bernardo2La cooperazione fondamentale con il Fiat dell’Annunciazione (cooperazione remota)

La cooperazione di Maria all’opera della salvezza è una realtà ed appare in modo evidentissimo dal consenso dato da Maria al momento dell’Annunciazione. Dal sì di Maria dipendeva la salvezza dell’umanità. È nota la bellissima pagina di S. Bernardo a questo proposito:

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annun«Hai udito, o Vergine: “Concepirai e partorirai un figlio”. Hai udito: non sarà opera di un uomo, ma dello Spirito Santo. L’angelo attende la tua risposta: è tempo per lui di ritornare a Dio che l’ha inviato».

«Anche noi, o Regina, attendiamo una parola di misericordia: noi, miseramente oppressi da una sentenza di condanna. Ecco, ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: saremo subito liberati se tu accetti (…). Noi siamo in preda alla morte. Una tua piccola risposta ci può però ricreare e richiamare alla vita (…). Su, rispondi presto all’angelo, o meglio – attraverso l’angelo – rispondi a Dio. Rispondi una parola e ricevi “la Parola”; pronunzia il tuo verbo e ricevi nel grembo quello di Dio; lascia uscire la parola che passa e racchiudi in te quella eterna».

«Perché indugi? Perché esiti? Credi, afferma la tua fede, ricevi (…). Apri, o Vergine Beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra all’accettazione, il tuo grembo al Creatore. Ecco che il desiderato di tutte le genti sta alla tua porta e bussa. Oh, se per la tua esitazione passasse oltre! Se tu dovessi ricominciare, piangendo, a cercare colui che il tuo cuore ama! Levati, corri, apri. Levati con la fede, corri con la devozione, aprigli con il tuo sì».

«Ecco – disse – la serva del Signore: si faccia in me secondo la tua parola (Lc 1,38)».

Quello che S. Bernardo esprime liricamente con linguaggio poetico ispirato, S. Tommaso lo espone con la sua essenziale sobrietà teologica. In un passo famoso della Somma egli scrive:

Beato Angelico - San Tommaso

Beato Angelico – San Tommaso

«(Era necessaria l’Annunciazione) affinché si mostrasse che vi era un certo matrimonio tra il Figlio di Dio e l’umana natura. Per cui attraverso l’Annunciazione si attendeva il consenso della Vergine a nome di tutta la natura umana» (S. Th., III, q. 30, a. 1).

Il concetto è straordinariamente profondo, e lo stesso S. Tommaso non ne ha tratto tutte le conseguenze. Qui per natura umana si intende l’insieme di tutti gli uomini, l’umanità intera. L’incarnazione del Verbo è come un matrimonio fra il Verbo e l’intera umanità. Ma per il matrimonio ci vuole il consenso di entrambe le parti. Ora, come poteva l’umanità, composta di tanti soggetti distinti e per giunta diffusi lungo il corso dei secoli, esprimere il suo consenso al matrimonio con il Verbo? L’unica soluzione possibile era che l’umanità venisse rappresentata da qualcuno. Ora, questo qualcuno fu una donna, la Vergine Maria. Al suo consenso quindi tutta l’umanità è debitrice. Non vi è quindi dubbio alcuno che con il suo sì pronunciato al momento dell’Annunciazione Maria abbia cooperato in modo decisivo alla redenzione del genere umano.

La cooperazione all’opera stessa della redenzione (cooperazione prossima)

Oltre alla cooperazione con il sì all’Incarnazione del Verbo, la Vergine Maria ha anche dato un suo contributo all’opera stessa della redenzione? In altre parole: oltre alla cooperazione remota c’è stata anche una cooperazione prossima? La Lumen Gentium dice che Maria «consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione».

In che modo vanno intese queste parole? Cerchiamo di esaminare lo sviluppo storico di questa dottrina.

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A) IL FONDAMENTO BIBLICO

È il Concilio stesso che ci ricorda i principali momenti dell’unione di Maria con il Figlio suo nell’opera della salvezza: la visita a Sant’Elisabetta, l’incontro con i pastori e i magi ai quali la Vergine mostra Gesù, la presentazione al tempio, la perdita e il ritrovamento, l’intervento alle nozze di Cana, e soprattutto la partecipazione alla passione di Gesù sul Calvario.

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B) IL FONDAMENTO NELLA TRADIZIONE

Abbiamo visto a suo tempo l’importanza che ha assunto fin dal II secolo il parallelismo fra Eva e Maria, sviluppato in modo particolarmente profondo da S. Ireneo. Riportiamo qui un suo testo particolarmente illuminante:

ireneo«Il Signore venne dunque visibilmente nella sua proprietà e fu portato dalla creatura che egli stesso porta; ha ricapitolato, con la sua obbedienza sul legno (della croce) la disobbedienza che era stata perpetuata mediante il legno (della scienza del bene e del male); quella seduzione di cui era stata vittima miserabile Eva, fidanzata ma ancora vergine, è stata dissipata dall’annunzio di verità magnificamente annunciato dall’angelo a Maria, anch’essa vergine fidanzata. Infatti, come quella era stata sedotta dal discorso di un angelo, tanto da sottrarsi a Dio trasgredendo la sua parola, così questa fu istruita dalla buona novella mediante il discorso di un angelo, tanto da portare Dio (nel suo seno) obbedendo alla sua parola. E come quella era stata sedotta in modo da disobbedire a Dio, così questa si lasciò persuadere a obbedire a Dio, affinché la Vergine Maria divenisse l’avvocata della vergine Eva. E come il genere umano era stato incatenato alla morte per opera di una vergine, così ne fu liberato da una vergine, in quanto la disobbedienza di una vergine fu controbilanciata dall’obbedienza di una vergine. Il peccato del primo uomo ha ricevuto rimedio mediante la retta condotta del Primogenito; la prudenza del serpente è stata vinta dalla semplicità della colomba; e così sono stati infranti quei vincoli che ci assoggettavano alla morte».

È stato detto autorevolmente (Jouassard) che in questo passo, come anche in altri simili, il parallelismo si spinge molto avanti. È vero che il testo si riferisce di per se stesso al sì dell’Annunciazione, ma non si deve dimenticare che per Ireneo, come per gli altri Padri, soprattutto orientali, la redenzione comincia con l’incarnazione, e la croce è la consumazione di Betlemme. Inoltre bisogna notare che nel testo citato vi è un esplicito riferimento all’albero della croce. Maria è collocata molto vicino al Redentore, e a tutta la sua opera, come del resto Eva è stata molto vicina ad Adamo, e a tutto quello che egli ha fatto (entrambi hanno mangiato dallo stesso albero!).

A questo punto viene spontanea una conclusione: se il parallelismo Eva-Maria è valido, e noi abbiamo visto che lo è, essendo solidamente fondato nella Tradizione, dobbiamo dire che come Eva ha cooperato con Adamo nell’opera della rovina, così Maria ha collaborato con Gesù nell’opera della restaurazione. E sembra decisamente troppo poco limitare questa collaborazione al sì dell’Annunciazione. È con tutta la sua vita che Maria ha adempiuto la sua opera di Novella-Eva.

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C) IL FONDAMENTO NELLO SVILUPPO TEOLOGICO

Sembra che il primo a trarre tutte le conseguenze da questa stretta associazione di Maria all’opera della redenzione sia stato un monaco bizantino del X secolo, Giovanni il Geometra. Egli afferma alla fine del primo millennio ciò che si chiarirà lungo tutto il secondo, che cioè Maria ha avuto un ruolo unico nella passione, come preludio della sua mediazione attuale a favore dell’umanità. In una sua preghiera egli esprime questi concetti:

Addolorata1«Ti ringrazio per aver sofferto per noi così grandi mali, e per aver voluto che tua madre soffrisse così grandi mali, per te e per noi, affinché non solo l’onore di condividere le tue sofferenze le meritasse la comunanza di gloria, ma anche operasse per noi sempre più la salvezza, con il ricordo dei dolori subiti per noi e ci conservasse il suo amore non solo a causa della natura, ma anche a motivo del ricordo di tutto quello che lei ha fatto per noi durante tutta la sua vita. Noi ti ringraziamo poiché ti sei dato in riscatto per noi, e perché, dopo di te, hai dato la madre tua in riscatto ad ogni istante, affinché tu morissi una volta per noi, e lei morisse migliaia di volte nella sua volontà, consumata nelle sue viscere, come lo fu per te, nei riguardi di coloro per cui, proprio come il Padre, ha dato il Figlio suo, e persino lo ha visto messo a morte. Ringraziamo anche te, o Sovrana, per le pene e le sofferenze sopportate per noi fino a quell’ora».

In questo testo Giovanni il Geometra parla chiaramente della partecipazione alla passione di Gesù, e insiste sul termine «per noi». L’intercessione attuale di Maria si collega con il ricordo delle sue sofferenze di quel tempo. È quanto avremo modo di esaminare più avanti.

Anche in S. Bernardo (1090-1153) è presente l’idea che Maria, Nuova Eva, ha cooperato alla redenzione offrendo suo Figlio. Il Papa Paolo VI nella Marialis Cultus cita una sua espressione:

«Offri il tuo Figlio, o Vergine Santa, e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa, a Dio gradita».

Questa offerta, avvenuta durante la presentazione al tempio, orienta già al Calvario, dove Maria «è morta con lui nel suo cuore», come afferma sempre S. Bernardo.

Anche in Arnaldo di Chartres († c. 1160), ispirato da S. Bernardo, troviamo questo concetto dell’offerta della vittima divina fatta dalla Madre. Pur avendo ben chiara l’idea che Gesù Cristo è l’unico Salvatore, egli arriva a dire:

«C’era allora una sola volontà di Cristo e di Maria, e tutti e due offrivano insieme (pariter offerebant) un solo olocausto: lei nel sangue del suo cuore, lui nel sangue della sua carne».

In S. Bonaventura († 1274), a proposito di Maria Nuova Eva, troviamo questa espressione molto interessante:

«(Maria fu associata a Cristo) affinché si compisse ciò che era stato detto profeticamente: “Gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18)».

E ancora leggiamo che Maria ha pagato il prezzo della nostra redenzione:

«Lo ha pagato come una donna forte e pia, quando Cristo ha patito sulla croce per pagare questo prezzo, purificare e redimere; allora la Beata Vergine è stata presente, ha accettato e si è conformata alla volontà divina. Ha acconsentito che il frutto del suo seno venisse offerto in croce per noi».

Questi stessi concetti li esprime anche lo Pseudo-Alberto, nel suo celebre Mariale di cui abbiamo già parlato, dove Maria viene presentata come Nuova Eva associata al Nuovo Adamo per «aiutarlo» proprio nell’opera della redenzione.

Nei secoli seguenti, e soprattutto in quel «secolo d’oro» della mariologia che fu il XVII, le testimonianze di questa dottrina sono innumerevoli. Nel secolo seguente tale insegnamento diventa comune nella Chiesa, grazie soprattutto all’opera dei due grandi teologi mariani S. Luigi Grignion de Montfort e S. Alfonso Maria de’ Liguori.

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D) IL FONDAMENTO NEL MAGISTERO DELLA CHIESA

La partecipazione di Maria Santissima all’opera della salvezza diventa insegnamento comune del Magistero ecclesiastico da Leone XIII in poi. Ci limitiamo a qualche espressione particolarmente significativa. Leone XIII chiama la Beata Vergine Maria «compagna di Gesù nella riparazione del genere umano» e parla dei «meriti singolari per cui ella partecipò col Figlio Gesù all’opera della redenzione umana».

PioXPio X, fra l’altro, afferma che

«da questa comunione di dolori e di volontà fra Cristo e Maria, ella meritò di diventare in modo degnissimo la Riparatrice del mondo perduto».

Il testo forse più esplicito e forte è quello di Benedetto XV:

«Ella patì e quasi morì col Figlio paziente e morente, abdicò ai diritti materni sul Figlio, per la salvezza degli uomini e, per quanto dipendeva da lei, immolò il Figlio suo per placare la divina giustizia, dimodoché a ragione si può dire che ella ha redento il genere umano assieme a Gesù Cristo».

Pio XI scrive:

«La Vergine addolorata partecipò, assieme a Gesù Cristo, all’opera della redenzione».

E ancora:

«La benignissima Madre di Dio, avendoci dato Gesù Riparatore, avendolo nutrito e presso la croce offertolo vittima per noi, per la mirabile unione che ebbe con lui e per grazia singolarissima divenne anch’ella e piamente è detta Riparatrice».

Pio XII afferma nell’Enciclica Mystici Corporis:

«La Vergine Maria, immune da ogni macchia, sia personale sia ereditaria, e sempre strettissimamente unita al Figlio suo, lo offrì all’eterno Padre sul Golgota, facendo olocausto di ogni diritto materno e del suo materno amore, come novella Eva, per tutti i figli di Adamo contaminati dalla miseranda prevaricazione del progenitore».

Vi sarebbero molti altri testi, ma anche soltanto quelli riportati testimoniano la significativa convergenza del Magistero pontificio, per il corso di quasi un secolo, su questo punto dottrinale, e ci aiutano a intenderlo nel suo giusto significato.

Questa cooperazione di Maria veniva detta «corredenzione». Questa espressione ebbe sin dall’inizio dei sostenitori e degli oppositori; dopo il Concilio, dato il suo silenzio a tale riguardo, il numero degli oppositori crebbe notevolmente.

Ma qui bisognerebbe ricordare due cose. Innanzitutto che il Concilio ha esplicitamente dichiarato di non avere avuto in animo di esporre una dottrina esauriente su Maria e di non aver voluto dirimere questioni non ancora pienamente illustrate dai teologi (cf. Lumen Gentium 54): per cui, sono le parole testuali, «restano legittime le sentenze che nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte circa colei che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo, il posto più alto e più vicino a noi» (ibid.).

In secondo luogo un’attenta lettura del testo conciliare mostra come esso rimanga aperto alla dottrina della corredenzione, e quindi anche al titolo di «corredentrice». Basta considerare, ad esempio, oltre alla dottrina generale, anche le seguenti espressioni della Lumen Gentium:

LumenGentium_web«Ella è veramente Madre delle membra di Cristo, poiché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel Capo sono le membra». «Per questo la Chiesa cattolica, edotta dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come Madre amantissima» (n. 53).

«(Maria) è la Madre di Cristo e la Madre degli uomini, specialmente dei fedeli» (n. 54).

«I libri dell’Antico e del Nuovo Testamento e la veneranda Tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione della Madre del Salvatore nell’economia della salvezza» (n. 55).

GPII

Il romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della massa dei fedeli. LUMEN GENTIUM, 23

«Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l’animo e senza peso alcuno di peccato la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente» (n. 56).

«Questa unione della Madre col Figlio nell’opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla di Lui morte» (n. 57).

«La Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio morente sulla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cf. Gv 19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Gesù morente in croce, fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio (cf. Gv 19,26-27)» (n. 58).

«Col concepire Cristo, generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre nel tempio, soffrire col Figlio suo morente in croce, cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale nelle anime. Per questo fu per noi Madre nell’ordine della grazia» (n. 61).

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La corredenzione in generale

Date queste premesse, mi sembra che le sentenze teologiche che parlano di corredenzione mariana siano ancora oggi pienamente legittime, e che il Concilio non le abbia per nulla esautorate. Vorrei quindi riproporre un’ipotesi teologica sulla corredenzione mariana che forse può venire incontro a molte istanze degli oppositori di tale termine e di tale dottrina.

Innanzitutto occorre ribadire che Gesù Cristo è l’unico Redentore dell’umanità: questa è una verità centrale della nostra fede cristiana. Ma come va intesa questa unicità? Non necessariamente in un modo che escluda una certa quale partecipazione delle creature. Ricordiamo le profonde parole del Concilio a proposito di Gesù unico Mediatore (cf. 1 Tm 2,5-6):

«Nessuna creatura può mai essere posta allo stesso livello del Verbo Incarnato e Redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato sia dai sacri ministri sia dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma anzi suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un’unica fonte».

Una volta ribadita dunque la verità indubitabile che Cristo è l’origine e la fonte di ogni grazia di salvezza per l’umanità, che tutto fa capo a Lui, bisogna aggiungere che, secondo il piano di Dio, anche le creature (angeli e uomini) sono chiamate a cooperare attivamente alla propria e all’altrui salvezza. È celebre l’espressione di S. Agostino: «Chi ti ha creato senza di te non ti salverà senza di te». Scrive il Maritain: «Entrare nell’opera di Gesù significa partecipare all’opera redentrice che Egli ha da solo pienamente compiuto, continuare con Lui e attraverso di Lui, come essendo una sola cosa con Lui, un lavoro di corredenzione a cui non sarà messo termine che alla fine del mondo, e al quale, in un grado o nell’altro, sotto una forma o un’altra, tutti i cristiani sono chiamati».

La cosa può essere compresa facilmente se teniamo presente la verità di fede per cui l’uomo, una volta giustificato gratuitamente per la grazia di Cristo (cf. Rm 3,24), può e deve meritare la sua salvezza con le buone opere, e anche il fatto che chi si trova in grazia di Dio, e quindi è amico di Dio, può ottenere con le sue preghiere e con i suoi meriti, proprio in forza di questa amicizia con Dio, le grazie di salvezza per i suoi fratelli. Anzi, si può addirittura giungere a dire che tutta l’opera della redenzione compiuta da Gesù ha proprio questo scopo: far sì che l’uomo sia reso capace di salvare se stesso e di cooperare alla salvezza dei fratelli.

Scrive ancora il Maritain: «Più la carità di un santo è grande, più potente è la sua preghiera. Più particolari e personali sono i suoi legami con le membra del Corpo mistico e più il suo diritto a essere esaudito si applica ad esse (…). Gesù Cristo ha il potere di associarsi il resto del mondo creato come una sorta di prolungamento di se stesso, e di comunicare ad altri qualcosa della sua pienezza senza cessare di essere la sorgente e il principio primo».

Questa è la corredenzione, che giustamente il Maritain ritiene «nozione di importanza capitale e destinata, credo, a illuminare sempre più e ad aiutare la coscienza cristiana». I cristiani non sono soltanto salvati, ma anche salvatori: essi «sono lieti delle sofferenze che sopportano per i loro fratelli, e completano nella loro carne quello che manca ai patimenti di Cristo (cioè alla loro partecipazione ai patimenti di Cristo), a favore del suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24).

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La corredenzione mariana

Se tutti i cristiani, tutta la Chiesa, attraverso la preghiera, i meriti, la volontaria accettazione delle croci quotidiane, sono i soggetti di questa corredenzione, di certo lo sarà anche la Vergine Maria. Ma il punto preciso e qualificante della dottrina della corredenzione mariana sta nel ritenere che la Beata Vergine non solo ha cooperato alla comunicazione delle grazie di salvezza (è la cosiddetta redenzione soggettiva) – cosa che in una certa misura è possibile anche a tutti noi, come si è detto -, ma ha cooperato anche all’acquisto della stessa salvezza (è la cosiddetta redenzione oggettiva).

Per convincersi della validità di questa affermazione è sufficiente riflettere attentamente sui seguenti fatti: la Beata Vergine Maria è stata redenta prima, a parte e in modo più sublime rispetto al resto dell’umanità, grazie al privilegio dell’Immacolata Concezione; è stata associata come novella Eva al nuovo Adamo per divenire Madre della nuova umanità; «ha mantenuto la sua unione col Figlio fin sotto la croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cf. Gv 19,25), soffrendo intensamente col suo Unigenito, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata» (Lumen Gentium 58).

Giunti a questo punto sembra possibile tentare una formulazione della dottrina che sia tale da prevenire obiezioni e fraintendimenti. Si potrebbe dire così:

«Gesù Cristo, dopo aver redento Maria sua Madre preservandola dal peccato originale, suscita, unisce al proprio sacrificio e offre al Padre, per la redenzione del resto dell’umanità, la partecipazione della Vergine Immacolata, che quindi può essere detta “corredentrice”».

Così intesa, la dottrina della corredenzione mariana non presta il fianco all’accusa di attentare all’unicità della redenzione di Cristo, ma piuttosto mette in luce come la sorgente di ogni salvezza stia in Gesù Redentore.

La formulazione proposta mostra anche come la partecipazione di Maria Santissima (la sua compassione) possa divenire presente nel Sacrificio Eucaristico della Santa Messa. È vero infatti che le parole della consacrazione («Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi» e «Questo è il mio sangue, versato per voi») indicano soltanto il sacrificio di Gesù – per cui verrebbe spontaneo pensare che la compassione di Maria non sia resa presente -, ma è altrettanto vero che nel sacrificio di Gesù, secondo la nostra ipotesi, è inclusa tale compassione.

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Conseguenze

Vergine_PurissimaLa dottrina della corredenzione mariana sembra particolarmente adatta a suscitare nella mente e nel cuore dei fedeli un rinnovato interesse e un rinnovato amore verso la Beata Vergine Maria: non si può restare indifferenti nei suoi riguardi o sentirsi a Lei estranei quando si pensa che siamo stati salvati anche dal suo dolore, dolore che Ella ha accettato volontariamente per amore nostro.

Alla luce di questa dottrina comprendiamo poi meglio perché, come dice il Concilio, la Beata Vergine assunta in cielo «non ha depositato questa funzione di salvezza (…), ma con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo, ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, finché non siano condotti nella patria beata». Avendo infatti cooperato all’acquisto della stessa salvezza, è logico e conveniente che Ella cooperi anche alla comunicazione di questa salvezza. La dottrina della corredenzione permette dunque di vedere meglio perché Maria viene spesso chiamata la Mediatrice di tutte le grazie. Ella, come si è detto, è presente in particolare nel Sacrificio Eucaristico, che è fonte e culmine della vita della Chiesa, e lo è anche nell’amministrazione dei sacramenti, quando i fedeli nascono e crescono in quella vita divina della grazia di cui Ella è Madre.

La Beata Vergine ci appare dunque presente come compagna inseparabile in ogni attività salvifica del Redentore, sia terrena che celeste. In tal modo tutta l’opera della redenzione viene, per così dire, permeata del soave profumo della maternità; così l’amore di Dio verso di noi si rivela ancora più meraviglioso nella sua condiscendenza verso la nostra umana debolezza.