Secondo lo storico Santo Policastro, il toponimo “Lentini” deriverebbe dal mito di Ercole che, dopo avere ucciso l’invulnerabile Leone di Numea, avrebbe usato la sua pelle come manto e la testa come elmo.

Atena ed Eracle su una kylix attica a figure rosse , 480-470 aC

Venuto in Sicilia, Ercole depose sull’ara della dea Cerere, che dominava la piazza di Kamacenae (fondata da Saturno-Zoroastro per la sua colonia di Armeni nel luogo dove era approdato), il mantello del leone. Dopo questo episodio, Kamacenae cominciò a chiamarsi Leon, per onorare il leone ucciso da Ercole, che nel frattempo era diventato signore di tutte le terre circostanti.

Diodoro Siculo

Per Diodoro Siculo, Ercole fece edificare nella città di Leonzio una grande torre triangolare e un lago che chiamò lacus erculis. Secondo la storiografia ufficiale, l’attuale toponimo fu coniato nel 729-30 a.C., quando l’antica Kamacenae, poi diventata Xutia, fu chiamata Leontini dai Calcidesi guidati da Teocle.

Il lago o (biviere) di Lentini sembra avere origini naturali (l’antico Palus Leontinensis) come il pantano che si allargava per 6 km a nord-est dall’abitato, allungandosi sulla costa per circa 7 km.
Il nome ‘biviere di Lentini‘ si riferiva più propriamente alla riva di sud-est ed era dato anche alla contrada che era ad est del lago, tra questo e il fosso S. Leonardo, che finiva nel pantano.

Le rive variavano con le stagioni ma normalmente il lago era lungo 5 km e largo 3 km. Nei tempi antichi la superficie era inferiore poiché il lago non accoglieva ancora le acque del fiume Trigona, che con il suo delta si spingeva tanto oltre da dare al lago una caratteristica forma arcuata. Trattenute le acque di questo fiume con una grande diga – probabilmente costruita tra il XII e il XIII secolo ad opera del principe Butera – la superficie del lago divenne più vasta, mentre il suo livello raggiunse i 20 metri.

Il lago costituì una grande risorsa, paesaggistica, economica, alimentare e venatoria. Infatti lo specchio d’acqua, che distava appena 3 km dalla città di Lentini, era circondato da una ricca vegetazione spontanea e da fitti canneti, utilizzati dagli artigiani locali; conteneva due isole (una grande e un’altra più piccola) ed una specie di promontorio, chiamato “cannedda di S. Francesco”. Anticamente, nutriva anguille e tinche e permetteva la sosta di numerose specie avifaunistiche, dalle Cicogne bianche ai Cigni reali, dagli Aironi cenerini ai Fenicotteri rosa.

Le caratteristiche positive del ”biviere” non ressero di fronte al pericolo delle febbri malariche e della talassemia che sembravano causate dalla vasta zona umida. Si cominciò quindi ad ipotizzare un primo progetto di risanamento già nel 1876. Le opere di bonifica cominciarono solo negli Anni ’30 del secolo scorso e furono completata negli Anni ’60, cancellando così il più grande bacino lacustre della Sicilia, fecero estinguere il Pollo sultano e il Francolino e cambiarono la geografia della Sicilia orientale e il suo microclima. I cittadini continuarono ad avere i problemi derivati dalla talassemia ormai endemica, mentre le gelate notturne – assenti quando esisteva il lago – cominciarono a danneggiare le coltivazioni agrarie e, soprattutto, gli agrumeti. La sparizione del lago, nell’ambito delle grandi opere di bonifica che interessarono anche altri pantani – come quello di Catania (chiamato Pantano d’Arci) che quasi si univa alle zone umide che ancora oggi esistono in parte alla foce del fiume Simeto – sarebbe stata scongiurata pochi anni dopo, con la firma dell’Italia della Convenzione di Ramsar (Iran, 1972) che considera prioritaria la protezione delle zone umide di tutto il Pianeta, dal momento che sono ecosistemi naturali ricchi di straordinaria biodiversità e siti importanti e irrinunciabili per la sosta dell’avifauna migratoria.

Oggi, con la onerosa ricostituzione del Lago di Lentini, abbiamo di nuovo una grande zona umida – serbatoio idrico per l’industria e l’agricoltura – e riconquistato l’originario microclima: più di 1.000 ettari restituiti anche alla Natura

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Nuccia Di Franco Lino

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