di Federico Faraone

Il nostro linguaggio è ricco di parole, espressioni e modi di dire, che usiamo correntemente e con naturalezza, ma delle quali talvolta non conosciamo l’origine e il significato più intimo.
Certo, capita raramente di chiederci il senso e soprattutto da dove derivi una certa parola o una certa locuzione. D’altra parte, questo eventuale “dubbio” non verrebbe a condizionare la nostra vita quotidiana, già variamente tormentata. Tantomeno, potrebbe turbare il nostro sonno o la nostra libertà di espressione e di azione.
Se capita di chiedercelo, questo avviene mentre stiamo scrivendo. Infatti, quando scriviamo un vocabolo, la nostra mente ne scandisce la composizione e ci spinge ad entrare nell’intimo della parola stessa.  Proprio in questo caso scatta allora la molla della curiosità: perché è così strutturata in che senso, se abbia un riferimento storico e in particolare quale sia l’origine di questa parola, etc.

Immagine tratta da: savinodicorato.blogspot.com

Stavolta ci occuperemo dello starnuto e in particolare della risposta: Salute! che comunemente viene rivolta al suo “autore”.
Ma facciamo prima una breve divagazione su questo termine. Una opportuna memoria, ci rammenta che Salute! è l’espressione d’augurio durante un brindisi, mentre una volta era anche un segno di rallegramento per un incontro, anche occasionale. Come tale, fu di largo uso presso i greci: χαῖρε (che leggiamo khàire.) mentre i latini avevano l’analogo “salve”.
A Roma, un saluto “condizionato” era la salutatio (più precisamente la salutatio meritoria) e consisteva nell’ossequio mattutino di una moltitudine di poveri che facevano ala all’atto dell’uscire di casa, del ricco signore romano; egli li ricompensava tutti quanti, elargendo loro una moneta ciascuno.

Oggi i francesi augurano “santé!” e allo stesso modo e scopo gli spagnoli pronunciano un analogo “salud!”, del tutto identico al nostro “Salute!”.    

La storia che definiremo più recente, ci richiama a un momento diverso e una differente vicenda circostanza, nella quale il termine predetto non valse come un augurio, bensì come una vitale constatazione, una utile deduzione, un riscontro soddisfatto e persino fortunato. 

Per inquadrarla nel momento storico/umano, ci spostiamo indietro – guidati dalle descrizioni del romanzo del Manzoni: I promessi sposi –  fino agli inizi del diciassettesimo secolo, il 1600, e per l’esattezza nel 1630, anno nel quale imperversava in Milano la famigerata epidemia di peste bubbonica che nei mesi estivi, al culmine del suo contagio, causò una terribile mortalità, fin oltre 120 decessi al giorno e per un numero totale rimasto ancora sconosciuto. 

Melchiorre Gherardini, Piazza San Babila a Milano durante la peste del 1630 (Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia)

La città, che agli inizi del secolo contava 120.000 abitanti (fonte: “Italian Urban Population 1300-1861 (The Database) di Paolo Malanima”) ne fu duramente colpita, mentre l’inettitudine dei pubblici amministratori e la disinformazione della popolazione attribuiva il contagio ai tristemente famosi untori.
A quell’epoca, il Ducato di Milano subiva l’egemonia spagnola ed era esposto ad esagerate esosità impositive, che portarono al malessere sociale della città ed anche alla sua decadenza economica.  
La grave recessione e l’imbarbarimento dei rapporti pubblici accrebbero la povertà e la fame, mentre i signorotti e i regi amministratori spagnoli abusavano impunemente del loro potere.
Anche le istituzioni cittadine (polizia, sanità pubblica, giustizia e in qualche modo anche la Chiesa) erano controllate dagli spagnoli.  Forte e veritiero è il triste quadro umano descritto dal Manzoni, dove la miseria e la inesistente accortezza sanitaria determinò già alla metà del 1629, l’insorgenza di una feroce peste che poi regredì quasi d’improvviso, nell’estate del 1630 e cessò del tutto agli inizi del 1631.
Necessaria questa premessa, per figurare la tragedia della città e l’impossibilità oggettiva di contenerla. Gli stessi medici milanesi – ammesso che potessero fare qualcosa contro un morbo quasi del tutto sconosciuto – erano in un certo senso esautorati e persino sostituiti dall’esuberante potere spagnolo.

immagine tratta da: milanofree.it

Per limitare il contagio, le autorità sanitarie avevano avviato tutti gli appestati al Lazzaretto:  un vasto ambiente giustamente recintato e peraltro utilmente attiguo a un cimitero, subito raggiungibile. Ed è in questo triste e penoso quadro, che avvenivano gli episodi che ci interessano.
Racconta il Manzoni, che gli appestati erano ormai abbandonati a terra, al sudiciume e all’afoso caldo di agosto, morenti, in attesa di un conforto, più che di un rimedio quanto mai improbabile.
Venne però a piovere: un bel temporale, tanto atteso quanto ricco di pioggia battente, che fu salutato con sollievo, sia dai malati e che dai soccorritori, anche loro ormai stanchi e demoralizzati.

Il corpo umano ha la caratteristica di rispondere in modi diversi ai vari stimoli esterni. Dunque, una prima ed istintiva reazione all’improvvisa frescura determinata dalla pioggia e soprattutto dal vento che sempre accompagna un temporale, fu quella  di  starnutire.

Per  i medici  di  allora, questa manifestazione fisiologica costituì un ottimo messaggio, indicativo di un corpo che, pur fiaccato da febbre e debolezza, riesce ancora a mostrare una certa reazione, sufficiente segno di una flebile qualche capacità di recupero. In questo senso, il medico esaminava sommariamente il malato e sentenziava: “Salute!” (e “Salud!”  nel caso di un medico spagnolo), avviandolo fra i degenti ancora gravi, ma forse recuperabili. 

La risposta che noi ben conosciamo ed usiamo dare (“Grazie!”) non andava intesa quale risposta al giudizio del medico, quanto piuttosto un come ringraziamento rivolto verso il Signore per aver avuto da Egli una chance di salvezza dalla morte. Dunque, si trattò di un autentico Deo gratias (= grazie a Dio), di cui resta “qualcosa” nei nostri modi di dire.

E i bambini? Anche loro – ed erano tanti-, pativano la peste non meno che i grandi. Quando venivano investiti della lieta sentenza “Salud!”, erano loro stessi, o piuttosto qualcun altro, in loro vece, ad invocare con gratitudine la Divinità più vicina ai bambini: e cioè quel Gesù, tenero rifugio e speranza di salvezza, che da sempre, nella sofferenza infantile, richiama – in commosso paragone –  l’immagine di Gesù Bambino.
La comprova di quanto detto si trova ancor oggi nel linguaggio corrente  spagnolo: Salud! in risposta  allo starnuto dei grandi;  mentre per i piccoli si risponde “Jesus!”,  (che viene pronunciato  “Chesùs!”).

Nel lessico siciliano ed in particolar  modo in quello del sud-est della Sicilia,  che di parole e locuzioni ispaniche ne ha acquisito tantissime, sopravvive ancora un’analoga espressione: Gghjesùzzu! (o anche Gesuzzu!, oppure quel più estensivo Ghjesuzzu e Maria!) che oggi usiamo rivolgere con un tenero sorriso e una carezza ai nostri bimbi, mentre ai “grandi” rivolgiamo il consueto “Saluti!”.

Quindi, l’odierna replica di ringraziamento: “Grazie!”, sembra aver sostituito  e cancellato, nel  tempo,  il senso e il valore del primitivo “Deo gratias!”.

Peste nera – Trionfo della morte, Palazzo Sclafani, Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo (1446), affresco staccato

Prevenendo un giusto dubbio, chiariamo  subito che la peste  di Milano  fu molto meno rovinosa della ben più funesta “peste nera” (atra mors),  ritenuta  giustamente il più grande episodio pandemico attestato nella storia dell’umanità e che imperversò in tutta Europa tra il 1347 ed il 1352, uccidendo almeno venticinque milioni di persone (calcolo rapportato – a quell’epoca – ad  un terzo della popolazione  del  Continente.

In grigio, le zone che non furono direttamente colpite dalla Peste Nera.

Ovviamente, anche la Spagna fu duramente colpita dal morbo ed è verosimile che gli episodi come quelli descritti per la peste di Milano, possano essersi già verificati in terra ispanica, anche in tempi precedenti la peste manzoniana.
C’è  quindi da pensare che questo frasario, autenticamente spagnolo, può aver avuto origini niente affatto recenti e risalenti anzi a tre secoli prima della stessa peste di Milano.

Tuttavia, ci è dato constatare  (vedi mappa ricavata dal web) che proprio la Milano del XIV° secolo,   assieme a qualche altra zona europea, era stata risparmiata dalla peste nera! La città si salvò, grazie alla tempestiva decisione dei consiglieri cittadini di impedire qualsiasi contatto con l’esterno, ma non sfuggì alla breve recrudescenza del 1361, che portò via un altro caro familiare del Petrarca: il figlio Giovanni. 

Nel volgere di pochi mesi, la situazione divenne tragica in tutta Italia e in Europa, con i ben noti sviluppi pressoché apocalittici…