Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il caso cieco inventa l’occhio

George Wald

«Che sul fondo di ciascun nostro occhio vi siano oltre 100 milioni di antennule riceventi, lascia tutti noi sorpresi e sgomenti, È un prodigio della Natura che supera ogni più ardita fantasia».
prof. George Wald, Premio Nobel

«Tutte le meraviglie della Natura si possono spiegare benissimo, senza dover per questo ricorrere all’intervento soprannaturale di un qualche “dio creatore”, come vorrebbe la religione».

È quanto afferma l’Istituto per il materialismo di Mosca, nel diffusissimo libro Osnovnyje voprosy nauenogo ateizma (Questioni fondamentali di ateismo scientifico).
«Una spiegazione generale di tutto il mondo dei viventi si può dare con l’interpretazione meccani­cistica dei fenomeni biologici. Se si considera, ad esempio, la struttura dei pesci, bene adatta per la vita delle acque, o quella degli uccelli esattamente conforme alla vita nell’aria e alla navigazione aerea, non si può non rimanere ammirati. La spiega­zione più semplice sembra quella di ricorrere alla creazione da parte di una intelligenza superiore, extranaturale, ossia a quella di una divinità. Ma questa è una spiegazione sbagliata. La Scienza ha dimostrato che i pesci, gli uccelli e tutti gli altri viventi si sono formati da soli, sviluppandosi per un processo naturale di necessità interna. È la vita che ha creato la vita e non già qualche cosa o qualcuno che sia estraneo alla vita stessa.
Questa è la sola spiegazione veramente scientifi­ca, su base meccanicistica, di tutto quanto esiste in Natura, noi uomini compresi. L’intelligenza umana è anch’essa derivata dalla necessità interna, si è sviluppata gradatamente insieme con tutti gli altri organi del corpo umano. In altri termini, qualsiasi fenomeno vitale deriva da altri fenomeni naturali, osservabili e misurabili, eventualmente suscettibili di essere sottoposti all’esperimento, e riprodotti in laboratorio. È così che si raggiunge il sapere scientifico. Ma questo non significa che sia oggi possibile dare una spiegazione completa di ogni fenomeno. Molti fatti naturali sono ancora immersi nell’ignoto. Noi abbiamo però ferma fidu­cia che il progresso della Scienza riuscirà a mette­re in chiaro ogni aspetto della Natura.
Tutte le nuove conquiste della Scienza hanno dimostrato vieppiù la fatuità delle prove dell’esi­stenza di un “dio creatore”. Un solo esempio può essere sufficiente. Nei secoli scorsi, i metafisici to­rnisti ingannarono il popolo sostenendo che tutto in Natura è talmente perfetto, da non poter essere spiegato se non con la Creazione. Sostenevano, ad esempio, che l’occhio è una meraviglia tale, da richiedere necessariamente l’intervento del loro “dio”. Ed invece il progresso tecnico-scientifico ci ha dato l’apparecchio fotografico; del tutto simile all’occhio, con la lente convergente, la camera oscu­ra e la pellicola fotosensibile sul fondo. Con questa conquista del progresso è stato possibile spiegare come l’occhio veda in base alle sole leggi della chi­mica e della fisica, e smentire i metafisici».

Decisamente troppo complesso
Dal fondo di ciascun nostro occhio escono 60 milioni di fili conduttori…
Chiunque accoglierebbe con una risata una si­mile affermazione se non provenisse dal prof. John Wilson della Harvard University, oftalmologo di fama mondiale, notissimo proprio per questa scoperta, ed altre nell’ambito dell’organo della vi­sta dell’uomo e degli animali.
Ecco quanto egli ci dice nel suo libro Eye and Vision (Occhio e visione):
«I fili conduttori che escono da una centrale te­lefonica, riuniti in cavi, possono essere alcune de­cine di migliala. Sono poco o nulla di fronte a quelli che escono da ciascun nostro occhio. Per averne un’idea, bisognerebbe immaginare di riuni­re tutte insieme le centrali telefoniche esistenti nel mondo intero».
Sembra assolutamente assurdo; la prima impressione è che si tratti di qualche cosa di pazzesco. Sappiamo tutti che dall’occhio esce un solo nervo ottico, diretto al cervello.
Per di più, quel nervo ha lo spessore medio di due millimetri e mezzo. Come credere che possa contenere più fili conduttori di quanti ne escono da una centrale telefonica? Ed a quale scopo, poi?
«Benché siano sessanta milioni, ciascuno di quei fili è accuratamente ricoperto con due strati di isolante, proprio come i fili conduttori delle linee telefoniche e quelli della rete-luce».
Sessanta milioni di fili e per di più ricoperti con due strati di isolante? Eh no, egregio professore. Deve trattarsi di un errore.
«Se non fossero isolati, bene isolati l’uno dall’al­tro, quei sessanta milioni di fili non servirebbero a nulla, proprio a nulla».
Ed a che cosa potrebbero mai servire? Sembra impossibile che esistano e sembra impossibile che possano servire a qualche cosa.
«Il nervo ottico, tagliato in sezione, come se fosse uno spago, e visto al supermiscroscopio elettronico appare vasto quanto una grande piazza. Si vede bene che quella piazza è pavimentata con delle “monetine”. Ciascuna di esse è uno dei fili in sezione».
Già, ma come ha fatto a contare quei 60 milioni di “monetine”, una per una?
«Supponiamo di trovarci in una piazza pavi­mentata a mattonelle, e supponiamo anche che ci siano note le dimensioni di quella piazza. E suffi­ciente sapere quante mattonelle si trovano in ogni metro quadrato. Il resto risulta da un semplice calcolo».
Comunque sia, a prima vista sembra ben evidente e fuori discussione che il nervo ottico possa contenere 60 milioni di fili conduttori, e per di più isolati. Un cavo con tutti quei fili non è neppure pensabile. Sessanta fili sarebbero bene ade­guati allo spessore di 2 millimetri e mezzo; seicen­to sarebbero decisamente troppi.
Non c’è dubbio, alla nostra tecnica sarebbe del tutto impossibile fabbricare in serie cavi di quel genere. Alla Natura, invece, è senz’altro possibile. Appronta dei fili estremamente sottili, del tutto in­visibili ad occhio nudo, li ricopre di isolante e li tende lungo il nervo ottico. E uno dei tanti suoi prodigi.

Come una telecamera
«Lo scopo di quei 60 milioni di fili conduttori è di far giungere al cervello l’immagine di tutto ciò che vediamo. Sul fondo dei nostri occhi c’è uno schermo-francobollo, la retina. Le immagini che continuamente si formano su quello schermo, ven­gono trasmesse al cervello».
Questa volta può sembrare che l’errore sia bene evidente. La luce non può correre lungo fili con­duttori. Può venir riflessa da uno specchio, non venir trasmessa con dei fili. L’immagine, che si forma sulla retina, rimane dov’è. Non può assolu­tamente giungere al cervello. Che cosa ne dice il prof. Wilson?
«L’occhio è simile ad un’antenna TV. Se si ta­glia il cavo coassiale che scende al televisore, sul video non si vede più nulla. Così, se si taglia il nervo ottico di un occhio, quell’occhio diviene completamente cieco».
La TV? Nel cavo coassiale c’è un solo filo, uno solo, mentre nel nervo ottico ve ne sarebbero ses­santa milioni. Come si spiega?
«La telecamera nello studio TV provvede a convertire l’immagine luminosa, da trasmettere, in una immagine elettrica. Questo è il primo passo. Gli obiettivi della telecamera mettono a fuoco l’immagine luminosa sullo schermo fotoelettrico dell’orthicon. È quello schermo che provvede alla conversione dell’immagine, da luminosa in elettrica. La retina dei nostri occhi fa la stessa identica cosa».
Ma come si fa a convertire un’immagine luminosa in un’altra elettrica? E come può farlo la retina dei nostri occhi?
«La conversione dell’immagine da luminosa in elettrica avviene con tutta semplicità. Lo schermo fotoelettrico dell’orthicon consiste di 400.000 puntini dì una apposita sostanza. Non appena uno di quei puntini viene illuminato, esso si carica elettri­camente. È la luce stessa a suscitare la carica elettrica. In tal modo, l’immagine luminosa ne determina un’altra, formata dalla carica elettrica di ciascuno di quei 400 mila puntini».
Come può la TV trasmettere quei 400 mila puntini dell’immagine elettrica? C’è una sola onda TV, una sola antenna, un solo filo…
«Un sottilissimo pennello di raggi elettronici è in rapida corsa nell’interno dell’orthìcon. Passa da un puntino all’altro e ne preleva la carica elettrica; in tal modo risulta modulato. In appena un venticinquesimo di secondo passa sopra tutti i 400.000 puntini, uno per volta. Esplora tutta l’immagine 25 volte durante ciascun secondo.
La ricezione avviene nello stesso modo. Dietro lo schermo di ciascun televisore vi sono quegli stessi 400.000 puntini fotoelettrici, e vi è quello stesso pennello di raggi elettronici in corsa. Il pen­nello raggiunge un puntino per volta e lo illumina più o meno, a seconda della modulazione. Sul vi­deo si forma in tal modo la stessa immagine vista dalla telecamera».
È uno stupendo prodigio della nostra tecnica, una splendida tappa nel progresso dell’elettronica…
«Tutto questo è quasi nulla di fronte al nostro organo della vista. Se la retina dei nostri occhi fos­se formata da 400.000 puntini, la nostra visione sarebbe alquanto grossolana. Ci sarebbe impossi­bile leggere e scrivere. Ci si troverebbe ancora al­l’età della pietra. Fortunatamente, la retina consi­ste di ben 100.000.000 di “puntini” per il bianco e nero e di altri 13.000.000 di “puntini” per i co­lori. È per la presenza di quei 113.000.000 di fo­torecettori che ci è possibile vedere nitidamente. Ed è per questa ragione che ci è stato possibile sviluppare l’intelligenza di cui noi siamo dotati».
Indubbiamente, questo trasparente prodigio della Natura offre molti spunti alla riflessione.
«Mentre la TV ci invia un puntino per volta, i nostri occhi inviano al cervello 60.000.000 di “puntini” contemporaneamente, tutti insieme. Tutti i fotorecettori della zona centrale sono colle­gati direttamente, uno per uno, con il cervello. Ciascuno ha la sua linea diretta. Quelli della zona periferica sono invece raggruppati in duplex o in triplex. È in tal modo che riescono sufficienti 60.000.000 di fili conduttori, in ciascun nervo otti­co. È il risultato di una tecnica vertiginosa, im­mensamente superiore alla nostra».

Milioni di antennine per un occhio

Rappresentazione schematica di fotorecettori

«Ogni fotorecettore della retina dell’occhio è una meravigliosa “antennula”. Essa sporge da una cellula vivente specializzata, detta visiva. È un po’ simile all’antenna a stilo degli apparecchi radio. Complessivamente vi sono 125 milioni di cellule visive, nella retina, ciascuna con la propria “antennina”.
È il successore del prof. Wilson che ci da que­ste informazioni.
Si tratta di Richard Young, un giovane scienzia­to, professore di anatomia microscopica a Los Angeles. Si accorse presto che per poter far progredi­re le acquisizioni scientifiche sulla retina, gli usuali apparecchi di indagine non erano sufficienti. C’era una tecnica nuova, prestigiosa, ma presentava no­tevoli difficoltà. Per riuscire ad impadronirsi di quella tecnica, l’autoradiografia al microscopio elettronico, Young trascorse un anno presso il Centro di Ricerche Nucleari, a Saclay, in Francia.
Con quella nuova tecnica d’indagine riuscì a scoprire come riescano le “antennine” della retina a captare i raggi di luce e a convenirli in impulsi elettrici, da inviare al cervello. Ha riassunto i risultati delle sue ricerche in una monografia.
«Le “antennine” della retina sono qualche cosa di stupefacente. Non sono inerti, funzionano; e non sono affatto semplici, come potrebbe sembra­re, date le loro minime dimensioni; sono, invece, alquanto complesse. Ciascuna di esse consiste in un contenitore trasparente, simile ad un tubicino verticale, nel cui interno sono sistemati, uno sopra l’altro, centinaia di dischetti fotorecettori. Quei dischetti contengono quel pigmento fotosensibile che è la rodopsina.
Il fatto sorprendente è che ciascuno di quei di­schetti fotorecettori funziona come se fosse una pila elettrica, una pila a luce. La luce in arrivo de­termina una reazione chimica nella rodopsina contenuta in ciascun dischetto. La reazione genera una tensione elettrica. I dischetti sono collegati come pile in serie, per cui la tensione dei vari di­schetti si somma. Ne risulta una tensione elettrica complessiva, esattamente proporzionata all’intensi­tà luminosa del raggio incidente.
Quei dischetti fotorecettori hanno lo stesso in­conveniente delle nostre pile: si scaricano. Però la cellula visiva provvede continuamente ad appron­tare nuovi dischetti, e questo durante tutto il corso della nostra vita. Non c’è altra soluzione: oc­corre far giungere all’antennula sempre nuovi di­schetti, ed occorre anche far uscire quelli scarichi.
Mi è stato possibile vedere con l’autoradiografia al microscopio elettronico, come la cellula visiva provvede a sostituire i dischetti fotorecettori della sua “antennula”. Sono tutti disposti a pila, uno sull’altro. Il nuovo dischetto, appena ultimato, vie­ne infilato alla base della pila. In tal modo tutta la pila di dischetti si sposta verso l’alto. Questo de­termina l’espulsione dalla pila del dischetto più al­to, ormai scarico.
Nel mio laboratorio abbiamo studiato per parecchi anni gli impulsi elettrici forniti dalle “antennule” fotorecettrici. Essi non giungono affatto al nervo ottico. Per prima cosa vengono enormemente amplificati, poi vengono inviati ad un’altra cellula, sottostante a quella visiva. È questa seconda cellula che utilizza l’impulso elettrico, per formarne un altro, completamente diverso.
È necessario sia così. Infatti, qualora l’impulso elettrico proveniente dall”‘antennula” venisse inol­trato lungo la propria linea, nel nervo ottico, si perderebbe per strada se molto debole, oppure rovinerebbe il filo conduttore, se troppo forte. Dopo qualche mese di vita, si sarebbe tutti ciechi. Occorre tener conto che l’intensità luminosa può variare circa da 1 a un milione.
Il segnale trasmesso lungo il nervo ottico non varia di ampiezza; rimane costante. È modulato in frequenza, in base ad un certo codice. Con viva sorpresa ci siamo accorti che la tecnica dell’occhio è simile a quella con cui le fotografie di Marte so­no state trasmesse dalle sonde spaziali.
Abbiamo scoperto che l’occhio è uno strumento meravigliosamente e impensabilmente complesso e versatile, capace di vedere tutti i colori anche in immagini che, secondo le teorie classiche, dovreb­bero essere monocromatiche. Ora sappiamo che la bellezza del mondo esterno è eguagliata dalla bellezza tecnica del meccanismo, mediante il quale l’occhio vede i colori».

Impulsi in codice
Ma la retina è molto più complessa. Dobbiamo ascoltare ancora quanto ci dice il prof. Young.
«Ciascun filo del nervo ottico non è per nulla collegato con la cellula visiva corrispondente, come potrebbe sembrare. Termina, invece, con una propria cellula vivente. È detta gangliare. Si potrebbe pensare che sia tale cellula gangliare ad essere in comunicazione con quella visiva, ma non è neppure così. Sotto la visiva, in comunicazione con essa, c’è la cellula bipolare. Ora, tra le due cellule soprastanti e la cellula gangliare sottostan­te, vi sono altre cellule, due tipi di cellule diverse: le amacrine e le orizzontali. Tutto questo perché l’impulso proveniente dalle “antennule” deve venir prima amplificato e quindi messo in codice.
Nella retina vi sono quei cinque tipi di cellule diverse, disposte a strati, come i circuiti logici di un nostro elaboratore elettronico. Complessivamente nella retina umana vi sono, all’incirca, 500 milioni di cellule viventi, tutte adibite all’informazione corrispondente all’immagine luminosa».
Ma come viene alimentato tutto quel mezzo miliardo di cellule retimene? Ciascuna vive per pro­prio conto; ciascuna deve ricevere i rifornimenti necessari, e deve provvedere ad eliminare i rifiuti. Deve ricevere le molecole di glucosio apportatrici di energia, e deve anche ricevere l’ossigeno per poter utilizzare quell’energia.
È questa la ragione di un altro fatto sorpren­dente. Al centro del nervo ottico vi sono i dotti sanguigni, quelli adibiti a far pervenire al mezzo miliardo di cellule retiniche le sostanze necessarie per le varie lavorazioni, più il glucosio e l’ossige­no, nonché a prelevare i prodotti di rifiuto. Intor­no a quei dotti si estendono tutti i 60.000.000 di fili conduttori. Il cavo è, infine, ricoperto con un’estensione della coroide. Con tutto ciò, il suo spessore è, come sappiamo, di appena 2,5 millime­tri, in media. Entra nell’occhio attraversando un forellino, corrispondente alla macula lutea. Quel forellino si trova un po’ sotto il centro dell’occhio, sotto il punto più sensibile: la fovea.
Tutta quella miriade di filamenti si distende or­dinatamente, in modo da distribuirsi su tutta la retina, mentre le arteriole e le venule si irradiano, in modo da rifornire il mezzo miliardo di cellule affinchè possano funzionare.
È un immenso sistema biologico, tanto più mi­rabile in quanto ha le dimensioni di un bottone.

Durante tutto un secolo dalla metà di quello scorso alla metà dell’attuale, si pensò che l’uomo potesse essere derivato in qualche modo dalle scimmie. Ma da quando si è scoperto che ogni essere vivente, nell’ambito della propria specie, possiede la propria programmazione re­gistrata su nastri DNA e persino le proprie proteine in­confondibili, quell’ipotesi è divenuta puerile e sciocca. Il numero di anni che costituisce la vita media di un uomo è quello necessario ad un essere intelligente. Se l’uomo fosse decrepito a 27 anni, come lo è lo scimpanzè, le generazioni si sarebbero succedute molto più rapidamente, ma l’Umanità sarebbe oggi ancora all’età della pietra (cap. VII pag. 165).

Epigenesi programmata
Ed ora ritorniamo al problema iniziale, quello dell’evoluzione dei viventi.
Tralasciamo, per un momento, l’intero corso dell’evoluzione del senso della vista. Chiediamoci come si siano formati i nostri occhi, quelli con cui vediamo.
Come hanno fatto, quei 500 milioni di cellule visive, ad autocostruirsi e poi a disporsi ordinata­mente sul fondo di ciascun nostro occhio?
La Scienza ci dice che ciascuna di quelle cellule è favolosamente complessa, tanto da degradare al livello di un giocattolo infantile qualsiasi nostro cervello elettronico.
Sappiamo che una per una sono tutte provviste di un centro direzionale, con i nastri DNA, e che in tutte sono all’opera molte migliaia di RNA. Sappiamo anche che in ognuna vi sono numerose , “centrali energetiche”, i mitocondri, funzionanti allo scopo di fornirle l’energia, affinchè possa svolgere la propria attività.
Come hanno fatto tutte quelle cellule a formarsi da sole? Come potevano sapere, alcune di esse, che avrebbero dovuto captare onde luminose con la propria “antennula”? È come potevano sapere, altre cellule, che dovevano attrezzarsi per funzio­nare da amplificatrici, ed altre da edificatrici, in modo che a3 ogni raggio potesse corrispondere una informazione in codice, da trasmettere al cervello?
Oggi riusciamo ad intuire che tutto quel fantastico sistema ultra-elettronico, è stato progettato in anticipo, e che il progetto, è stato, quindi, pro­grammato e registrato sui nastri DNA, contenuti nel centro direzionale di ciascun suo elemento.
Possiamo anche intuire che riesce ad autocostruirsi in base alle informazioni ed ai “piani costruttivi” contenuti in una parte dei geni, che formano la registrazione dei nastri DNA.
Come si attui quel programma, come si autocostruisca ogni parte dell’immenso sistema, non lo possiamo ancora sapere. È da appena due decenni che è emersa alla conoscenza umana l’esistenza della programmazione registrata sui nastri DNA. Abbiamo appena incominciato a riconoscere la prodigiosa complessità di quella programmazione e l’insondabile profondità della sua esplicazione nell’epigenesi dell’occhio.
Che cosa è un apparecchio fotografico di fronte a questo ciclopico sistema ultra-elettronico, con 500 milioni di cellule viventi, favolosamente com­plesse, unite al cervello con 60 milioni di fili con­duttori?
L’apparecchio fotografico sarebbe ben poca co­sa anche se riuscisse ad autocostruirsi, in base ad informazioni ed a disegni costruttivi registrati su microscopici registratori magnetici, contenuti nel suo interno, nel suo “seme”.
Ma possiamo noi approntare “semi” di apparecchi fotografici?

Progettare la visione
«Qual è l’origine dell’occhio?», si chiede lo scienziato sovietico S. I. Vavilov, nel suo libro L’occhio e il sole. «Come può essersi formato quest’organo vivente che esegue in modo perfetto il suo compito? Come riesce a superare tante difficoltà ottiche, molto meglio dei nostri ottici più esperti, con tutto il loro bagaglio di cognizioni tec­niche e di mezzi scientifici?».
Per Vavilov, materialista marxista, la risposta non può essere che una sola: «Tutto è spiegato dalla teoria di Darwin sull’evoluzione in biologia».
Che cosa spiega quella teoria, vecchia di oltre un secolo? Lo si può riassumere nei sei punti se­guenti:

1) Niente è il risultato di un progetto, e quindi neppure l’occhio.

2) Tutti i primissimi animali erano completa­mente ciechi. L’organo della vista non si era anco­ra formato. Si formò durante un periodo di tempo straordinariamente lungo.

3) La formazione dell’occhio è la conseguenza di una serie di “incidenti” evolutivi.

4) Una zona sensibile alla luce deve essersi for­mata, per caso, su un tratto di pelle di un qualche animale. Fu questo il primo inizio,

5) Quell’animale venne favorito dalla selezione naturale, riuscendo vittorioso nelle competizioni per la sopravvivenza. Trasmise quella preziosa do­te ai suoi discendenti.

6) II caso e la selezione naturale utilizzarono quella sensibilità alla luce per approntare punti vi­sivi e poi, con il tempo, gli occhi degli animali.

La puerilità di quelle sei affermazioni può venir dimostrata facilmente, in base a fenomeni naturali bene accertati:

1) Nessuno può vivere sulla Terra se non pos­siede la propria programmazione registrata sui na­stri DNA. Non c’è programmazione se non c’è progetto, organizzazione.

2) Persino le microscopiche alghe possiedono un apparato sensibile alla luce, diversamente usci­rebbero dallo strato illuminato delle acque, e non potrebbero venire rifornite di energia dalla luce solare. Tutti indistintamente gli animali erano provvisti di occhi sin dall’inizio, per raggiungere il cibo ed alimentarsi. Non si può affermare che sa­rebbe stato sufficiente un altro organo dei sensi, ad es., l’olfatto, in quanto tutti i sensi sono orga­nizzati nello stesso modo, ed appartengono ad un unico sistema biologico.

3) Un “incidente evolutivo”, ossia una mutazio­ne, non sarebbe stato sufficiente. Sarebbe stato ne­cessario un supplemento di programmazione regi­strata sui nastri DNA dell’animale. Le mutazioni sono quasi tutte dannose; una cellula alterata da radiazioni si converte in cancerogena. Non si ottiene un supplemento di programma­zione danneggiando quella esistente.

4) Sulla pelle di un animale non si forma una zona sensibile alla luce, come se fosse una scotta­tura. Essa richiederebbe la presenza di un gran numero di cellule visive, un milione almeno, cia­scuna collegata con linea diretta ad un’altra pre­sente nel sistema nervoso centrale, ossia un neuro­ne. Ogni cellula vivente, visiva o nervosa, è un prodigio di organizzazione; è ultraminiaturizzata, del tutto automatizzata, cibernetica e capace di autocostruirsi. Per di più, essendo vivente e funzio­nante, viene alimentata. Oltre a quel milione di cellule, sarebbe stata necessaria una adeguata rete di arterie e di vene,

5) La selezione naturale — ossia la lotta di clas­se e la sopravvivenza del più forte, contro le ostili­tà dell’ambiente — non sarebbe ,stata in nessun modo utile per la formazione dell’enorme sistema biologico necessario per ottenere quella iniziale sensibilità alla luce. Inoltre, l’animale non avrebbe, in nessun modo, potuto trasmettere alla propria prole quel carattere acquisito. Tale ereditarietà, ca­ra a Lamarck, è risultata impossibile in base a una lunga e accurata sperimentazione sulle piante, su molte specie di animali e sull’uomo stesso. La pro­grammazione DNA è molto stabile rispetto ai fat­tori esterni. Ciascuna specie o razza la custodisce inalterata. Da oltre 3000 anni gli ebrei si circonci­dono, ma nascono ancora oggi con il pene provvi­sto di prepuzio. Non si può immaginare un esperi­mento su scala più vasta.

6) II caso, la selezione naturale e le mutazioni non potevano in nessun modo aggiungere nuovi geni alla programmazione DNA, in modo da con­sentire il progetto di un gran numero di sistemi vi­sivi, adatti per le varie specie e per la razza umana. Non si trattava soltanto di progettare quei si­stemi, ma anche di provvedere alla loro auto-costruzione.

La teoria di Darwin poteva risultare degna di considerazione ai suoi tempi, quando la Biologia era ancora bambina e nulla poteva far immaginare gl’immensi prodigi della Natura, che sarebbero stati scoperti in seguito.
Alla Biologia bambina piacevano le favole. I bambini si entusiasmano alle disinvolture fumettistiche. «Paperino prese l’elicottero e andò al Polo Nord, per farsi insegnare i giochi della neve dall’orso bianco».
Oggi la Biologia è adulta; è divenuta addirittura la regina delle Scienze, dopo la scoperta del DNA; ha dimenticato le favole della sua infanzia.

Innumerevoli soluzioni
«Nella infinita varietà di esseri viventi intorno a noi», continua Vavilov, «possiamo trovare ogni possibile soluzione del problema della vista. Ciascun animale ha gli occhi che meglio corrispondo­no alle sue necessità. In tutto questo c’è qualche cosa di razionale, di “intelligente” dal nostro pun­to di vista».

Il lombrico non ha occhi, ma vede. L’intera pelle che ricopre il suo corpo è disseminata di cellule visive, ciascuna delle quali è collegata direttamente con il sistema nervoso. Milioni di cellule viventi, milioni di fili conduttori isolati, milioni di altre cellule nervose incaricate alla percezione, per con­sentire ad un verme di muoversi nel terreno umido.
Un essere unicellulare, visibile al microscopio, vive nelle acque illuminate dalla luce solare. Non deve uscire dallo strato illuminato, non potrebbe più alimentarsi. Ma come dare, il senso della lumi­nosità a quell’unicellulare? Con un punto fotosen­sibile posto in cima a un filamento, simile ad una coda. Quel punto è collegato per filo con il siste­ma direttivo. È così che l’Euglena riesce ad orien-tarsi.
E come dare il senso della luce ad un mollusco? La conchiglia del Pecten possiede, lungo il margi­ne carnoso, una fila di sedici “perline”. Sono sedi­ci lenti, ciascuna con la propria retina e con il proprio nervo ottico. Sedici nervi ottici portano messaggi al sistema nervoso. Tutti gli altri mollu­schi percepiscono, in un modo o nell’altro, la luce.
Gli insetti sono provvisti di veri occhi, molto grandi, con i fotorecettori distribuiti a mosaico, un po’ come i favi di un alveare. Chi di noi non è rimasto meravigliato vedendo, per la prima volta, la fotografia degli occhi di una mosca, molto in­granditi?
Tra le innumerevoli varietà di occhi c’è anche una che “copia” alla perfezione la telecamera TV. Dagli occhi dell’artropodo Copilia esce un solo filo conduttore. È un nervo ottico semplicissimo. Ep­pure, quell’animaletto riesce a vedere le immagini complete. Riesce a fare a meno di un centinaio di migliaia di fili conduttori. Nell’interno di ciascuno dei suoi globi oculari c’è una fibrilla muscolare. Essa sostiene il fotorecettore davanti ad una gros­sa lente. La fibrilla fa proprio quanto fa il pennel­lo di raggi elettronici nell’orthicon della telecame­ra, e nel cinescopio del televisore: vibra rapidissi­mamente, “esplorando” tutta la superficie interna della lente, dall’alto al basso, da sinistra a destra. Venti volte al secondo “esplora” l’intera superficie della lente, e in tal modo tutta l’immagine.
Lo scorpione ha occhi che assomigliano ai primissimi microscopi, quelli usati da van Leeuwen-hoek. Una lente fa giungere i raggi luminosi sopra una cavità concava cosparsa di cellule visive.
I pesci abissali non hanno soltanto occhi, ma anche fanali per illuminare la scena da vedere. Se incontrano un nemico più forte, anch’esso con occhi e fanali, chiudono i propri, per immergersi nelle tenebre. Con i soli occhi sarebbero ciechi. Come spiegare con il caso e la selezione naturale tutte queste “intelligenti” soluzioni del problema della vista?
Gli animali, per poter combattere contro i nemici, vincere, perpetuarsi nei secoli e nei millenni, adeguandosi alle mutazioni dell’ambiente, doveva­no anzitutto esistere. Oggi alla base della Biologia contemporanea c’è la programmazione predisposta in anticipo e registrata sui nastri DNA, una pro­grammazione diversa per ciascuna delle specie esi­stenti, escogitata in modo da poter subire tutte le varianti necessarie durante il lungo viaggio attra­verso il tempo. Ma questo Darwin, Huxley e Haeckel non avrebbero potuto neppure irnmaginarlo. Nella sua autobiografia Darwin scrisse: «L’occhio mi spaventa».

Due occhi per un robot
Vediamo la Luna dov’è, alta nel cielo, e non già dentro di noi, come invece dovrebbe logicamente avvenire, e ciò per un atto puramente psichico, il quale non ha nulla in comune con ciò che è fisico e biologico, e del quale non sappiamo niente di niente. E il fenomeno della localizzazione spaziale delle immagini. Si tratta di un problema completa­mente insoluto, che ha travagliato la mente degli antichi filosofi greci, e che gli scienziati d’oggi hanno accantonato, considerata la totale impossi­bilità di affrontarlo. Probabilmente non sarà risol­to mai.
Due telecamere ultra-miniaturizzate potrebbero costituire gli occhi di un robot. Si muoverebbe come se vedesse, senza però veder nulla. Resterebbe cieco, un’apparecchiatura meccanico-elettronica. A farlo muovere sarebbe la programmazione da noi immessa nei suoi due “cervelli” elettronici, colle­gati alle due telecamere.
Se la nostra natura umana fosse soltanto fisico­chimica, come vogliono i materialisti, noi ci si do­vrebbe trovare in una situazione analoga a quella del robot. Quella luce che vediamo, e quei suoni che sentiamo, non dovrebbero esistere. Non pos­siamo dare una funzione psichica al robot, dato che noi stessi non sappiamo che cosa sia.
Fortunatamente c’è “qualche cosa” dentro di noi che ci consente di vivere da persone intelligen­ti, in un mondo in cui gli stimoli esterni si convertono prodigiosamente in sensazioni, e che perciò ci appare in modo completamente diverso da quello che è. Non solo pieno di luci e di colori, ma anche tridimensionale, mentre l’immagine reti-nica è curva ed a due dimensioni.
Come far coincidere tutto ciò con il cieco lavorìo del caso e con l’altrettanto deca selezione natu­rale?
Centoventicinque milioni di antennine nella retina di ciascun nostro occhio, cinquecento milioni di cellule viventi, sessanta milioni di fili conduttori nel nervo ottico, impulsi in codice e poi l’inconoscibile mondo della psiche…

Eppure il prof. Jacques Monod è costretto ad affermare: «Da un gioco completamente cieco del caso tutto può derivare, compresa la vista». Il corsivo è suo.
Affermazioni di questo genere si possono fare tanto facilmente, quanto poi è difficile dimostrar­le. Può, il prof. Monod, chiarire come il caso completamente cieco abbia provveduto all’immen­sa organizzazione che vediamo in atto nel nostro senso della vista?
Assolutamente non lo può. Egli afferma che si tratta di un enigma.
La stessa potenza della Scienza dovrebbe costituire un monito a non servirsene per sostenere il fanatismo delle masse proletarizzate. Per quelle masse, il materialismo marxista è la Scienza, e non vi è altra Scienza al di fuori di essa. Ed è invece la negazione della Scienza.

Ma come si spiega che moltitudini così enormi possano venir tenute in letargo con baggianate così puerili? È un fenomeno di proporzioni ciclopiche. E’ possibile che partecipino ad un macabro “festino”, simile a quello a cui parteciparono i Babilonesi, prima del loro totale sterminio, due millenni e mezzo addietro?

Con veleno preparerò loro una bevanda, li inebrierò perché si stordiscano e si addormentino in un sonno perenne, per non svegliarsi mai più.
Parola del Signore.
(Geremia 51, 39).

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Il soprastante scritto è un capitolo del saggio “La creazione non è una favola“ di Domenico Ravalico
Capitoli:
  1. La Creazione non è una favola (prefazione)
  2. Una inaspettata sfida all’intelligenza umana
  3. Nuovi prodigi della natura
  4. Tutti i viventi sono programmati in codice
  5. Dagli atomi al primo vivente
  6. Maschi e femmine li creò
  7. Il caso cieco inventa l’occhio
  8. Ci è giunto un messaggio
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