Questa leggenda ha un’origine greca e spiega la ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea.

Aci e Galatea (Rosariu Anastasi, pinacuteca Zelantea)

Secondo la tradizione, Aci era figlio del dio italico Fauno e della ninfa Simeto. Si innamorò, corrisposto, della ninfa Galatea, insidiata da Polifemo.

Ottin Auguste (francese, 1811-1890): Polifemo (1866), bronzo, e la ninfa Galatea tra le braccia del pastore Aci (1866), marmo, Parigi, Giardini di Lussemburgo.

Galatea aveva respinto le proposte amorose di Polifemo che, offeso per il rifiuto della ragazza, uccide il suo rivale nella speranza di conquistare la sua amata. L’armonia del flauto di Aci tace per sempre ma Galatea, affranta, continua ad amare Aci e prega gli dei affinchè il suo amante torni in vita.

Nereide, grazie all’aiuto degli dèi, trasforma il corpo morto di Aci in sorgenti d’acqua dolce che scivolano lungo i pendii dell’Etna.

Non lontano dalla costa, vicino l’attuale Capo Molini, esiste una piccola sorgente chiamata dagli abitanti del luogo “il sangue di Aci” per il suo colore rossastro.

Sempre nei pressi di Capo Molini esisteva un modesto villaggio chiamato, in memoria del pastorello, Aci. Nell’undicesimo secolo dopo Cristo un terremoto distrusse il villaggio, provocando l’esodo dei sopravvissuti che fondarono altri centri. In ricordo della loro città d’origine, i profughi vollero chiamare i nuovi centri col nome di Aci al quale fu aggiunto un appellativo per distinguere un villaggio dall’altro.

Si spiega così, ad esempio, l’esistenza di Aci Castello (appellativo dovuto alla presenza di un castello costruito su di un faraglione che poi fu distrutto da una colata lavica nell’XI secolo) ed Acitrezza (la cittadina dei tre faraglioni).

Polifemo, sdegnato per aver scoperto che Aci è l’amante della sua Galatea, lancia un enorme scoglio contro il giovane rivale. Dettaglio affresco Galleria Palazzo Farnese, Roma

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