Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La cicogna della pace di Forte Acquasanta romana

LA CICOGNA DELLA PACE
DI FORTE ACQUASANTA ROMANA

A cura di Gaetano Barbella

Illustrazione 1: Surrealtà di Roma, zona Appio Latino. Disegno dell’autore. Una cicogna, un cane e un gatto

Una canzone di Sofia Rotauru, una cantante ucraina degli anni ’80

Importunum.

L’illustr. 2, in cui si vede una colomba che cerca di sollevare una pietra cui è saldamente legata, fa parte di Li tre libri dell’arte del vasaio, opera di un alchimista del 1500, Cipriano Piccolpasso. Egli è stato anche architetto, storico, ceramista, e pittore di maioliche italiano.

Il suddetto disegno rappresenta il simbolo dell’unità della materia, la cui difficoltà del processo alchemico per ottenerla, trapela dal filatterio in cui vi è iscritta la parola IMPORTUNUM.

Illustrazione 2: Riproduzione da Li
tre libri dell’arte del vasaio
di C. Piccolpasso. Una
colomba sormontata da una croce.

La colomba, segno di sublimazione alchemica, rappresenta l’azione dello spirito sulla materia, un ruolo importante della seconda opera del Magistero Alchemico. Tuttavia il solido legame che la unisce alla pietra, lascia intendere che questa, nel trattenerla, incide nel processo con la sua azione specifica, la forza di gravità, propria della materia. È ben chiaro così che venendo meno questa forza, il prodotto della sublimazione s’invola, vanificando così il lavoro dell’alchimista, e questo non ha senso che avvenga. Ecco lo scopo del legame che unisce i due.
La croce in alto indica l’atanor, ossia il crogiuolo (sinonimo di croce appunto), strumento dell’Arte del Fuoco, ovvero la Via Secca[1].
Da Fulcanelli emerge che la colomba di Piccolpasso  non è altro che « l’aquila favolosa di Hermes dal piumaggio colorato con tutti i colori dell’Opera, tra  quali predomina il rosso.»[2]. Che poi è nota come l’araba Fenice.

Si è capito che con la colomba ermetica del vasaio di C. Piccolpasso ho cercato di far intravedere la cicogna della pace di Forte Acquasanta romana, dell’illustr. 1. Però non si capisce quale sia il masso che la trattiene alla terra e quale sia la sua virtù, ossia l’oro alchemico che vi corrisponde.

Questa cicogna è un volatile in estinzione sulla Terra, e per cautela, quelli di Greenpeace, che punta alla più grande area protetta sulla Terra, hanno legato ad una delle sue zampe un cartellino munito di segnalatore elettronico per seguirne la rotta e controllarlo. E si è capito che è un’ideale Greenpeace a fare tanto ma a noi ora interessa sapere su quel masso e ci è sorta l’idea che la spiegazione è in questo cartellino che corrisponde, sulla carta mappale, al vecchio Forte Aquasanta lungo la Via Appia Antica. In tema di un lavoro alchemico come quello del suddetto vasaio di C. Piccolpasso, contano molto certi fatti di cui teatro scenico Forte Aquasanta il 24 agosto 1917. A quel tempo era la Polveriera dell’Acquasanta (illustr.  che per tragica fatalità, nell’allora Reparto di Artiglieria Aerea, perirono circa 240 militari del Regio Esercito.

«Uno scoppio che per tragica fatalità, nell’allora Reparto di Artiglieria Aerea, perirono più di 240 militari del Regio Esercito.
Erano scoccate le 20 e trenta, quando a Roma una micidiale esplosione riecheggiò violentemente in tutta la capitale. L’immane fragore fu così intenso da essere udito fino in centro, al palazzo della Regia Questura. Il primo pensiero del questore dunque, per la portata dell’onda d’urto, corse subito sul filo dell’angoscia, alla possibile esplosione della polveriera di Centocelle.
Solo più tardi si scoprirà che quell’immensa sciagura riguardava invece la Caserma dell’Appia Nuova.

Illustrazione 3: Vista prospettica Forte Acquasanta.

La Caserma Appia, altro non era che il Vecchio Forte dell’Acqua Santa, ovvero il deposito carburanti per Aerostati e Dirigibili.
Inestrema segretezza e fuori del recinto murario del Forte, erano stati approntati due enormi capannoni che rilevati da privati, dopo lavori di ampliamento, erano stati attrezzati per la fabbricazione di bombe da lanciare proprio da mezzi d’aria come aerostati o palloni, sulle trincee nemiche.Quei poveri soldati furono dilaniati dell’esplosione, i loro poveri resti non meritarono neanche il rispetto del proprio nome perché raccolti sommariamente in cassoni della Croce Rossa, in un ammasso confuso, tra ossa, detriti, membra umane e macerie, in una melma fatta di terricci e sangue. “Agghiacciante” fu l’affermazione del dirigente della Questura, presente al recupero dei caduti. Ancora oggi la tragedia è coperta dal più stretto riserbo, tanto da richiedere l’applicazione del “Segreto Militare di Stato”.
In seguito allo scoppio si parlò di almeno 98 morti. Le autorità preposte all’indagine propesero per la tesi che all’origine del disastro c’era stata la deflagrazione di una piccola quantità di perclorato di ammonio, mentre veniva triturata prima di essere utilizzata per caricare le granate. I morti, in realtà, furono molti di più. Incrociando i documenti militari con altri altrettanto sconosciuti e segretati della Questura di Roma, si è scoperto che i morti del Forte dell’Acqua Santa, alias Batteria Appia Pignatelli, sono più di 240 e che, oltre i 98 artificieri dichiarati morti, gli altri sono tutti ragazzi tra i diciassette e i vent’anni, analfabeti e soldati di bassa forza, senza la minima cognizione e competenza da artificiere, ai quali segretamente era stato affidato il medesimo incarico: armare bombe, granate ed altri proietti, con polveri anche scadenti. Di questi ultimi, a tutt’oggi, a distanza di cento anni, non se ne conosce né nome, né cognome, tanto meno si conosce la doverosa sepoltura delle loro spoglie .… senza ne nome, ne bara…»[3].

Illustrazione 4: Sacrario delle Fosse Ardeatine.

Ma non basta questo “masso” gigantesco di strage umana a causa di una guerra da fronteggiare, perché se ne aggiunge un altro altrettanto enorme, l’eccidio delle Fosse Ardeatine. «Fu il massacro di 335 civili e militari italiani, fucilati a Roma il 24 marzo 1944 dalle truppe di occupazione tedesche come rappresaglia per un attacco partigiano compiuto da membri dei GAP romani contro truppe germaniche in transito in via Rasella, attentato che aveva causato la morte di 33 militari tedeschi. Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, esso divenne l’evento-simbolo della durezza dell’occupazione nazista di Roma.

Le “Fosse Ardeatine”, antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina, scelte quali luogo dell’esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, nel dopoguerra sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale. Sono oggi visitabili e luogo di cerimonie pubbliche in memoria…»[4].

Il masso delle Fosse Ardeatine si rintraccia, osservando l’illustr. 1, giusto sulla coda della cicogna a metà della figura del gatto, quasi a controbilanciare l’altro masso del Forte Acquasanta attaccato alla coda.

Si capisce ora che l’oro alchemico che reca seco la straordinaria cicogna in studio è LA PACE, un metallo fra i più rari da trovare sulla Terra.

Le surrealtà terrestri

Non c’è stato modo di presentare il lato figurativo della cicogna della pace di Forte Acquasanta romana, ma si è capito che si tratta di una mia sigolare interpretazione figurativa della mappa relativa. Come a concepire l’ipotesi di una realtà surreale corrispondente alla configurazione mappale.
È una concezione che potrà sembrare incredibile e nuovo da sentirsi ma la terra non la si conosce abbastanza, se non attraverso tutto ciò che la scienza ha sondato e studiato a menadito. Ma non è stato abbastanza da scoprire di lei, con sorpresa, miriade di configurazioni attraverso la sua topografia. Immaginazioni suggestive, come quelle dei racconti e delle favole si potrà dire, ma non tanto da far sorgere in alcuni reali possibilismi di concreti fondamenti per tenerne da conto. Altri diranno sorridendo che è magia, come quella dei chiromanti che, al posto di leggere la mano della gente, legge la terra con le tante sue linee di morte vita e miracoli. Tuttavia, scherzi a parte, la terra vista così effettivamente dimostra di essere come viva e, da mirabile ed impareggiabile artista, dipinge immagini di sé come meglio crede: a volte allegoricamente, altre in modo che sembra reale. E non occorrono doti magiche per togliere il velo di Gea, la terra, per mettere in mostra la sua immaginaria surrealtà imprevedibile. Basta solo la docile mano di un giovane studente, una matita ed una gomma ed ecco che da una cartina di un paese – per esempio – come quelle inserite nel suddetto scritto, si presentano alla vista rappresentazioni coerenti, che fanno pensare. Un matematico direbbe che è topologia bella e buona, la scienza esatta come lui la definisce. La topologia intuitivamente, in matematica, è lo studio di quelle proprietà degli enti geometrici, le quali non variano quando questi vengono sottoposti a una deformazione continua cioè, ad una trasformazione della figura tale che punti distinti rimangono distinti, e punti vicini cambino in punti vicini. Ma il termine di topologia è usato anche in altri modi: per lo studio del paesaggio dal punto di vista morfologico; in linguistica per lo studio relativo alla collocazione delle parole nella frase; ed ancora. Sembra complesso e astruso ragionare in topologia, eppure nel caso delle configurazioni in discussione è come un semplice gioco, simile a quello per bambini della Settimana Enigmistica, “Che cosa apparira?”, o l’altro, “La pista cifrata”, solo che qui occorre immaginare i puzzle da annerire e le cifre da seguire. Ecco, ora immaginate che la terra veramente presenta di sé configurazioni che non si contano – non si potrà spiegare come – per dimostrare che essa vive interagendo a tutte le attività di superficie, soprattutto per opera dell’uomo. Non è poi tanto fantastica l’idea che gli uomini rivestano, in seno alle configurazioni i discussione, la funzione più importante della terra vista in questo modo, quella del cervello. Ragionando in questa prospettiva si imparerà così a vedere che le costruzioni umane, i fabbricati, le strade, le grandi vie di comunicazione e ogni altra cosa sono forze che nascono, crescono e muoiono. E poi, quando tutto manca per credere in ciò che ho postulato sulla presunta surrealtà terrestre, ebbene non dispiacerà sentire e vedere un insolito modo di fare arte, fuori dalle numerose concezioni note. Ed ecco una spiegazione che si può accettare sul conto di un certo paradigma che vi può attenere e così impostare un discorso in merito ed affermare di conseguenza se cambia il paradigma cambia la società. Giusto anche lo scopo di tutti i lavori degli antichi alchimisti che operano nel mistero.

C’è un filo sottile, praticamente invisibile, che lega ogni forma di cambiamento. Si produce un vero cambiamento quando si riesce a modificare il paradigma di base che influenza, controlla e domina lo sviluppo del pensiero logico-razionale finalizzato ad affrontare i problemi della vita e dell’esistenza.

«Il paradigma svolge un ruolo allo stesso tempo sotterraneo e sovrano in ogni teoria, dottrina o ideologia. Il paradigma è inconscio, ma irriga il pensiero cosciente, lo controlla e, in questo senso, è anche sovracosciente. Il paradigma istituisce le relazioni primordiali che si costituiscono in azioni, determina i concetti, domina i discorsi e le teorie…». (E. Morin)

Di qui perché non immaginare che la perfetta aderenza dei significati emersi, già per via ermetica con l’accostamento della teoria alchemica edotta dall’alchimista del 1500, Cipriano Piccolpasso, possano essere approfonditi per questa via della “surrealtà”? Di seguito, mi è parso interessante descrivere il mio punto di vista, tradotto in versi, sul cane e il gatto che è compenetrato alla cicogna della PACE di Forte Acquasanta romana.

Il cane e gatto della Via Appia Antica

Per chi sarà mai quella cicogna?
Per un Bambin dell’«Ave Maria»? [1]

Del Signor della “fede al dito”
che or più non conta?
Vedo un sacerdote ad officiar Messa:
ma è San Sebastiano primo martire! [2]
Domine quo vadis? Come lui risponde.
Venio Roman iterum crucifigi. [3]

Un’altra unione da consacrare?
D’una strana “coppia di fatto”:
un cane e gatto innamorati?
Ma come può essere? Semmai,
amici, seppur strani, per amor di Lui.
E poi quei «Salesiani» in seno al gatto, [4]
non fanno altro che ospitare quelli
dell’«Ave Maria» in groppa al cane. [1]

Piuttosto avete visto il cane?
Con quel gravame mi fa tanta pena!
È mai animai da groppa, salvo
a sopportar zecche e pulci?
Mezzo già nella mota,
in prospettiva d’un Circo ancor
da inaugurare: forse è l’animal staminale
da sacrificar per la vita d’un Romolo. [5]

E nel ventre di quel gatto,
chi mai sarà se non un ratto?
Ma pur se sazio il felino, l’indole sua
a dubbio fiuto, quasi, lo spinge.
Per lui, forse il santo è una preda.
E se non fosse lì di rimpetto,
il nemico suo per eccellenza,
sadico com’è, lo azzannerebbe.

Chi, dunque sarà l’altro Pietro?
Mi sovvien del Salesiano, [6]
quel che gli premeva tanto:
la gioventù rettamente educata.
Dalla sua sana educazione
dipende la felicità della nazione,
lui diceva, consacrando la sua vita.
Al contrario: vizio e disordine.

E Roman del Bambin da crocifiggere?
La vedo, appunto, fra vizio e disordine. [7]
Al suo centro poco possono i quattro. [8]
Di nuovo, un porco s’aggiunge all’angiol.
D’intorno niente di buono e promettente.
Della gioventù, la triste visione d’una bimba
e la sua mamma pronta a far la ronda. 

Qui non mancano lacrime e una croce. [9]

[1] – Villa Ave Maria della Via Appia Antica in groppa al cane. I “figli della Madonna”. I diseredati.
[2] – Chiesa di San Sebastiano della Via Appia Antica in seno al gatto.
[3] – “Vengo a Roma a farmi crocifiggere di nuovo”. Fu ciò che disse Gesù a Pietro sulla Via Appia Antica in risposta alla sua domanda, “Domine quo vadis”?
[4] – L’Istituto Salesiani della Via Appia Antica in seno al gatto.
[5] – Fa riferimento alla tomba di Romolo, figlio di massenzio imperatore romano, morto in giovane età nel 309 d.C.. Di fronte alla tomba, posta sulla Via Appia Antica, si delinea il Circo, detto di Massenzio, da questi fatto costruire a mai inaugurato. Così com’è disposto il Circo, somiglia ad un’ampolla per laboratorio chimico, cosa che mi ha ispirato a un daffare di quest’epoca per le ricerche genetiche cui sfioro con i versi suddetti.
[6] – San Giovanni Bosco.
[7] – Si veda l’illustr. 2, la surrealtà della mappa di Roma. 
[8] – I quattro esseri viventi intorno al trono di Dio descritti nell’Apocalisse di Giovanni evangelista. Un’aquila, un vitello, un leone ed un simile all’uomo, che sono gli emblemi dei quattro evangelisti.

Illustrazione 5: Surrealtà della mappa di Roma. Disegno
dell’autore.

[9] – In basso a destra del disegno allegorico di Roma. La donna col cappello vestita in verde che bacia la figlia in fronte.

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Illustrazione 6: Surrealtà della
mappa di Roma Centro. Disegno
dell’autore. I quattro esseri viventi
dell’Apocalisse e un porco.

Il lettore si chiederà lumi su quel porco aggregato ai quattro dell’Apocalisse. Se la mia visione ha fondamento si spiega solo col valutare il quarto essere vivente apocalittico, cioè l’uomo, in stretto legame col “porco”: cioè che i due sono la stessa cosa. E ne abbiamo conferma attraverso le profezie di Nostradamus con la Centuria I, quartina 64:

Di notte il Sole penseranno d’aver visto,
Quando il porco metà uomo si vedrà,
Assordante canto, battaglia in cielo confinato, iniziata,
Animali spaventati la gente udirà.

È il preludio di una battaglia nel “cielo confinato” e perciò non in Terra, ma con una seconda quartina la 34 della Centuria III, si riesce a capire che funzione svolge il “porco” in questione:

Quando il mancare del Sole allora sarà,
Sopra il pieno giorno il mostro sarà visto,
Tutto diversamente lo si interpreterà,
Per costosità non ha guardia, per nulla non vi avrà provvisto.

Illustrazione 7: Surrealtà di Viterbo.

Ricorda tanto il 51° verso del canto XXXIII del Purgatorio di Dante Alighieri che dice: «sanza danno di pecore o di biade».  Può impressionare e nel contempo deludere, l’imprevista comparsa di un essere come questo, attraverso le mie surrealtà, con questa sorta di essere astrale, che compare nella carta di Roma, e non solo. Infatti attraverso al carta di Viterbo (e anche Pisa) vediamo un enorme porco fra le braccia di un alto prelato. Dalla foggia del copricapo mi è parso un alto prelato ortodosso, ma il suo viso sembra coperto da una maschera. In più la suora a destra, col dito puntato sull’orecchio del grosso maiale, sembra che gli dia “istruzioni”. A sinistra Santa Rosa (di Viterbo), insieme all’oca che salvò l’Urbe romana, completa l’accordo con la suora anzidetta. Lo scenario delinea dei prevedibili intrighi storici, pur di risolvere le questioni fra “Stato” (l’armigero che dà l’idea di un architettato trucco ai danni del dubbio prelato)  e “Chiesa” che non si sono mai risolti nel corso dei secoli in Italia. Viterbo resta famosa per la questione della nomina di un nuovo Papa che mai trovava soluzione fra i cardinali, e la sua surrealtà (illustr. 7) chiaramente ingarbugliata.

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Brescia, 22 aprile 2018

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[1]     Fonte:  http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/alchimia/piccolpasso.htm
[2]     Le Dimore Filosofali di Fulcanelli, vol. II, pag.135. Edizioni Mediterranee.
[3]     Fonte: https://marcodistefanoguerrito.wordpress.com/2018/01/23/orrore-e-sangue-a-roma-la-storia-della-strage-dellacquasanta/
[4]     Fonte: https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/fosse_ardeatine_erick_priebke_morto-206381.html

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