URANIA

URANIA

Nella mitologia romana, il dio Imene (o Imeneo, figlio di Bacco (Dionisio) e di Venere (Afrodite), presiedeva al matrimonio. Nella mitologia greca è conosciuto sotto il nome di Hymenaios.

Alcuni poeti lo consideravano ora figlio di una musa (Clio o Urania) e di Apollo, ora di Dionisio e di Afrodite. Indipendentemente dalla sua genealogia, questo dio svolgeva un ruolo importante nella vita umana. Nella tradizione greca, Imeneo camminava alla testa di ogni corteo nuziale, e proteggeva il rito del matrimonio; gli ateniesi, in alcune feste solenni, lo invocavano con un canto di gioia: – “Imeneo, Imene! O Imene, Imeneo!”
Gli si attribuiscono numerose leggende: è un giovane ateniese di straordinaria bellezza, che ha tolto ai pirati giovani donne e le ha rese ai loro genitori, a condizione che gli concedessero la mano di quella che egli gradiva, ma che, a sua volta, lo disprezzava. Secondo un’altra versione, avrebbe perso la sua voce nel corso della cerimonia nuziale di Dionisio.
Imeneo si rappresentava sotto forma di un giovane uomo biondo con il capo coronato di fiori, soprattutto di maggiorana, che teneva nella mano destra una torcia, altre volte un flauto e, nella sinistra un velo di colore giallo, colore particolarmente adatto alle cerimonie nuziali. A volte questo dio, coronato di rose, portava un abito bianco e ricamato a fiori; alcuni mitologi gli attribuivano un anello d’oro, un giogo ad ostacoli ai piedi, allegoria resa ancora più trasparente da due torce che hanno soltanto una stessa fiamma.

Reni - Imeneo e Cupido

Catullo, nel Carme 61, attribuisce ad Urania la maternità di Imeneo, personificazione del canto di nozze

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Gaio Valerio Catullo – Carme 61

 

Tu che vivi, figlio d’Urania,
sol colle d’Elicona e affidi
all’uomo la tenera vergine
rapita, o Imeneo Imen,
o Imen Imeneo,
cingi le tempie con i fiori
di maggiorana profumata,
prendi il velo di fiamma e qui
lieto, qui vieni col tuo piede
bianco fasciato d’oro:
eccitato dall’allegria
del giorno, con voce squillante
canta gli inni nuziali, batti
coi piedi la terra e impugna
la fiaccola di pino.

Oggi Vinia a Manlio va sposa,
bella come la dea di Cipro
quando andò al giudizio di Paride,
vergine che si sposa
con gli auspici migliori,
splendente come nella Misia
ramoscello di mirto in fiore,
che le dee degli alberi nutrono
con gocce di rugiada
per poterne godere.

Vieni dunque e senza fermarti
lascia le grotte delle Muse
sulla montagna di Tespie,
bagnate dalle fresche acque
della fonte Aganippe,
e chiama a casa la padrona,
stringendo in un nodo d’amore
il desiderio dello sposo,
come intorno al tronco si avvinghia
con la sua forza l’edera.

E anche voi, candide vergini,
che avrete un giorno come questo,
seguendo il ritmo cantate
in coro ‘o Imeneo Imen,
o Imen Imeneo’,
perché più volentieri,
sentendosi chiamare al rito,
lui che ispira onesti piaceri,
che ogni amore onesto annoda,
accorra qui fra noi.

Nessun dio è più implorato
da un amante riamato,
nessuno è più onorato in cielo
da noi, o Imeneo Imen,
o Imen Imeneo.
Per i figli t’invoca il padre
tremando, in tuo onore sciolgono
le vergini la loro veste,
col timore del desiderio
ti ascoltano i mariti.
E tu, strappandola dal grembo
della madre, abbandoni a un giovane
brutale una fanciulla appena
in fiore, o Imeneo Imen,
o Imen Imeneo.

Nessun piacere che sia lecito
può prendere senza di te
l’amore: solo se tu vuoi
è possibile. Non è facile
essere come te.
Senza di te nessuna casa
può dare figli che sostengano
il padre: solo se tu vuoi
è possibile. Non è facile
essere come te.
Una terra senza i tuoi riti
non avrà difensori ai suoi
confini: solo se tu vuoi
potrà averli. Non è facile
essere come te.

Spalancate le porte: vieni,
fanciulla, e guarda come splende
la fiamma delle torce al vento.
. . .
. . .
. . .
. . .
Il suo pudore la trattiene e,
sentendone il richiamo, piange
ora che deve andare.
Non piangere, non c’è pericolo
che una donna più bella
di te, Aurunculeia,
veda sorgere dall’Oceano
i bagliori del giorno.
Bella come un giacinto
fra i mille colori dei fiori
in uno splendido giardino,
dove sei? il giorno se ne va:
esci, sposa bambina.
Esci, esci bambina. Ascoltami,
se credi che sia giunto il tempo.
Guarda come s’è fatta d’oro
la fiamma delle torce al vento:
esci, esci bambina.
Non hai un marito irrequieto
che per cercare in qualche avventura
il piacere del tradimento,
voglia riposare lontano
dal tuo giovane seno.
E come la vite flessuosa
si avvince agli alberi vicini,
lui dal tuo abbraccio sarà
vinto. Ma il giorno se ne va:
esci, esci bambina.

O letto, letto dell’amore

. . .
. . .
. . .
letto bianco d’avorio,
quanta gioia procurerai
al tuo padrone e quanta lui
ne godrà nel volo di notti e
giorni. Ma il giorno se ne va:
esci, esci bambina.

Alzate le torce, fanciulli,
ecco, viene il velo di fiamma.
Cantate, cantate con noi
‘Io Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo’.

Scoppieranno tutti gli scherzi
pungenti del canto di nozze
e tu, ragazzo, lascia, lascia
le noci ai bambini: l’amore
del padrone è finito.
Su, dà queste noci ai bambini,
languido amico: hai giocato
fin troppo con le noci: ora
dovrai adattarti a Talasio.
Dai le noci, ragazzo.
Sino ad oggi, ragazzo mio,
disprezzavi le contadine:
ora chi ti faceva i riccioli
te li taglia. Povero, povero
ragazzo, dà le noci.

Si dice, sposo profumato,
che tu non sappia rinunciare
ai ragazzi; ma devi farlo.
Io Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo.
Certo, solo piaceri leciti
erano i tuoi, ma ad un marito
nemmeno questi sono leciti.
Io Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo.

E tu, sposa, non rifiutare
a tuo marito ciò che chiede,
mai o andrà a cercarselo altrove.
lo Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo.

Ecco la casa del tuo uomo,
così potente e fortunata:
lascia che sia come desideri,
lo Imeneo Imen lo,
Io Imen Imeneo,
finché la candida vecchiaia
con il tremito delle tempie
dica di sì a tutti, a tutto.
Io Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo.

Varcando questa porta liscia,
per augurio, oltre la soglia
posa il tuo piedino dorato.
Io Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo.
Vedi, in casa c’è tuo marito
sdraiato sul letto di porpora
e ti tende le braccia.
Io Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo.
Anche dentro il suo petto brucia
la stessa fiamma che ti brucia,
ma più profondamente.
O Imeneo Imen Io,
o Imen Imeneo.

Lascia libero il braccio morbido
di questa bambina, ragazzo:
il letto nuziale l’attende.
Io Imeneo Imen Io,
Io Imen Imeneo.

E voi che siete state amate
solo dai vostri vecchi sposi,
coricatela nel suo letto.
Io Imeneo Imen lo,
Io Imen Imeneo.

Ora può venire lo sposo:
tua moglie è nel letto nuziale
e il suo viso in fiore risplende
bianco come una margherita,
rosso come il papavero.
E tu (mi assistano gli dei)
sei ugualmente bello: Venere
non si è certo dimenticata
di te. Ma il giorno se ne va:
avanti, non tardare.

No, tu non hai tardato molto:
sei qui. Venere sarà dolce
con te, perché ciò che tu vuoi
lo vuoi al sole e il tuo amore
non nascondi a nessuno.
Si provi a sommare i granelli
di sabbia nei deserti d’Africa,
le stelle che brillano in cielo,
chi vuol contare i vostri mille e
mille giochi d’amore.

Godetevi il piacere e presto
fate figlioli. Una famiglia
così antica non può vivere
senza figli, ma dal suo sangue
sempre deve rinascere.

Voglio che un piccolo Torquato,
tendendogli le mani
dal grembo della madre,
dolcemente, le labbra schiuse,
al padre suo sorrida.
E somigli tanto a suo padre,
a Manlio, che senza fatica
tutti lo riconoscano,
e rispecchi nel volto
l’onestà della madre.
E per virtù di madre
abbia sempre lode il suo sangue,
come eternamente a Telemaco
per la purezza di sua madre
rimane onore raro.

Sprangate le porte, fanciulle:
lo scherzo è finito. Ma voi,
dolci sposi, siate felici:
godetevi la giovinezza
nei piaceri d’amore.