Il Pontormo è la figura dominante della pittura fiorentina verso il 1520, in qualche modo in antitesi al «classicismo» di Fra Bartolomeo e della sua scuola con un’arte tesa e contrastata e con esiti espressivi che riflettono una personalità eccezionalmente complessa.

Il Pontormo in un’illustrazione dalle Vite di Vasari

Jacopo Carucci noto semplicemente come il Pontormo nacque a Pontorme, Empoli, il 24 maggio del 1494.
Il padre Bartolommeo morì quando il bambino aveva solo cinque anni e dopo altri cinque, nel 1504, Jacopo rimase orfano anche della madre, infine perse il nonno, restando affidato alle cure della nonna materna, “mona” Brigida.
Messo sotto la tutela del magistrato dei Pupilli a Firenze (1508), fu ospitato in città da un parente calzolaio e frequentò le botteghe di Leonardo, Piero di Cosimo e Mariotto Albertinelli. Infine lavorò con Andrea del Sarto, ma si dice che il maestro lo allontanasse per gelosia dopo il successo dell’affresco di Jacopo sull’ingresso della chiesa della Santissima Annunziata (1513).
Nell’antico castello di Pontorme il pittore tornerà da artista già promettente, nel 1514, ad affrescare su una delle porte l’Arme di Leone X (della quale non esiste più alcuna traccia) e, intorno al 1519, a dipingere per la chiesa di San Michele i due celebri San Giovanni Evangelista e San Michele Arcangelo che ancora oggi vi si possono ammirare, uniche opere dell’artista tuttora custodite nel territorio empolese.
Il Pontormo è stato il più grande rappresentante del primo manierismo fiorentino. Artista tormentato, introverso, sempre sperimentale, spiccò non solo per una particolare ricerca delle forme e delle tinte rare, ma anche per l’originalità della vita privata: viveva, solo, in un’alta casa, nella camera all’ultimo piano raggiungibile solo per una scala ritirabile per mezzo di una carrucola. Il suo “Diario” (1554-56) è un manifesto delle sue nevrosi.
Tranne rare visite a Roma per studiare i capolavori del Buonarroti, da cui trasse una vibrante monumentalità, vive sempre a Firenze protetto dai Medici.
La sua ritrattistica partì dal Ritratto di Gentildonna con cestello di fusi (Uffizi), dove reinterpreta con maggior mordente lo stile di Andrea del Sarto, e arriva alla rude potenza evocatrice del Ritratto di Cosimo il Vecchio (Uffizi) ma non dimentica le preziosità del Bronzino: ne è esempio il Ritratto di Dama conservata a Francoforte. Una grafia nervosa e allungata, opposta al misurato classicismo di Andrea del Sarto, e uno spazio inquieto dove le figure anzichè disporsi in profondità quasi si “scalano” l’una con l’altra caratterizzano le opere maggiori: la Visitazione (1516) affrescata nel Chiostrino dei Voti dell’Annunziata, la Sacra Famiglia in San Michele Visdomini (1518), dove la tensione delle linee compositive trova espressione psicologica in certi sorrisi che sfiorano il ghigno.
E ancora la decorazione del salone della villa medicea a Poggio a Caiano (Vertumno e Pomona, 1521), le Storie della Passione nel Chiostro della Certosa al Galluzzo (1523-25) ispirate al Durer con un nordicismo quasi provocatorio, la Cena in Emmaus (Uffizi) dove precorre El Greco e Caravaggio, la Deposizione (1525-28, forse il suo capolavoro) in Santa Felicita, la Visitazione di Carmignano.
Dopo il 1530 elabora uno stile che emula Michelangelo ma in forme sempre più involute e abnormi: ad esempio negli affreschi del coro di San Lorenzo, distrutti nel 1738, dove il Vasari ricorda malinconiche scene di cadaveri ammucchiati.
Potormo morì a Firenze agli inizizi del 1557

testo tratto da ricerche sul web e da mega.it

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