Che folla, oltre ai maggiori, di minori Dei nel cielo, sulla terra, nelle acque! Sulla terra vi erano Satiri, Sileni, Centauri. Inoltre ogni fiume aveva il suo Dio.

Poi ancora, sparse da per tutto, vi erano, grazie della terra e delle acque, le Ninfe:

  • Oreadi abitavano sui monti e nelle grotte;
  • Alseidi e Napee si aggiravano per le foreste;
  • Driadi e Amadriadi vivevano la vita degli alberi;
  • Auloniadi soggiornavano nelle valli;
  • Potamee avevano dimora nei fiumi e nei torrenti,
  • Naiadi nei ruscelli,
  • Crenee nelle sorgenti e nelle fontane,
  • Limnadi negli stagni.

Le Ninfe erano benevole: rendevano oracoli, guarivano malati, donavano – alcune – l’ispirazione poetica, vegliavano sui fiori, sulle praterie, sulle gregge.
Pur conservandosi giovani e belle, non erano tuttavia immortali. La vita delle Amadriadi, per esempio, cominciava e finiva con quella dell’albero che le era sacro; le altre ninfe vivevano al massimo novemila seicentoventi anni: che se non è l’eterno, è pur sempre un’età rispettabile.
Ciascuna di queste divinità aveva, s’intende il proprio nome. E anche la sua storia. Abbiamo già narrato quella di Marsia, sileno della Frigia.
Ebbene, leggerete ora ciò che accadde alla ninfa Eco. 
Eco era un’Oreade e, voce d’argento, chiacchierava e cantava spesso e volentieri. Era anche maliziosetta. Le sue chiacchiere e la sua malizia finirono con l’insospettire e irritare l’ombrosa Giunone; qui sarebbe troppo lungo raccontare come e perché. Fatto sta che Giunone punì la Ninfa condannandola a non poter più pronunciare se non l’ultima sillaba delle parole che le giungevano all’orecchio.
Povera Eco, costretta al silenzio! Ma le accadde anche peggio.
Di lì a qualche tempo s’innamorò di Narciso, bellissimo giovane, e, accostatolo, tentò di rivelargli il proprio animo. Ma Narciso, già indifferente e sdegnoso per natura, dinanzi a quella fanciulla muta voltò le spalle. Dispregiata così, Eco andò a rinchiudersi in una grotta solitaria, dove si consunse d’amore: le sue ossa diventarono roccia e di lei non restò che la voce dolente tra gli anfratti della montagna.

Anche Narciso però fu punito dagli Dei, forse più precisamente dalle Dee, per quella sua insensibilità: specchiandosi a una fontana s’innamorò della propria immagine e non riuscì più a staccarsi da quella contemplazione; così sulla riva dell’acqua illanguidendo, morì e si mutò nel fiore che porta il suo nome e cresce a preferenza sul margine delle fonti.