinità egizie. Si tratta della misura di Maât che riguarda, naturalmente la dea astratta Maât (illustr. 9), antico concetto egizio della verità, dell’equilibrio, dell’ordine, dell’armonia, della legge, della moralità e della giustizia. Maât in realtà è considerata la stessa dea Iside ed è inoltre personificata come una dea antropomorfa, con una piuma in capo, responsabile della disposizione naturale delle costellazioni, delle stagioni, delle azioni umane così come di quelle delle divinità, nonché propagatrice dell’ordine cosmico contro il caos. La sua antitesi teologica era Isfet.

In aggiunta, per quel che ora ci interessa, è che Maât è il fondamento della religione egizia, è l’ordine universale, una legge pubblica e privata, che va tenuta in grande conto perché nel giudizio dei morti si veniva giudicati proprio su quella legge e sulla corretta applicazione di 42 norme di vita. Esse non avevano una funzione punitiva, ma erano considerate un modo per vivere bene e rispettare gli altri. 
Esse sono: 1) Non uccidere e non permettere che nessuno lo faccia. 2) Non tradire la persona che ami o il tuo coniuge. 3) Non vivere nella collera. 4) Non spargere terrore nelle persone. 5) Non assalire e non provocare dolore al prossimo. 6) Non sfruttare il prossimo e non praticare la schiavitù. 7) Non fare danni che possano provocare dolore all’uomo o agli animali. 8) Non causare spargimento di lacrime. 9) Rispetta il prossimo. 10) Non rubare ciò che non ti appartiene. 11) Non mangiare più cibo di quanto te ne spetti. 12) Non danneggiare la Natura. 13) Non privare nessuno di quello che ama. 14) Non dire falsa testimonianza. 15) Non mentire per far del male ad altri. 16) Non imporre le tue idee agli altri. 17) Non agire per fare del male agli altri. 18) Non parlare dei fatti altrui. 19) Non ascoltare di nascosto fatti altrui. 20) Non ignorare la Verità e la Giustizia. 21) Non giudicare male gli altri senza conoscerli. 22) Rispetta tutti i luoghi sacri. 23) Rispetta e aiuta chi soffre. 24) Non arrabbiarti senza valide ragioni. 25) Non ostacolare mai il flusso dell’acqua. 26) Non sprecare l’acqua per i tuoi bisogni. 27) Non inquinare la terra. 28) Non nominare il nome dei Neteru invano. 29) Non disprezzare le credenze altrui. 30) Non approfittare della fede altrui per fare del male. 31) Non pregare né troppo né troppo poco gli Dei. 32) Non approfittare dei beni del vicino. 33) Rispetta i defunti. 34) Rispetta i giorni sacri anche se non credi. 35) Non rubare le offerte fatte agli Dei utilizzandole per te stesso. 36) Non disprezzare i riti sacri anche se non ti aggradano. 37) Non uccidere gli animali senza una ragione seria. 38) Non agire con insolenza. 39) Non agire con arroganza. 40) Non vantarti del tuo benessere di fronte ad altri. 41) Rispetta questi principi. 42) Rispetta la legge se non contrasta con questi principi.

5. Il geroglifico di Maât

Illust. 10: Maât.

Maât è davvero un rompicapo per tutti coloro che si sono accostati al suo presunto geroglifico geometrico, e alla sua raffigurazione del tutto analoga a quella della dea Iside, (illustr. 10) nel tentativo di pervenire ai suoi segreti reconditi. Maât è raffigurata come una donna alta che indossa una corona sormontata da una piuma di struzzo enorme. Il suo simbolo totem è una piattaforma o una fondazione in pietra, che rappresenta la base stabile su cui viene costruito l’ordine. Maât o Mayet, è stata concepita per costituire nell’antico egiziano il concetto di verità, equilibrio, ordine, legge, moralità e giustizia. Talvolta è personificata come una dea che regola le stelle, le stagioni e le azioni di entrambi i mortali e le divinità, che hanno posto l’ordine dell’universo dal caos al momento della creazione. Più tardi, come dea in altre tradizioni del pantheon egiziano, dove più dee erano accoppiate con un aspetto maschile, la sua controparte maschile era Thoth e i loro attributi sono gli stessi.

Dopo l’ascesa di Ra furono descritti come guida della sua Barca Solare, entrambi posti ai suoi lati.

Dopo il suo ruolo nella creazione e impedendo continuamente all’universo di tornare al caos, il suo ruolo primario nella mitologia egiziana riguardava la pesatura delle anime che avveniva in seno alla terra, in Duat. Di qui il ruolo della sua piuma, Shu, che era la misura che determinava se le anime (che intravedevano nel cuore) dei defunti avrebbero raggiunto il paradiso dell’avifauna con successo.
Oltre a questa importanza di Maât, si generarono altri essenziali principi nell’antica legge egiziana, tra cui l’adesione alla tradizione rispetto al cambiamento, l’importanza del ricorso all’arte del dire, e più specificatamente del persuadere con le parole e la comprensione dell’importanza di raggiungere l’imparzialità e l’uguaglianza sociale. Di qui, nella mente egizia, è Maât che lega saldamente tutte le cose in un’unità indistruttibile: l’universo, il mondo naturale, lo stato e l’individuo, tutti considerati come parti dell’ordine più ampio da lei generato. Poiché era anche il dovere del faraone di assicurare verità e giustizia, molti di loro sono stati chiamati Meri-Maât (Amato di Maât).

6. L’origine della misura con Maât

Senza Misura non ci sarebbe né Giustizia, nè Verità, né Equilibrio, nè Armonia e nè Centralità. Insomma senza la Misura non sarebbe esistito il “Maât”. Il “Maât” rappresentava anche il supremo ordine cosmico di perfezione ed equilibrio, attributi già ampiamente esaminati.

La felicità sulla Terra poteva essere vissuta solo seguendo il “Maât”, senza eccessi e nella giusta Misura. E questo “Maât” non era un qualcosa di irraggiungibile, ma era possibile approssimandovisi nella vita di tutti i giorni sulla Terra, tanto è vero che all’origine del significato della parola “Maât” vi era proprio una asta per misurare. Questa asta per misurare è raffigurata infinite volte nelle immagini pittoriche egizie principalmente di Iside e Nephtys aventi in una mano l’asta misuratrice del “Maât” e nell’altra mano il simbolo della vita, l'”Ankh”. Il “Maât” era anche un concetto di religione poiché quando si moriva si veniva giudicati nella hall, o salone, o stanza, del “Maât”, presieduta da Osiride, affiancato da Iside e dalla sorella Nephtys, oltre ad altre 42 divinità. Il “Maât” quindi era un concetto immortale, realizzabile e valevole sia nella vita quotidiana di tutti i giorni e sia nell’eternità dopo la morte.

L’origine del “Maât” pertanto é anche l’origine della Misura perché nessuno dei due poteva fare a meno dell’altro.

Come il “Maât” esprimeva un concetto di centralità dell’Uomo nel suo mondo, fisico, morale e metafisico e nel cosmo intero, così la Misura esprimeva un sofisticato concetto di centralità dell’Uomo al centro del suo Universo, con i suoi tre principali parametri di MISURE TEMPORALI, MISURE ANGOLARI e MISURE LINEARI, tutti scaturenti ed incernierati sull’Uomo e tutti, opera chiaramente di un pensiero sublime e geniale, interconnessi fra di loro, assieme alle dimensioni della Terra e quelle del Cosmo, mettendo in relazione lo spazio con il tempo e con il movimento della Terra e del Cosmo, con l’Uomo al suo centro e a sua percezione. Un capolavoro di architettura perfetto secondo il noto arcaico postulato “Tutto é Uno”.4

7. Lo scarabeo che sostiene il “mattone” di Maât.

Illustr. 11: Cartiglio di Thutmosi III. Partic. affresco cappella di Thutmosi III.

Ma senza la geometria con linee e curve a iosa non si ha modo di svolgere la funzione agrimensoria della Misura contemplata nel precedente capitolo. Di qui riaffiora il lavoro svolto dai sacerdoti di Iside “tenditori di corde”: « In quell’epoca, per tracciare una base occorreva ottenere gli angoli retti e per far questo, si adoperava il cosiddetto metodo della corda e i geometri-sacerdoti in questione erano noti come “tenditori di corde”, appunto. È un metodo che risale almeno al 2900 a.C. ». E abbiamo potuto capire quanta geometria si sia rivelato in tutta la trattazione sulla piramide di Cheope e sul geroglifico della chiave di Iside. E se tutto ciò fa capo al Maât, vuol dire che se, per esempio, si parla dell’Ankh, ossia l’anzidetta chiave di Iside, si può ben capire perché Iside e Maât siano la stessa persona. Come a dire che Maât si rivela in tanti modi. Dunque a cominciare dai gradini più alti dell’esistenza umana, che nella simbologia egizia si esplica con lo scarabeo sacro che sostiene il “mattone” di Maât illuminata dal Sole di Ra, il cartiglio del faraone Thutmosi III dell’illustr. 11 lo dimostra (lo scarabeo, nell’antico vocabolario egiziano indica l’uomo). 

8. Maât in relazione con il serpente cobra e alla parabola della piramide di Cheope.

Poco per volta si avrà modo di avere a che fare col rettangolo geometrico appropriato di Maât, considerato che compaiono qua è là rettangoli che sembrano riguardarle. Come quello appena esaminato sul conto del particolare dell’affresco della cappella del faraone Thutmosi III.

Illustr. 12: Il serpente cobra associato ad altri ideogrammi. É affiancato dal segno della bilancia e dallo scettro w3s posto di traverso. Partic. affresco della cappella di Thutmosi III.

Ora nell’intrattenerci sul serpente cobra dell’illustr. 12, è utile avvalerci dei concetti di Alchimia in relazione a ideogrammi che vanno associati a questo ideogramma. Uno di questi lo troviamo in bella mostra nel particolare dell’affresco di Thutmosi III dell’illustr. 12 appunto, che è posto su un vassoio associato alla parabola della Grande Piramide e in parallelo al bagno di Meti alchemico (vedi “Fuoco di Ruota” della Grande Piramide, capitolo 3).

Illustr. 13: “Lago della verità” di Maât. Papiro di Ani.

Il “bagno di Meti” dimostra che il vassoio-parabola non è altro il mare dei filosofi, o mare ermetico, ma chiamato anche in molti altri modi. Come già spiegato, è qui che nascerà “figlio del re” che, nel caso di Osiride e Iside, è Horu. Ma occorre precorrere i tempi per Illustr. 12 associare questo evento con Maât che presiede al famoso giudizio coadiuvata da 42 giudici. Questo per capire che in caso di buon giudizio, il defunto (ma anche il neofita disposto per l’iniziazione) è destinato a risorgere dai morti. Questo fatto comporta la nascita in lui di Horus. Ecco dimostrato che il “bagno di Meti”, ossia il mercurio filosofico, sia il “lago della verità” o il “lago di fuoco” di Maât. Il passo è breve, a questo punto, per correlare la ciotola su cui è posto il cobra dell’illustr. 12, al rettangolo di Maât (illustr. 13). Questo rettangolo compare in un papiro di Ani ai cui lati orizzontali sono posti 4 cinocefali creature di Thot. In quanto al serpente cobra non sorprenderà intravederlo con un altro cobra e vederlo correlato al caduceo con i due serpenti in amore, poiché si tratta della soluzione del processo alchemico. In quanto al caduceo, sappiamo che era il bastone sacro o lo scettro del dio greco Hermes, che lo esibiva come simbolo per dirimere le liti, poiché tale bastone era la manifestazione fisica dell'”Equilibrio” che doveva esserci in tutte le cose. Il caduceo con due serpenti indica anche il potere di conciliare tra loro gli opposti, creando armonia tra elementi diversi, come l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. Secondo la cultura orientale il caduceo illustra chiaramente il concetto base del Corpo sottile. Le vorticose energie ascendenti dei serpenti producono un vortice di potenza che viene usato nel tantra per la trasformazione personale. I due serpenti sono associati alle grandi energie solari e lunari e rappresentano la parte destra e sinistra del corpo. Si intersecano tra di loro e attraversano in continuazione il Grande Fiume centrale, giusto in correlazione col “lago della verità” di Maât. Ma ora a noi interessa vedere queste cose correlate alla geometria, così come è avvenuto per la Grande Piramide : infatti vedremo veramente l’avverarsi di prodigi con l’intreccio dei due serpenti in amore. Ma è un prodigio che può valere anche per un sol serpente ed è da qui che inizierò a palarne.

9. Curva di poligoni stellati

Illustrazione 14: Curva che genera un ottagramma.

La curva di poligoni stellati non è nota nei testi universitari, in realtà è come se non esistesse per la cultura matematica, poiché l’ho concepita io; ma pur avendola divulgata con un Ebook, nessuno vi ha fatto riscontro5. Questa curva la generano tutti i poligoni stellati e perciò ora mostro alcuni esempi con grafici relativi alle figure di poligoni stellati più semplici e comuni: con un pentagramma, un esagramma e un ottagramma.

Il primo caso di curva di poligono stellato è quello dell’ottagramma mostrato con l’illustr. 14, che si ricava così:

Si tracci il cerchio di raggio OB uguale a 1 e si costruisca l’ottagramma inscrivendovi due quadrati sfasati di un angolo retto, come in figura.

Il punto A è l’inizio della curva in questione e i punti C e D individuano ulteriormente la stessa curva. Poi sull’asse orizzontale passante per il centro O si rintraccia il punto E della curva, la cui tangente è sempre di 60° rispetto l’asse orizzontale. Infine l’asintodo della curva, che idealmente si congiunge all’infinito con la curva, segnato in verde, dista dal centro O tre volte il raggio OA. Ed ecco infine l’abaco di calcolo della curva che vale per tutti i casi di poligoni stellati, in relazione ai simboli segnati sull’illustr. 14. Equazione polare della curva:

ρ = ρ0 / cos (θ / 3)…….vettore generico della curva (p. esempio nel punto F);
ρ0 = r sen (360° / 4 n)……..raggio del cerchio OA;
r = 1………raggio esterno del poligono stellato (OB);
n = numero delle divisioni del poligono stellato;
δ = arctan 3 cotan (θ / 3)………angolo di tangenza generica della curva. Fa seguito il caso della curva dell’esagramma con l’illustr. 15.
E poi, con l’illustr. 16, viene mostrato il caso della curva del pentagramma che si ricava dalla curva dell’esagramma dell’illustr. 15.

Non è difficile questa operazione grafica. Basta puntare col compasso in E, con raggio EF e tracciare un cerchio per rintracciare il punto G. Poi si centra il compasso in O e si traccia il cerchio entro il quale farà delineare il punto I di una delle punte del pentagramma ricercato. Poi si prolunga LM agli estremi fino a P e Q per congiungere I con S in tangenza col cerchio interno dell’esagramma e così tutti gli altri punti: S con R, ed R con Q. Come si può vedere l’esagramma è il poligono stella che più si confà alla curva che potremmo definire del “cobra”, giusto in relazione ai punti nodali D e C dei due assi cartesiani. Vedremo i seguito, quando si avrà modo di far delineare il rettangolo che si addice a Maât, allora si capirà in pieno il nesso fondamentale con l’esagramma e la curva del “cobra” con cui si sposa in modo esemplare.

10. La perfezione e i suoi numeri in Maât

10.1 Importanza del numero sette nella Bibbia

Il numero sette è decisamente importante nella Bibbia, esso è il simbolo di Dio e della Sua perfezione e completezza. Fin dal racconto della creazione con cui si apre il Sacro Libro, si nota come il settimo giorno di riposo, carico della benedizione divina, sia dato come un sigillo alla creazione stessa.

In Egitto vi furono, al tempo di Giuseppe, sette anni di abbondanza, seguito da sette anni di carestia.

Quando Gerico fu conquistata dagli Israeliti, dopo l’esodo, il popolo e sette sacerdoti, che portavano sette trombe, marciarono intorno alla città per sette giorni consecutivi; il settimo giorno marciarono intorno alla città per sette volte. Ogni sette anni la terra in Palestina non doveva essere coltivata (il settimo anno era chiamato appunto “anno sabatico” perché la terra veniva fatta riposare) e, dopo sette cicli di sette anni, il cinquantesimo anno era un giubileo. Naaman, generale del re di Siria, che andò a consultare il profeta Eliseo a causa del fatto che era malato di lebbra, fu da questi mandato a bagnarsi nel fiume Giordano per sette volte. Salomone impiegò sette anni a costruire il tempio all’Eterno e, alla sua inaugurazione, indisse una festa che durò sette giorni.

Nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, tutto si svolge attorno a questo numero: sette chiese, sette candelabri, sette suggelli, sette trombe, sette coppe, sette stelle, sette spiriti.

Illustr. 17: Papiro di Hunefer. 114 giudici di Maat.

È stato detto in precedenza: « Senza Misura non ci sarebbe nè Giustizia, nè Verità, nè Equilibrio, nè Armonia e nè Centralità. Insomma senza la Misura non sarebbe esistito il “Maât”.

Il “Maât” rappresentava anche il supremo ordine cosmico di perfezione ed equilibrio, attributi già ampiamente esaminati. ». Dunque il numero sette, a ben ragione, può valere anche per Maât, infatti questo numero raddoppiato compare nel Papiro di Hunefer per il giudizio dei defunti dell’illustr, 17. Come a suggerire che il sette presiede alla misura di Maât: infatti nel papiro dell’illustr. 17 il sette trova relazione con i 7 colorati in bianco che è anche il colore di Osiride e del piedistallo della bilancia. Ma è anche il colore della comparsa della fase cosiddetta al Bianco, Albedo. Ecco che si comincia a capire come va visto il rettangolo ricercato di Maat, cioè deve poter mostrare una proprietà geometrica che fa rivelare addirittura il numero 14. Ora, per prima cosa comincio a mostrare la geometria del rettangolo Maât.

10.2 Il rettangolo di Maât che si rivela con le due curve del “cobra”

Illustr. 18: Le due “curve-cobra” e rettangolo di Maât.

Strada facendo si è capito in che modo si può rintracciare il rettangolo di misura di Maât, avendo fatto ricorso alla curva generatrice di poligoni stellati, assimilato al serpente cobra. Perciò, con illustr. 18, vediamo all’opera questa curva mostrata in coppia con un altra simmetrica in grado di generare direttrici relative ad un poligono stellato con 14 punte. A questo punto si presentano due casi di rettangoli di Maât, uno ideale relativo ad una raggiera di 14 direzioni poste con ogni 360°/14, e l’altro approssimato poiché, come si sa dalla scuola che il cerchio non si può dividere in sette o 14 parti in modo preciso (lo ha sancito il grande matematico Gauss). Nel nostro caso si fa conto che sia buono far coincidere il lato DC con la tangente alle due curve, – mettiamo – nel punto P che è molto prossimo alla direzione ideale OF. Il lato opposto, segnato in modo simmetrico ha i suoi limiti A e B sulle due curve. 

Facendo i calcoli di verifica in merito, in relazione all’angolo PÔM segnato in rosso, ossia dell’abaco del capitolo 16.6, l’angolo di tangenza δ si calcola con questa formula:

ϑ δ = arctan 3 cotan (θ / 3)

per = (2/7) 360° = 102,8571429…°  

δ = arctan 3 cotan 102,8571429…°/3 = 77,19627377…°, che è l’angolo FPD, quindi l’angolo interessato è FPC che dovrebbe essere eguale a ma non lo è in effetti. 

Infatti è invece 180°-77,19627377…°= 102,8037262…° ≠ a 102,8571429…°, ma è comunque l’approssimazione richiesta.
Il giusto angolo di tangenza è 102,7939479…° per δ = 77,20605214…° con = ϑ 102,7939479…° in base alla formula suddetta

 

15.3 Il Maât dei 14 Giudici

Illustrazione 19: Il Maât dei 14 Giudici.

Esserci approssimati alle due curve del “cobra”, volendo correlarci all’Alchimia significa esserci approssimati alla fine dell’Opera del Nigredo per poter poi sperimentare l’entrata all’Opera al Bianco. Il papiro di Hunfer dell’illustr. 34 ce lo dice. Mentre la comparsa dei 42 giudici di Maâtcomporta il consenso di “perfezione” del neofita, un fatto che si risolve con la fase alchemica dell’Opera al Bianco, ossia dell’Albedo.

L’illustr. 19 mostra chiaramente come si risolve geometricamente la comparsa dei 14 Giudici, facendo apparire una sorta di ruota a palette di un’ideale ventola. Di qui il rimando all’effetto del Fuoco di Ruota della Grande Piramide del “bagno di Meti” alchemico del capitolo 3. Il rettangolo di Maât è il mercurio filosofico, non va dimenticato, ossia è la materia mercuriale che è continuamente in cottura nell’Atanor che, nel nostro caso, è la Grande Piramide. A questo punto dobbiamo aspettarci la nascita del figlio Horus di Osiride e Iside, ma è il segno della stella che lo deve annunciare, ossia l’esagramma come ci avvisa il maestro di alchimia Fulcanelli.

15.4 La comparsa dell’esagramma e poi dei 42 Giudici di Maât

Illustr. 20: Il Maât dell’esagramma.

Questa è una sorpresa per chi ha sempre tentato di arrampicarsi sugli specchi, per cercare di scoprire l’arcano di Maât; ed è grave non aver pensato come legare il rettangolo del “lago della verità”, sia con i 14 Giudici ben rappresentati con papiro di Hunefer, sia con i 42 Giudici di un altro papiro abbastanza noto che farò vedere. Ora mostrerò l’arcano dell’astro seguito dai magi d’oriente per approssimarsi alla capanna di Gesù, che nel nostro caso è di Horus.

Illustrazione 22: Papiro di Enfankh. I 42 giudici di Maât.

Illustr. 21: Rettangolo di Maât. Papiro della regina di Kamara (Museo del Cairo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessuno sa quando la stella compare, ma l’alchimista pazientemente aspetta scrutando il cielo, e ad un tratto finalmente essa compare per premiarlo, e così avviene per il neofita nel “lago della verità’ di Maât. L’illustr. 23 ce la mostra indicando la direzione da seguire, quella del raggio OKY. Ma è sufficiente per far apparire anche i 42 Giudici dai quali il neofita si aspetta la benedizione?

Tuttavia è vero pure che è la stessa dea Maât a darcene conferma con la sua penna che sfiora la suddetta direzione OKY. Di qui, si scopre l’arcano del rettangolo con lei che vi fa capolino!

Così si spiega il geroglifico di Maât, col rettangolo da cui fa capolino la dea, quello espresso nel papiro della regina Kamara, conservato nel Museo del Cairo6 mostrato con l’illustr. 21. Papiro di Efankh: Libro dei Morti, Età tolemaica (lll-l sec. a.C.), Torino – Museo Egizio

Illustrazione 23: Il Maât dei 42 Giudici.

Infatti è così, ammirando il gioco della giostra dei divertimenti organizzato dai 42 Giudici Maât, giusto la garanzia del papiro di Enfankh dell’illustr. 22. Nell’illustr. 23 conta la direzione OY indicata dalla stella dell’esagramma, perché si inizia da qui rintracciando l’intersezione col cerchio esterno. Poi si cominciano a tracciare, una dopo l’altra, le corde di tangenza col cerchio interno (che era dell’esagramma), fino a intersecare dall’altro lato il cerchio esterno. Di qui, con l’illustr. 23, inizia la girandola geometrica con lo stesso procedimento per altre 41 volte e il gioco geometrico è fatto, contenti tutti!

16. Le due stelle dell’alchimista

Aver fatto apparire il pentagramma e l’esagramma, grazie alla curva del “cobra”, inventata da me, mi permette di approfondire questo “evento” (è un mio modo di vedere le cose che sto presentando, considerandomi, non tanto uno studioso che fa ricerche, ma un certo uomo in cammino intento ad evolversi) per legarlo a concezioni di ermetismo noti agli addetti ai lavori. Si tratta dell’apparizione alchemica delle suddette due stelle e poco fa abbiamo visto quanto sia preziosa l’attesa apparizione dell’esagramma per il benestare del giudizio di Maât con i suoi 42 giudici per la piarmide voluta dal faraone Chefren.

A pag. 19 del libro di Fulcanelli, I misteri delle Cattedrali, ci si trova di fronte a ben due stelle: andiamo a leggere.

<< La nostra stella è unica, eppure è doppia. Sappiate distinguere la sua impronta reale dalla sua immagine, e noterete ch’essa brilla con più intensità alla luce del giorno che nelle tenebre della notte. Dichiarazione, questa, che convalida e completa quella di Basilio Valentino (Douze Clefs) non meno categorica e solenne:

« Gli Dei hanno accordato agli uomini due stelle per condurli verso la grande Sapienza; osservale, o uomo! e segui con costanza il loro chiarore, perché è in esso che si trova la Saggezza ».

E si tratta certo delle due stelle rappresentate in una delle piccole illustrazioni alchemiche del convento francescano di Cimiez, accompagnata da una leggenda in latino che riguarda la virtù salvatrice inerente l’irraggiamento notturno delle stelle. « Cum luce salutem; con la luce, la salvezza». ln ogni caso, anche se si possiede solo in minima parte il significato filosofico e se si prende la briga di meditare sulle già citate parole di Adepti incontestabili, si avrà la chiave con cui Ciliani apre la porta del tempio. Ma se ancora non si comprende, allora si rileggano le opere di Fulcanelli e non si vada a cercare altrove un insegnamento che nessun altro libro potrebbe fornire con altrettanta

Illustrazione 24: La genesi dei quattro elementi nell’esagramma.

Esistono, dunque, due stelle, che, nonostante la poca verosimiglianza, formano in realtà un’unica stella. Quella che brilla sulla Vergine mistica, – che è contemporaneamente nostra madre ed il mare ermetico,7 – annuncia il concepimento e non è altro che il riflesso dell’altra che precede il miracoloso avvento del Figlio. Perché se la Vergine celeste è chiamata anche « stella matutina », stella del mattino;8 se si può contemplare su di lei lo splendore d’un segno divino; se la riconoscenza per questa sorgente di grazie procura gioia al cuore dell’artista; non si tratta, pero, che d’una semplice immagine riflessa dallo specchio della Saggezza. Questa stella visibile ma inafferrabile, malgrado la sua importanza ed il posto che occupa nelle opere di vari autori, attesta la realtà dell’altra, di quella che incorona alla nascita il Bimbo divino.
San Crisostomo ci fa sapere che il segno che condusse i Magi alla grotta di Betlemme, prima di sparire, si posò sul capo del Salvatore e lo circondò d’un’apoteosi di luce. >> L’esagramma è fra i simboli, quello che piace a molti riferire al sigillo di Salomone. Ma è anche il segno che gli alchimisti vagheggiano di “vedere” per rincuorarsi sulla buona condotta delle fasi dell’opera da loro intrapresa. È il segno della Stella dei Saggi o chiamata in altri modi. Il simbolo di questo segno racchiude in sé i quattro elementi della materia, il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, come si vede nell’illustr. 24.

17. Il tema geometrico-esoterico della piramide di Chefren

Finalmente si è giunti al momento per sviluppare il tema geometrico-esoterico sulla piramide di Chefren, avendo riportato tutte le nozioni riprese dal saggio «La Stele dell’Inventario di Giza la “sindone” della Grande Piramide» che riguardano, appunto, l’analoga geometria esoterica sviluppata per la piramide di Cheope.

Illustr. 25: Papiro di Ani ( Tav. I, British Museum di Londra). Partic. giudizio di Ani.

Aver capito il processo iniziatico che, con la piramide di Cheope, porta alla concezione alchemica della rigenerazione energetica, diventa comprensibile la fase del giudizio finale dello scriba che si presenta per la cosiddetta pesatura del cuore, sede dell’anima. Nel partic. dell’illustr. 25, Anubi, dalla testa di sciacallo, pesa il cuore di Ani, e nel partic. dell’illustr. 26, successiva, Ani è davanti al tabernacolo di Osiride per il giudizio finale dello scriba Ani. La prova è superata e Ani viene condotto alla presenza di Osiride, seduto in un tabernacolo a forma di sepoltura.
In queste due illustrazioni è chiaro come si svolge il rituale dell’esame di Ani, colui che è in procinto di essere iniziato ai misteri di Osiride.

Illustr. 26: Papiro di Ani (Tav. II, British Museum di Londra). Partic. Ani davanti a Osiride per il giudizio finale.

Perciò immaginando che questo rituale si svolge nella Grande Piramide, e successivamente nella piramide di Chefren, il neofita al posto di Ani, dopo essere stato giudicato idoneo all’iniziazione si prepara per un certo “viaggio” che avverrà sulla barca solare. Simbolicamente vediamo appunto nell’illustr. 26, Ani genuflesso su un piccolo piano di acqua (il mercurio filosofale) davanti al tabernacolo di Osiride. In altro modo quest’acqua alchemica si spiega legandosi al noto “lago della verità” della dea Maât del giudizio, un argomento che è stato sviluppato minuziosamente in termini geometrici, poiché in Chefren avviene appunto, il processo che vi attiene. Al posto del Fuoco di Ruota energetica della grande Piramide dell’illustr. 7, capitolo 3, comparirà un’altra Gran Ruota, ma quella dei 42 Giudici della dea Maat all’opera, la stessa analoga dell’illustr. 23.

18. Schema della piramide di Chefren

Illustrazione 27: Schema della piramide di Chefren posta sulla parabola (la Cintura di Orione) che vi attiene.

Per la piramide di Chefren cambiano i parametri onde permettere la concezione della Gran Ruota del Giudizio, grazie alla quale vedremo collocati i 42 seggi dei Giudici della dea Maât. Si tratta del cerchio di raggio r in stretta relazione col cerchio di raggio n, tali che si armonizzano con i parametri della parabola MPN, come da illustr. 27. Vi consegue in tangenza con il cerchio di raggio r, l’esecuzione grafica della piramide HCD disegnata in blu. Si ipotizza che la semi-piramide sia conforme alle proporzioni di un triangolo rettangolo secondo i numeri 3 di base, 4 di altezza e, naturalmente 5 di ipotenusa, il cui significato simbolico è tramandato da Plutarco. L’altezza si riferisce al Iside, la base a Osiride e l’ipotenusa a Horus9. Perciò il semilato di base sarà pari a %, e l’altezza pari a 1, e su questi dati si svilupperanno le seguenti operazioni: 

Sono previsti sull’arco RS del cerchio di raggio r, 16 divisioni su 42 totali, corrispondenti ai seggi dei Giudici di Maât, perciò l’angolo FOS (δ) sarà 8/42 di 360°, ossia 68, 57142857…°; l’altezza HO = 1; AF = FB = 1; FP = ½; OD = s;

Per armonizzare il raggio r alla parabola MOP, di cui F è il fuoco relativo, si esamineranno le seguenti due equazioni:

n = r cos δ ed n = ½ – m ;

ma m =1/2 s, per cui n = ½ – ½ s²

poi si risolve il sistema delle due equazione in relazione a n:

r cos δ = ½ – ½ s² e per s = ¾,
½ – ½ s² = 0,21875, per cui,

r = 0,21875/cos δ = 0,598755643;

L’angolo ODH sta per β; per cui β = arcsin r/s = 52,971956671…°, ossia: 52° 58’ 19,0441…”

Di conseguenza l’altezza HO = s tan β = 0,994270732;

e per HO = 1, s = tan β = 0,754321711…,

mentre r = cos β = 0,602205841…

E così siamo giunti alla fine dei calcoli, quanto basta per disegnare, con l’illustr. 28, le suddivisioni dei tratti di archi per ogni seggio dei 42 Giudici di Maât.

Illustrazione 28: La Gran Ruota del Tribunale della dea Maât e la comparsa della stella esagonale di approvazione del Giudizio finale della dea.

La procedura per l’esecuzione grafica della suddivisione dei 42 Seggi dei Giudici di Maât la si conosce già per averla già fatta in precedenza ed esposta con l’illustr. 23 del capitolo 13.4, quindi è superfluo riparlarne. Mentre invece è interessante esaminare un fatto che è illuminante sul segno che la piramide ci riserba, cioè della convalida della tesi portata avanti con questo saggio, con cui si ritiene che la piramide di Chefren sia informata veramente al tema del giudizio finale in stretta relazione alle 42 regole di vita dell’antica epoca egizia. Il segno riguarda la sua particolarità, rispetto alle altre due sue compagne, le piramidi di Cheope e Micerino, che è di essere l’unica ad aver conservato sulla sommità la copertura di calcare bianco di Tura (illustr. 1), che in origine ricopriva tutta la piramide. L’accurata levigatura del materiale le conferiva l’aspetto di un gigantesco e lucente solido geometrico. Viene fortemente da dar valenza al fatto che sia proprio il rivestimento calcareo della piramide a far da sigillo alla triade di Giudici (una sorta di baldacchino regale) che troneggia nel Tribunale del Gran Giudizio di Chefren con l’illustr, 28. Il segno della fine dei tempi? E i Tre, in relazione al Cristianesimo, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo?

19. La Suprema Corte di Giustizia della piramide di Micerino

Illustrazione 29: La piramide di Cheope vista dall’alto con le otto facce laterali.

La piramide di Micerino, come pure la piramide di Cheope e Chefren, in verità non sono opere monumentali per turisti “appiedati”, se non per “aviatori”, nel senso che vanno ammirate dall’alto e così comprendere, forse, il segreto riposto nelle sue otto facce della piramide di Cheope, così come si vede con l’illustr. 29. Ma è un mistero che ancora oggi resta tale, salvo ad accettare le teorie che ho esposte sulla piramide di Chefren con questo saggio e l’altro, citato all’inizio, sulla Grande Piramide. Si capisce che è nel capitolo precedente che si intuisce il nesso che la lega a Chefren, in cui si cala il sipario della Creazione ed è Micerino, un’ideale Corte Suprema di Giustizia a far da sipario. In effetti, per la sua piccolezza è come fosse nel ventre della piramide di Chefren, considerato anche che la vera Micerino non è quella che si vede, ma è al suo interno (così si suppone). Micerino può essere visto così, giusto come l’illustr. 30 seguente.

Illustrazione 30: Piramide di Chefren. La suprema Corte di Giustizia composta da 16 Giudici della dea Maât.

Nell’esaminare il lato matematico per far prefigurare la geometria della piramide di Chefren (capitolo 18), non ho spiegato perché sono stati considerati 16 divisioni su 42 totali, corrispondenti ai seggi dei Giudici di Maât, ma ora si capisce perché.

Illustrazione 31: Schema della piramide di Micerino con i passaggi verso l’interno e la “piramide-nucleo”.

Occorreva lasciarsi suggerire questa cosa dall’osservazione dall’alto della piramide di Cheope, con le sue 8 facce laterali che condivide presumibilmente con le altre due piramidi compagne.10 Ma poi diventano 16 con la piramide di Micerino, conoscendo la sua storia.

L’ingresso della piramide di Micerino si trova al centro della facciata settentrionale, a circa 4 metri dalla base, nel quinto corso di muratura (Illustr. 31). Un cunicolo d’accesso – rivestito di granito fino al punto in cui raggiunge il livello del suolo – scende per circa 31 metri fino a un vestibolo scavato nella roccia viva e rivestito di lastroni, dal quale un altro passaggio – protetto da tre saracinesche – conduce orizzontalmente a una camera sotterranea, situata più o meno al centro della sezione. Vicino alla sommità della parete delle camera, però, si apre un altro “cunicolo d’accesso”, che procede verso nord per arrestarsi dopo pochi metri soltanto. In genere esso è identificato come l’entrata di un’originaria “piramide-nucleo” tutta in granito: di conseguenza la sua estremità indica la posizione dell’antica facciata settentrionale di tale piramide. Manetone11 sostiene che essa fu eretta dalla regina Nitocris,12 ma essendo incerta questa ipotesi, si può pensare anche che la piramide di Micerino venne eretta in due fasi. La prima, che riguarda soltanto la piramide-nucleo, sarebbe stata costruita durante il regno di Micerino, mentre l’ampia copertura, in calcare di Tura, sarebbe stata aggiunta dal faraone Shepseskaf che successe a Micerino. Di qui la rivelazione che porta alla concezione degli 8 Giudici della dea Maât, più altri 8 per la piramide interna. Se la piramide esterna di Micerino rappresenta la nostra personalità che prende decisioni, e ritiene di agire con giustizia, la parte interna può riferirsi alla coscienza.

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Brescia, 20 agosto 2017

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1 Sito Internet
http://www.hbm-italia.it/custserv/SEURLF/ASp/SFS/ID.8l3/MM.4.36.34/SFE/techarticles.htm2Passo tratto da Intretiens sur le Sciences del Conte de Gabalis. Da Le Dimore Filosofali di Fulcanelli a p. 22. Edizioni Mediterranee.
3  https://it.wikipedia.org/wiki/Maat
4 https://beautiful41.wordpress.com/2011 /01/06/lorigine-della-misura-e-lorigine-del-maat-giustizia-ed-amore-cosmico-ancora-akhenaten/
5  EBOOK – I Due Leoni Cibernetici. L’alfa e l’omega di una matematica ignota, pi greco e la sezione aurea. Casa editrice MACRO EDIZIONI [http://www.gruppomacro.com/prodotti/due-leoni-cibernetici-pdf]
6 È quando riferisce il dr. Vasile Droj nel suo articolo di cui al link http://www.universology.com/sarcomaat.html
7  In francese mère (madre) e mer (mare) si pronunciano allo stesso modo e sono dello stesso genere. Quindi notre mère (nostra madre), secondo la cabala fonetica, ha il significato di «nostro mare» (N.d.T.).
8  La stella del mattino è detta anche “Lucifero” che era il simbolo della “pietra angolare”: « La pietra che i costruttori hanno scartata, scrive Amyraut (vedi: La Croix avant Jésus-Christ, Paris V. Retaux, 1894), è diventata la pietra maestra d’angolo, sulla quale si basa tutta la struttura dell’edificio; ma essa è anche un ostacolo e pietra della scandalo, contro la quale essi si scagliano andando incontro alla propria rovina. »
9 Non va dimenticato che la piramide di Chefren è informata alla concezione fondamentale della “misura di Maat” e per questo il modello di riferimento è il doppio triangolo rettangolo noto come “terna” di Pitagora [https://it.wikipedia.org/wiki/Terna_pitagorica].
10 La concavità presentata dai lati della grande piramide, che da la peculiarità alla struttura di avere in realtà 8 lati e non 4, è stata scoperta casualmente nel 1940. Durante un sorvolo da parte di un aereo della R.A.F. Il suo pilota P. Groves scattò una foto al complesso di Giza, e quello che ne scaturì fu questo gioco di luci ed ombre che evidenziarono una piramide che presentava 8 lati anziché 4.
In realtà la fotografia aerea permise di accertare quello che, in uno scritto del 1700, la Descrizione dell’Egitto di Flinders Petrie (Volume V, paragrafo 8), il quale ipotizzò e rilevò effettivamente che i lati della piramide non presentavano una linea di base dritta, ma presentavano una leggera concavità della faccia: un “inarcamento verso il centro della struttura di circa 0,5°-1° secondo quanto anche riportato da un altro scritto, del 1800 dal titolo La Piramide e i templi di Giza, (p.421). Tale sfaccettatura laterale, permetterebbe quindi un gioco di luci molto suggestivo, fenomeno che guarda caso, presenta il massimo della sua visibilità nel giorno dell’equinozio di autunno. Fonte: https://edinterranunnaka.wordpress.com/2015/05/28/la-convessita-dei-lati-della-grande-piramide-di-giza-volonta-o-casualita/
11  Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Nitocris
12  Fonte: http://stopilluminati.weebly.com/cheope.html
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