Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il grande inganno dell’astuto Omero

Un articolo di Alberto Majrani tratto, previo consenso dell’autore, da Runabianca

Chi era Omero? E chi era Ulisse?
C’è una verità nascosta dietro gli immortali versi dell’Iliade e dell’Odissea?
Per tre millenni queste domande hanno afflitto generazioni di studiosi di tutto il mondo.
Giambattista Vico coniò il termine “questione omerica” per definire l’infinita serie di enigmi creati dai due poemi: un autentico “mattone” indigesto per i poveri studenti e gli altrettanto poveri insegnanti.
E ancora: la guerra di Troia è un evento storico realmente verificatosi, oppure è solo l’invenzione di un poeta, o forse addirittura di più poeti, vissuti in epoche diverse?
E i resti archeologici trovati presso il villaggio turco di Hissarlik appartengono davvero alla città di Priamo ed Ettore, oppure questa identificazione è solo il frutto della lucida follia di Heinrich Schliemann, un archeologo dilettante, fortunato quanto incompetente?
In realtà su quanto detto finora non c’è niente di “sicuro”, né di scientificamente provato, ma solo una lunga serie di teorie e supposizioni, più o meno plausibili, che hanno dato luogo a infinite polemiche tra gli studiosi.
Al principio degli anni ’90 sono usciti quasi contemporaneamente due libri che collocano decisamente a nord l’ambiente dove si muovevano Ulisse e compagni: uno del giornalista Iman Wilkens, intitolato Where once Troy stood, cioè “Dove un tempo stava Troia”, che localizza l’antica Troia in Inghilterra, e che ha avuto un certo rilancio di recente grazie alla citazione che ne ha fatto il romanziere Clive Cussler nel suo Trojan Odyssey (tradotto in italiano con il titolo abbastanza fuorviante di Odissea, e basta). L’altro, molto più convincente, pur con qualche piccolo errore che esamineremo, è il risultato di una accurata ricerca di un ingegnere nucleare appassionato di letteratura antica, Felice Vinci, pubblicata in un saggio intitolato Omero nel Baltico, di cui potete leggere due articoli sul numero zero e sul numero uno di questa rivista.
I due libri hanno messo in crisi una delle poche certezze che molti credevano di avere, quella della “grecità” dei poemi e della mitologia classica. Già, perché, anche se è vero che i poemi sono scritti in greco (ma il greco omerico è abbastanza diverso da quello classico), la localizzazione dei luoghi descritti da Omero mal si concilia con le omonime località del Mediterraneo, tanto da aver generato la diceria secondo cui “Omero è un poeta e non un geografo”.
Non so se esista un sindacato dei poeti, che possa organizzare uno sciopero, o una marcia di protesta, contro questa idea che un poeta debba essere totalmente ignorante di geografia! E poi Omero era un pignolo, che descriveva ogni cosa con una accuratezza minuziosa, possibile che si sbagliasse continuamente e sistematicamente proprio sull’argomento principale dei suoi racconti, cioè la vita di eroi e popoli navigatori? E che nessuno, mentre declamava i suoi versi nelle corti, tra guerrieri, mercanti, marinai e altri cantori, gliel’avesse mai fatto notare?


Vinci spiega come i poemi omerici siano verosimilmente delle saghe nordiche giunte fino al Mediterraneo lungo la via dell’ambra: questo giustifica le incongruenze geografiche e climatiche dei racconti, come il clima freddo, spesso tempestoso e nebbioso, gli assurdi percorsi di viaggio, le descrizioni che non quadrano, i capelli biondi di molti protagonisti, e così via.
Secondo Vinci, i nordici navigatori, scesi in Grecia a fondare nel XVI secolo avanti Cristo la civiltà micenea, avrebbero cominciato a rinominare i luoghi del Mediterraneo basandosi sulle loro località di origine, tramandate da mitologie e religioni, allo stesso modo come in America o in Australia avrebbero fatto secoli dopo i colonizzatori europei. Dopo un lungo periodo di trasmissione orale, i secoli bui del cosiddetto “medioevo ellenico”, i poemi sarebbero stati messi per iscritto intorno all’VIII secolo a.C., quando si trovano le prime tracce scritte.
La teoria vinciana gode di molti favori entusiastici e di altrettanto acerrimi detrattori, per non parlare dei moltissimi che la ignorano totalmente.
Nell’appendice del mio saggio “Ulisse, Nessuno, Filottete” mi sono preso la briga di apportarne alcune correzioni, sia dal punto di vista geografico che, ancor più importante, da quello storico archeologico.
Nel caso della tradizionale localizzazione mediterranea delle vicende, poiché nell’ottavo secolo il mondo descritto da Omero non esisteva più da circa 400 anni, si è stati costretti ad ipotizzare un lungo periodo di trasmissione orale dei poemi, prima che qualcuno li mettesse per iscritto.
Anche Vinci sostiene l’idea della trasmissione orale, partendo addirittura dal XVI secolo. Ma spostandone l’origine nei mari nordici tutto cambia! Per esempio l’età del ferro nel Nord Europa è cominciata solo intorno al VI secolo a.C., quindi non c’è da stupirsi se le armi descritte da Omero sono di bronzo. I poemi potrebbero essere arrivati nel mondo ellenico anche poco prima della fine dell’ottavo secolo e subito trascritti. In questo modo non c’è più neanche la necessità di immaginare un lungo periodo di oralità, oltretutto con un bellicoso “medioevo” in mezzo, prima che i poemi fossero messi per iscritto: tutto può essere avvenuto pochi anni dopo l’arrivo del cantastorie Omero, o di qualcuno della sua “scuola”, in Grecia.
Quanto alla lingua, il Greco presenta molte più affinità con le lingue germaniche e scandinave che con quelle mediterranee; la Grecia e alcune altre zone del Mediterraneo hanno subito parecchie invasioni da nord nel corso della protostoria, e quindi i poemi possono essere giunti assieme a una di queste migrazioni, mentre altre invasioni in tempi e luoghi diversi hanno portato diverse lingue e varianti dialettali nelle isole e nelle località del nostro mare.
Oppure, si può anche ipotizzare che il greco omerico rappresentasse una specie di “lingua franca” in uso lungo la via dell’ambra, parlata e compresa da tutti i popoli che commerciavano la preziosa gemma. O ancora si può pensare che i cantastorie girovaghi, che costituivano in un certo senso l’élite intellettuale dell’epoca, conoscessero l’uso della scrittura, a differenza della grandissima maggioranza degli altri uomini antichi. Con questa nuova localizzazione temporale, l’origine nordica diventa ancora più plausibile.
Mi sembrano ipotesi molto più logiche rispetto a quella di una “tradizione orale” durata secoli, di cui non si trova alcuna traccia (non solo scritture, ma neanche graffiti, vasi, statue), e che dà luogo a infinite contraddizioni. Mi sento comunque di consigliare a tutti gli studiosi di archeologia, filologia, mitologia e ai semplici appassionati il libro di Felice Vinci, perché la quantità di suggerimenti degni di attenzione è veramente impressionante.
Proprio da una delle sue osservazioni è nato il mio libro, che risponde ad una domanda apparentemente molto provocatoria:“Chi ha ucciso realmente i Proci?”. Quasi di sfuggita, tra le pieghe del discorso, Vinci ipotizza che il figlio di Ulisse, Telemaco, abbia ingaggiato un mercenario per interpretare Ulisse e fare strage dei pretendenti alla mano della madre Penelope. Lo stesso Telemaco avrebbe poi scritturato un poeta per raccontare una fantasiosa storia che potesse giustificare tutti gli anni di assenza del padre. Tutto ciò allo scopo di liberare la reggia dai Proci che gli stavano mangiando tutte le sostanze; si aggiunga poi che se qualcuno ne avesse sposato la madre, Telemaco avrebbe perso il diritto alla successione e al regno. I pretendenti stessi, poi, stavano tramando per toglierlo di mezzo, e quindi bisognava anticiparli al più presto.
Ma allora, chi poteva essere veramente il misterioso straniero, giunto a Itaca dopo vent’anni e che nessuno era in grado di riconoscere?
Una attenta lettura dell’Odissea ci rivela la miriade di indizi lasciati da Omero per la sorprendente soluzione. Ulisse non era… Ulisse, ma il migliore degli arcieri achei: Filottete!
Con questa chiave, il poema omerico assume improvvisamente una logica e una coerenza finora insospettabile.
Filottete, chi era costui?
L’Iliade ci narra che egli era a capo di un contingente di Achei che andavano alla guerra di Troia. Ma era stato morso ad un piede da un serpente, e la lesione si era infettata tanto da costringere i compagni ad abbandonarlo sull’isola di Lemno. Recuperato e curato dai medici achei, avrebbe ucciso Paride, dando un contributo determinante alla sconfitta dei Troiani. Sostituendo Ulisse con Filottete nelle vicende dell’Odissea, tutto si spiega: era un abilissimo arciere, evidentemente abituato a un “numero da circo” come quello di attraversare con una freccia gli anelli di dodici scuri allineate, il che presuppone anche un certo allenamento, cosa che Ulisse non poteva più avere dopo tanti anni per mare.
Ammesso poi che fosse realmente dotato di questa abilità, visto che in tutta l’Iliade, poema che è molto più realistico dell’Odissea, lo stesso Ulisse non usa mai l’arco, neanche durante i giochi in onore di Patroclo, nei quali vince invece le gare di lotta e di corsa.
Logicamente, i giovani di Itaca non lo conoscevano, ma certo qualcuno dei vecchi avrebbe potuto riconoscerlo, per cui sareb­be stato necessario eclissarsi al più presto a missione compiuta; cosa che “Ulisse” preannuncia alla moglie Penelope, senza che lei si scomponga tanto.
La sua ferita doveva avergli lasciato una evidente zoppìa. E Omero, pur senza dirlo apertamente, fa di tutto per farci capire che il misterioso straniero zoppica: infatti cammina lentamente, appoggiandosi a un bastone, viene paragonato al dio Efesto, zoppo pure lui, fino alla trovata davvero geniale della vecchia nutrice che riconosce “Ulisse” dalla profonda cicatrice al ginocchio causata da un cinghiale (cosa mai accennata né nell’Iliade né nel resto dell’Odissea, in cui le gambe del corridore Ulisse sono assolutamente perfette). Il riconoscimento avviene proprio mentre gli lava i piedi, quindi ciò può significare che il problema era nel piede, e non nel ginocchio!
Quanto ad Ulisse, probabilmente doveva essere morto da tempo, ucciso in battaglia o annegato sulla via del ritorno. Infatti, in tutta l’Odissea, l’idea che l’eroe sia ormai defunto viene ripetuta più volte in modo deciso, mentre l’ipotesi che possa essere ancora vivo viene posta in modo dubitativo.
Che dire poi del fatto che Ulisse ad un certo punto discende nel mondo dei morti? O che nell’episodio di Polifemo dichiara di chiamarsi Nessuno, per cui il ciclope ripeterà che Nessuno lo acceca, Nessuno lo uccide? Altri messaggi con cui Omero ci suggerisce la soluzione.
Nelle prime pagine dell’Odissea, Telemaco viene esortato a pensare egli stesso a come cacciare i Proci, per cui parte a cercare notizie del padre proprio dai suoi migliori alleati. E non appare molto sospetta la straordinaria coincidenza, per cui Ulisse torna ad Itaca dopo vent’anni, e quasi contemporaneamente suo figlio sbarca sulla stessa spiaggia, situata dalla parte opposta rispetto al porto principale? Filottete-Ulisse giunge nottetempo, assieme alla sua ricompensa in oggetti preziosi (fatta passare come dono dei Feaci ad Ulisse). Non viene riconosciuto da nessuno, tranne che dal cane (che non può testimoniare, anche perché muore subito), dalla vecchia nutrice, e in seguito dal padre Laerte, tutti destinati a morire da lì a poco senza potere smentire la loro testimonianza. Così verranno eliminati pure gli avversari di Telemaco, i Proci e una dozzina di ancelle loro compagne.
I servi fedeli, come il porcaro Eumeo e il mandriano Filezio, si preoccupano di comunicarci che riceveranno in premio una bella moglie, una casa e un podere (oggi lo chiameremmo “conflitto di interessi”!). Mentre un altro amico di Telemaco, l’araldo Medonte, guarda caso porta lo stesso nome del “vice” di Filottete.
Non c’è niente di “superfluo” in Omero: ogni episodio, anche quello che sembra “appiccicato” in qualche modo, ritrova la sua coerenza e la sua naturale collocazione logica alla luce di questa spiegazione. Ecco dunque la sorprendente verità sui poemi e sul loro protagonista principale Ulisse: non era lui, non era lì, e non era neanche quella volta! Solo così la secolare, anzi, millenaria questione omerica si risolve. “Quandoque bonus dormitat Homerus”, ogni tanto dorme anche il buon Omero, proclamava Orazio. Niente affatto, Omero era un genio, e ora i suoi messaggi diventano improvvisamente chiarissimi: era lui l’astuto acheo, amante degli enigmi, abile negli inganni e nei giochi di parole, che è riuscito a prenderci in giro per tutto questo tempo! Altro che dormire! 
Povero poeta, sempre calunniato da chi non l’ha capito!

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tratto da: tanogaboblog.it

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