Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il Natale del Sole Invincibile

Il bisogno di ordinare e controllare il tempo, costruendo categorie cronologiche come i giorni, i mesi e gli anni, accomuna un po’ tutta la storia dell’essere umano.

In tutte le grandi civiltà del passato, ma anche del presente, sono stati costruiti calendari più o meno complessi con i quali regolare le attività umane, soprattutto quelle agricole e rituali. 

Carl Larsson - Sacrificio del Solstizio d’inverno

Carl Larsson – Sacrificio del Solstizio d’inverno

Strumento principale per elaborare un tale sistema temporale fu l’osservazione degli astri, e il susseguirsi delle stagioni, attività che rientrano in tutta quella serie di pratiche culturali finalizzate a dare un senso al mondo e agli eventi che in esso si manifestano, non solo dal punto di vista pratico ma anche per tutto ciò che concerne l’esperienza del sacro.

Così, tramite il “controllo” del tempo (ma anche dello spazio, con l’invenzione ad esempio dei punti cardinali), l’uomo è riuscito a stabilire simboli e rituali che gli hanno permesso di camminare nella Storia, di avere una propria identità e una collocazione nel mondo. E’ per questo che un importante astro, il Sole, è stato concepito in numerose società quale simbolo – che potremmo definire “universale” – di forza vitale, di creazione e nascita di tutte le cose, ma anche di morte quando si cela al nostro sguardo. 
Gli indù, per citare un esempio tra i molti, vedono il Sole come lo “Spirito solare, divinità che risiede nella sfera solare (Suryamandala), principio di ogni sviluppo; è dunque la fonte dell’evoluzione (Bhargha)” (Brahmana-Sarvasa, citato in The Garland of letters, p.262).
Queste qualità vitali del Sole hanno suggerito all’essere umano di studiare i fenomeni naturali ad esso collegati e ritualizzarli attraverso una forma di culto che ritroviamo simile in tutte le culture.

Solstizio_invernoIl susseguirsi di giorno e notte, di freddo e caldo – fenomeni naturali e ciclici – sono stati razionalizzati dall’uomo attraverso il riconoscimento di determinati periodi, le stagioni. Ad ogni fase di questo percorso eterno e circolare sono stati attribuite determinate qualità,  e specifici rituali con i quali mantenere il loro equilibrio e la loro ripetizione.
Tra queste pratiche ancestrali, che poi hanno preso sempre più la forma di festività soprattutto tra gli strati popolari delle varie società, è possibile inserire la festa che oggi la cultura occidentale e cristiana identifica con il Natale, ma che ha tracce antiche e diffuse in tutto il pianeta: per la scienza e per le religioni pagane è il solstizio d’inverno, in cui la notte è la più lunga di tutto l’anno, e convenzionalmente tale evento viene fissato il 21 dicembre, ma il fenomeno celeste “di inversione apparente del moto solare” si manifesta solo dopo tre, quattro giorni da tale data. 
E’ il periodo dove il sole apparentemente si “ferma” per invertire il proprio moto e in cui è più distante dall’Equatore. Simbolicamente questo evento astronomico ha rappresentato il momento in cui il Sole, arrivato nel punto limite della lotta tra luce e tenebra diventa “invicto”, cioè invincibile, e riprende vigore attraverso un nuovo ”natale”, una nuova rinascita: “Il Natale del Sole invincibile”, come a Roma veniva chiamata tale vittoria mitica del Sole che pone fine alla perenne lotta tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
Così, se si guarda alla storia dell’essere umano si scopre che la data del 25 dicembre continua ad essere una ricorrenza ricca di simboli e significati, che hanno accumunato attraverso un filo invisibile gran parte dei miti solari conosciuti. Il natale cristiano non è un prodotto esclusivo di tale religione, ma affonda le sue radici in bagagli culturali antichi come quelli della Mesopotamia, della Persia, della Siria, dell’Egitto, di Roma, ma anche dei Celti e dell’India.

Il dio Horus egiziano e il dio Mitra indo-persiano, il dio azteco Huitzilopochtli e quello celtico Yule, come anche eroi mitici quali Khrisna, Zarathustra, Adone e Dioniso vengono tutti fatti nascere intorno al 25 dicembre, e celebrati in tale ricorrenza.

Il Natale come celebrazione insieme del Sole e della nascita, attinge a tradizioni precristiane, a cui la Chiesa ha attribuito l’appellativo di pagane, termine che proviene da “pagos”e significa villaggio. Ma in queste culture anche molto diverse tra loro a cui il Cristianesimo, anche solo per un contatto “accidentale”, si è ispirato hanno poco di “rurale” in senso dispregiativo, ma anzi si tratta nella maggior parte dei casi di civiltà con pratiche culturali assai elaborate.

HuitzilopochtliHuitzilopochtli, il dio azteco della guerra, è stato associato con il Sole. Il suo nome, che significa “colibrì del sud”, proviene dalla credenza azteca secondo la quale gli spiriti dei guerrieri uccisi in battaglia seguono il Sole attraverso il cielo per quattro anni. In alcuni miti il bellicoso Huitzilopochtli è in perenne lotta con il fratello Quetzalcoatl, che è stato colui che ha dato origine al mondo. Secondo tale mito, la madre di Huitzilopochtli era la dea Coatlicue. Un giorno trovò delle piume di colibrì sul suo ventre, e poco dopo partorì Huitzilopochtli.
Un’altra leggenda riguardante Huitzilopochtli narra di come egli condusse gli Aztechi a stabilirsi su un’isola, dove costruire la grande città di Tenochtitlan.  Il Dio ordinò agli Aztechi di stabilirsi in un luogo dove avrebbero trovato un’aquila appollaiata su un cactus. Come previsto, videro il segno descritto dal Dio e poterono concludere lì il loro viaggio. Tale mito narra un fatto storico realmente accaduto, quando nel 1325 gli Aztechi furono cacciati su un’isola in mezzo ad un lago da una tribù chiamata Culhua. Vi fondarono Tenochtitlán, che sarebbe poi diventata la capitale dell’impero azteco.

A Babilonia già intorno al 3000 a.c. nel periodo del nostro Natale veniva celebrato il Dio del Sole Shamash. Il suo nome oltre ad essere collegato al Sole, si riferisce anche alla giustizia e alla veggenza, in quanto a causa dei suoi attributi solari è capace di vedere tutto, anche il futuro. Insieme al culto di Shamash sempre a Babilonia nasce la venerazione della Regina del Cielo, Isthar, e di suo figlio Tammuz, divinità che rappresenta la reincarnazione del Sole. 
La nascita di questo Dio avveniva proprio durante il solstizio d’inverno: rappresentato come un bambino, a Babilonia il Dio Sole Tamuz prendeva il nome di Yule, e il “Giorno di Yule” veniva festeggiato il 25 Dicembre.

YULEPresso i Celti durante il solstizio d’inverno, chiamato anche Mezz’inverno o Alban Arthuan, si celebrava Yule, il Dio Sole che rinasceva nel ventre della Dea, che durante tale festa assume l’aspetto di Madre. Essa infatti presso tale tradizione era vista come una divinità che poteva manifestarsi sotto un triplice aspetto: quello di giovane, di madre, e di saggia anziana. Yule invece rinasceva come un bambino, rappresentando la nuova luce che risorgeva dal buio. L’origine del suo nome è incerta: potrebbe derivare dall’anglosassone “Iul”, o dal norvegese “Jul”, che significa “ruota”, e proprio presso i Celti l’anno era percepito come un moto circolare, rappresentato dalla “Ruota dell’anno”.

Durante Mezz’inverno era usanza accendere fiaccole e candele per indurre il Dio Bambino ad uscire dal ventre materno, e si usava anche far bruciare un ceppo durante tutta la veglia, detto “Ceppo di Yule”, a simboleggiare proprio questa rinascita nel sacro fuoco della dea madre, utilizzando solitamente il pino in quanto sempreverde, e quindi simbolo di persistenza della vita.
Un’altra leggenda celtica ricollegata alla figura divina di Yule era quella del Re Quercia, simbolo della luce del nuovo anno, che combatte e sconfigge Re Agrifoglio, portatore di oscurità e vecchiaia.

horusTracce dei culti babilonesi si possono rintracciare in un’altra grande civiltà come quella egiziana, che raffigurava il dio solare Horus come un bambino, e durante le sue celebrazioni i sacerdoti si riunivano in preghiera nei templi e lì attendevano la mezzanotte per annunciare che una vergine aveva partorito il Sole. Il 24/25 dicembre si celebravano importanti cerimonie in onore del culto di Horus e della madre Iside, e testimonianze risalenti al 1400 a.c. ci mostrano il Dio Bambino con una corona solare in testa.
Il padre divino di Horus era Osiride, con cui egli si identificava: “Io e mio padre siamo Uno”; e la madre era Iside, al quale il dio Thot annunciò che avrebbe concepito un figlio virginalmente, scena rappresentata a Luxor su edifici risalenti al 1500 a.c. Horus nacque in una grotta, annunciato da una stella d’oriente, e fu adorato da pastori e da tre uomini saggi che gli offrirono dei doni. A dodici anni insegnò nel tempio e poi scomparve fino a trent’anni. Horus nella sua vita terrena partecipò anche ad una sorta di battesimo officiato da Anup, il quale in seguito verrà decapitato.
Con Iside ed Osiride, Horus rappresenta la “trinità” egiziana. Osiride, padre di Horus, è una divinità che compare già in epoca arcaica egiziana, personificato anch’esso con il Sole. Era considerato il Dio che soffrì e morì sulla Terra, e alla sua morte il cielo si oscurò.

Altro culto assai antico e che si ricollega alla venerazione del Sole è quello del dio Mitra indiano. Tale culto risale ad un’epoca di gran lunga precedente a quella in cui è vissuto Cristo, e cioè all’India del 1200 a.c. Le prime testimonianze infatti sono contenute nel testo sacro indiano conosciuto come Rig Veda, in particolar modo per quanto riguarda la coppia divina che in India è conosciuta come Varuna-Mitra, rispettivamente portatori di buio e di luce, della realtà interiore ed esteriore delle cose. Sempre nei Veda viene riportato il mito di Krishna, dove ritorna l’episodio della nascita di un essere divino da una vergine: “Mahadeva, il Sole dei Soli, le apparve nel lampo di un folgorante raggio sotto forma umana. Allora ella concepì il figlio divino”. La vita di Krishna è segnata da particolari molto simili alla storia di Cristo, e alcuni studiosi hanno fatto notare come la radice del nome della divinità indiana sia molto simile a quella del figlio del Dio cristiano.

zarathustra2In Mesopotania insieme a Mitra ritroviamo la figura del profeta Zarathustra, nato nel 714 a.c. in Persia, sempre nel periodo del Natale. Era considerato il figlio del Sole, e quindi di Mitra, e allo stesso tempo Sole egli stesso. Sua prerogativa principale fu la lotta contro il politeismo dei popoli nomadi e la creazione di un codice di leggi morali, elemento fondamentale per il passaggio da una società nomade ad una stanziale basata sull’agricoltura. La religione professata dal figlio di Mitra doveva essere monoteistica, universale e basata su un “giusto sentiero, giusto parlare, giusto operare”, come aveva ordinato il suo padre divino, che successivamente prenderà il nome di Mazda.
Con la conquista di Babilonia da parte dei persiani il mitraismo entrò in contatto con le religioni mesopotamiche ed ebraiche, e successivamente anche con Roma, dove ebbe un’ampia influenza sul primo cristianesimo.
Il Mitraismo si diffuse principalmente in Persia, ma le sue origini sono incerte. Per alcuni studiosi è stato ispirato dalla mitologia indiana, altri pensano che sia un fenomeno indipendente nato nella regione mesopotamica. Anche secondo tale culto il Dio fu partorito da una vergine, il suo appellativo principale era quello di “buon pastore”, era circondato da 12 compagni, portatore di miracoli e fu sepolto in una tomba dalla quale risorse dopo tre giorni, e tale resurrezione era celebrata dai fedeli ogni anno. Il culto mitraico avveniva in grotte o luoghi sotterranei, mentre l’iniziazione prevedeva una sorta di battesimo con acqua consacrata alla divinità ed un pasto comunitario. Mitra era soprannominato il “Salvatore”, e salì in cielo con il carro del Sole (elemento anch’esso ritrovabile nei Rig Veda indiani) dopo aver consumato il pasto sacro. L’Avesta, il testo sacro di questa religione, ispirerà sia le religioni presenti a Roma sia quella araba.

Solis invictiA Roma il culto del Sole è stato introdotto ufficialmente quando l’imperatore Aureliano nel 274 d.c. stabilì che il 25 dicembre sarebbe diventato il giorno del “Dies natalis Solis invicti”, e cioè “il Natale del Sole invincibile”, celebrazione fatta adottare dall’imperatore dopo la vittoria nella battaglia di Emesa nel 272 d.c., in cui l’imperatore raccontò che il Dio Sole gli aveva preannunciato la sua vittoria.
Il culto del Sole fu così definitivamente impiantato a Roma, dove l’imperatore trasferì anche la casta sacerdotale di Emesa. Le ragioni che spinsero l’Impero a tale scelta non furono solo ricollegabili ad una vittoria militare ma anche e soprattutto a scelte strategiche. Il culto del Sole era infatti diffuso in gran parte del territorio dell’Impero, e per questo rappresentò un importante elemento di unità culturale tra diverse realtà come quelle mediterranee (Egitto, Anatolia), arabiche ed anche celtiche, come pure greche ed italiche. Fu quindi una scelta dalle forti valenze politiche.
Così a Roma tale festa ebbe grande risonanza popolare, anche perché concludeva una tra le feste romane più antiche, I Saturnali. Festa celebrata in onore di Saturno, durava un lungo periodo durante il quale si ribaltavano i ruoli sociali, si scambiavano doni e c’era perfino un gioco simile alla tombola dei nostri giorni, chiamato il “grande gioco di Saturno”, caricato però di una profonda sacralità, in quanto serviva per predire il futuro attraverso i numeri.
I pagani la notte del 24 dicembre facevano la veglia  in attesa di salutare la nascita del Sole nuovo. Quando giunse a Roma il culto di Dioniso, nei Saturnali si festeggiava la sua eterna giovinezza e si regavalavano i suoi tre simboli: il mirto, il lauro e l’edera. Per gran parte della popolazione rurale i Saturnali rappresentavano infine un lungo periodo di riposo in attesa della primavera.

Brosen_icon_constantine_helenaDopo questa lunga passeggiata nella Storia è giunto il momento di vedere come il Natale sia diventato una festa cristiana. Il primo atto formale fu quello dell’Imperatore Costantino che fece coincidere il pagano solstizio d’inverno con la nascita di Cristo, trasformando la festa del Sol Invictus del 25 dicembre in festa cristiana. Fu poi canonizzata ufficialmente dalla Chiesa Cattolica nel 337 d.c. ad opera di Papa Giulio I, e nel 354 si menziona per la prima volta in un calendario della liturgia romana la festa del 25 dicembre cristiano. Nel 376 venne soppresso il culto di Mitra a Roma per ordine del prefetto. Con l’editto dell’imperatore Teodosio del 392, che diede inizio alle persecuzioni contro i riti pagani, si conclusero in tutto l’Impero le ultime celebrazioni in onore della dea Iside madre di Horus; e con i decreti dell’Imperatore Giustiniano del 536 fu chiuso l’ultimo tempio in onore di Iside in Egitto, dando via libera all’affermazione del Natale cristiano in tutto l’Impero Romano.
Prima di tale canonizzazione, durante il cristianesimo delle origini la nascita di Cristo aveva date diverse: per S. Cipriano cadeva il 28 marzo, per S. Ippolito il 23 aprile, secondo Clemente Alessandrino il 20 maggio, o il 10 gennaio, o il 6 gennaio; quest’ultima data successivamente si affermò in Oriente, e da lì venne utilizzata a Roma fino al cambiamento deciso da Costantino e poi confermato da Papa Giulio I.
Altre Chiese cristiane, come quella ortodossa, copta, armena, continuano invece a celebrarlo il 6 gennaio, dove l’Epifania rappresenta l’Annunciazione della nascita di Cristo.
Anche le Chiese della Riforma, a partire dai Calvinisti, accusarono la Chiesa di Roma di cedimento dei cristiani al paganesimo, ed è innegabile che soprattutto tra i fedeli convertititi al cristianesimo dove era già preesistente una tradizione autoctona tale festività si è a lungo mescolata con elementi delle vecchie religioni cosiddette pagane. I cristiani riformati quindi vedevano nel Natale cattolico un ritorno ai culti solari di Babilonia adottati poi anche dai pagani romani. Il Parlamento Inglese proibì l’osservazione del Natale, definendola una festa pagana, ed anche nei territori americani conquistati soprattutto dai puritani il Natale non venne festeggiato fino a tempi piuttosto recenti.
Solo durante l’800 il Natale riprese il suo posto come festa cristiana in tutta Europa e in America, arricchendosi di nuovi elementi che hanno caratterizzato il nostro modo di festeggiare il Natale come oggi lo conosciamo. L’albero di Natale, il presepe e tanti piccoli altri particolari ripresi dalla cultura popolare, hanno reso il Natale una festività ibrida, ricca di elementi esterni alla religione cristiana, ma che accomunano in questo modo fedeli con vissuti anche molto distanti tra loro.

Notando tutte queste corrispondenze mitologiche e simboliche diventa chiaro come nell’esistenza del genere umano nulla è nato dall’esperienza di una singola società, ma da simboli e bisogni universali, che hanno reso possibile il continuum storico della nostra specie. Proprio per questo il Natale nella modernità dovrebbe rappresentare, oltre che un indiscutibile momento di fede, anche un momento di riflessione sulla nostra identità, o meglio sulle nostre identità plurime, che spesso sono state negate da eventi e scelte soprattutto di carattere politico e sociale, che hanno imposto una visione sul mondo esclusiva e dominante.
Il contatto culturale, e gli scambi che avvengono grazie ad esso, non dovrebbero rappresentare un momento di scontro, o peggio ancora di condanna, ma di una presa di coscienza costruttiva sul nostro passato e il nostro presente, rispettosa di tutte le tradizioni.

Giotto - Cappella degli Scrovegni, Nascita di Cristo (dettaglio)

Giotto – Cappella degli Scrovegni, Nascita di Cristo (dettaglio)

Il Natale resta comunque una data magica, che celebra una nuova vita ricca di speranza e assicura all’uomo il necessario rigenerarsi di tutte le cose del mondo, come un fuoco che viene nuovamente ed eternamente alimentato.

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testo di Elisa Moretti tratto da  http://www.mondoraro.org/2009/12/10/il-natale-del-sole-invincibile/

immagini frutto di una ricerca sul web

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vedi anche: 

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