I miti mesopotamici e la teogonia di Esiodo

Appunti da una lezione del Prof. Aldo Bonetti, dell’Università Cattolica di Brescia

 

testo a cura di G. Lucini 

Ricostruzione della “Via della Processione” di Babilonia


L’Enuma Elish
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Questo mito era recitato durante una processione in Babilonia, all’inizio del nuovo anno, processione che andava fino al tempio di Marduk. Riprendeva infine quelle che erano le vicende che avevano portato all’ordinamento dell’universo e che permettevano di poter cominciare di nuovo la vita. La recita del mito era una specie di codice morale che veniva ricordata agli uomini di Babilonia, perché potessero compiere il loro dovere e poter terminare felicemente la loro esistenza.

Quali riflessioni possiamo fare?
Sia nell’Enuma Elish che nella Teogonia, abbiamo due tentativi di ordinare il mondo divino, partendo dalle forze primordiali, con qualche somiglianza fra le diverse divinità.  C’è per esempio una grande somiglianza fra Marduk e Zeus, anche se il modo in cui procedono è diverso.  C’è anche una differenza essenziale: il mondo è formato da Marduk alla fine del processo di contrasti divini, mentre invece per Esiodo si va formando fin dalle prime generazioni divine.

Esiodo, Teogonia, con scolii, in ms. Venezia, Biblioteca Marciana, Gr. 464, fol. 158V.

Abbiamo in comune anche questa traccia dell’oppressione degli Dei nel seno materno ad opera del loro genitore: i Titani sono repressi nel seno di Gaia, e così i nuovi dei dell’Enuma Elish nel seno di Tiamat.  Abbiano però una concezione molto diversa per quanto riguarda l’uomo, anche se nella Teogonia non si parla della creazione dell’uomo.  In ogni caso, Esiodo non parla di un uomo servo degli Dei, ma da essi autonomo, almeno in linea di principio.  L’uomo servitore degli Dei è un dato caratteristico del poema babilonese.

Non possiamo dire quindi che la genealogia degli Dei descritta nella Teogonia sia una creazione personale di Esiodo.  Egli può avere certamente ricevuto l’influsso di questa tradizione mitica, anche se non abbiamo documenti per testimoniarlo.  Però è plausibile che Esiodo abbia ricevuto informazione di questi miti, forse in forma indiretta, forse sotto forma di altri miti simili a questo.
Può darsi che Esiodo non faccia altro che riprendere certe forme comuni dei miti, alcune delle quali si trovano nell’Enuma Elish, col proposito di dare loro una loro sistematica esposizione.  Non dobbiamo infatti dimenticare che i miti sono fissati definitivamente con la scrittura in epoca abbastanza tarda e che quindi non era facile ad un greco leggere questi testi (scritti non in greco): era pertanto necessaria l’elaborazione di un testo che mettesse un po’ d’ordine in racconti che rischiavano di contraddirsi e confondere l’ascoltatore.
   

Teogonia Ittita dopo il canto di Kumarbi

La successione teogonica di Esiodo ha ancora un preciso parallelo in un testo ittita risalente al XIII secolo A.C. (il “mito di Kumarbi”), ma derivante da un più antico mito Hurrita.  Si tratta di quattro divinità, invece delle tre di Esiodo, che lottano per conseguire il potere: Alau, Anu, Kumarbi e il Dio delle Tempeste (Giove).

Alalu è vinto da Anu.  Ma Kumarbi, discendente di Alalu, lo vince, lo insegue e ne inghiotte la virilità.
Ma gli disse Anu:
“Nel tuo interno ti rallegri perché hai inghiottito la mia virilità.  Non rallegrarti nel tuo interno.  Nel tuo interno un peso ho messo: in primo luogo ti ho ingravidato col grave Dio delle Tempeste; in secondo ti ho ingravidato col fiume Tigri irresistibile e in terzo luogo ti ho ingravidato col grave Dio Tasmisu.  Tre Dei tremendi nel tuo interno…”

La somiglianza col testo Esioideo è vistosa, anche nei nomi (Anu = cielo – Urano).  Come Urano Anu viene evirato e dalla sua mutilazione nascono altre divinità.  Kumarbi, porta dentro di sé la sua prole, come Crono, con la differenza che non divora i figli dopo averli fatti, ma li genera vomitandoli.  Infine, il Dio delle Tempeste ha chiaramente i caratteri di Zeus.
D’altra parte, la grande letteratura trasfigura i soggetti che prende come tema.  Ma l’abilità di Esiodo sta piuttosto non in questo, ma nella capacità di inserire questo mito, che si esaurisce nel semplice racconto, in un processo teogonico e cosmogonico di carattere unitario, congiunto ad altri racconti in un continuum.  C’è un tentativo di sistematizzare e collegare fra di loro in complessi organici, elementi che nella mitologia orientale appaiono come episodi staccati e disorganizzati fra loro.

Un altro di questi miti ittiti ci viene raccontato da Eusebio di Cesarea, un Padre della Chiesa vissuto nel III – IV secolo (riportato nella sua opera “Preparatio evangelica”).  Eusebio attinge il suo racconto da un testo, oggi ormai perduto, di Filone di Biblos, autore del II secolo d.C.  Filone, racconta Eusebio, dice di narrare il contenuto della storia dei Fenici, scritto a sua volta da un autore che sarebbe vissuto prima della guerra di Troia.  Ovviamente questo racconto di terza mano, giunto fino a noi per mezzo di un autore lontano tredici secoli dalla sua fonte, ha sempre lasciato molto scettici gli studiosi.
Si riteneva impossibile che la narrazione di un autore vissuto prima dei fatti narrati da Omero potesse giungere fino a Eusebio, e si era propensi a credere che il racconto di Eusebio fosse una finzione letteraria, una sua invenzione.  Fatto sta che nel corso di scavi relativi alla città di Ugarit, furono scoperti documenti che confermano in gran parte il racconto di Eusebio tramandato da Filone, di modo che ciò che sembrava un’invenzione fantastica, viene considerata oggi una fonte attendibile per conoscere questo grande mito.

Gea (Gaia)

Filone racconta che la divinità fenicia di El, che corrisponde al Cronos greco, figlio di divinità che corrispondono a Gaia e Urano, avrebbe spodestato il padre.  Qui lo schema si stacca dal racconto analogo di Esiodo, nel senso che l’Urano fenicio avrebbe più volte tentato di riconquistare il potere, ma senza successo, fino a quando, dopo anni di guerra El avrebbe teso un’imboscata al padre e in quell’occasione lo avrebbe evirato, sconfiggendolo definitivamente.

Vi sono altre differenze col mito di Esiodo.
Innanzitutto non risulta che l’agguato fosse condotto d’accordo con la madre (come nel caso di Gaia e Cronos).  Inoltre dall’evirazione del padre non nascono altri dei come nel caso di Urano: semplicemente viene spiegato l’arrossamento annuale che avviene in un certo fiume della Siria.

Nello stesso mito fenicio, queste divinità sono interpretate da Filone come uomini che sono stati divinizzati per le loro imprese.  É questa una tendenza interpretativa del mito, che risale allo studioso greco Evemero, del III secolo a.C. (340-260 – evemerismo), con la differenza che costui applicava la tesi al solo mito greco, mentre Filone la applica anche al mito fenicio.  Su questo punto gli studiosi sono incerti se attribuire la tesi della divinizzazione di uomini a Filone, oppure se il mito stesso contenga questo elemento.  Certo è che nello stesso mito fenicio è contenuta la narrazione della fondazione del mondo, che non viene fatta risalire a questi Dei, e questo dato potrebbe suggerire che il resoconto di Filone sia quello originario, ossia il pensiero degli antichi fenici che celebravano il mito.
Il mito della cosmogonia, che noi conosciamo solo per il riassunto dello stesso Filone, narra infatti che dal caos originario (inteso come mescolanza di elementi, come un vento scuro che si diffonde senza limiti di spazio e tempo) sarebbe stata generata una mescolanza, un insieme di elementi chiamato Desiderio.  Da Desiderio proverrebbero tutte le cose, le acque, il cielo, il firmamento, la terra e quindi gli esseri umani.  
  

Di fatto dunque, questi racconti ci fanno capire che la “Teogonia” di Esiodo debba essere inserito in un più vasto contesto culturale.  Concludiamo ribadendo che questo non significa che noi abbiamo ricostruito le fonti della “Teogonia”, ma abbiamo ricostruito quella complessa e incerta tradizione mitica nell’ambito della quale, per canali che noi non possiamo verificare pienamente, si svolge il mito raccontato dal poeta greco.     

Fra gli antichi miti, soltanto quello biblico della creazione non fa risalire l’origine di Dio a qualcosa di primordiale (l’abisso o altro).  Dio, qui, non è creato da nessuno, nessuno lo genera ed Egli non è compreso da spazio o da tempo alcuno.  Piuttosto, egli crea e non solo ordina le grandi strutture del cosmo.  Il Dio biblico non ha bisogno di combattere contro altre forze: egli semplicemente vuole e ciò che egli vuole accade.  Nelle poche righe del Genesi che narrano la creazione del mondo, vi è dunque una sostanziale differenza del racconto, anche se molti elementi sono comuni con le altre mitologie.  Ovviamente però, sarà solo la tradizione interpretativa più matura, dopo l’incontro con la filosofia greca e con il pensiero cristiano, che farà emergere nella loro consistenza queste differenze.      

Talete di Milèto

Concludiamo con un accenno alle tradizioni egiziane, visto che la riprenderemo parlando di Talete di Mileto (filosofo-sapiente che studiò molto a fondo la cultura egizia).  Si tratta di un racconto che ricaviamo da poche righe di un testo, che risale a parecchio tempo prima di Talete, di datazione incerta, ma collocabile a circa 2.400 anni prima di Cristo, e da cui si può ricavare quella che poteva essere la cosmologia degli antichi egizi.  Questo testo a cui facciamo riferimento è una invocazione al Dio creatore, identificato col nome di Atun, che viene identificato col sole, e dice: “O Atun, tu eri sulla collina primordiale, la prima terra sorta dalle acque“.  Gli egiziani consideravano dunque l’acqua primordiale, a cui davano il nome di Nun, come la realtà da cui tutto procedeva. La terra, questo colle primordiale, emerge dall’acqua, e su questa prima collina che emerge, il Dio comincia a compiere la sua opera, che è rappresentato in maniera fantasiosa.  La prima divinità, il dio dell’aria, che proviene da uno sputo di Atun, e altri particolari.
Bisogna comunque chiarire, che la religione egiziana non ha mai avuto una struttura unitaria, ma è stata composta da una molteplicità di diverse tradizioni.  Ci sono ad esempio, oltre a questo testo, altre dottrine che sono state scritte, è vero, in un periodo molto più vicino a noi (700 a.C.), ma il cui contenuto risale a 2.000 anni prima, più o meno alla stessa epoca del testo precedente, ed è stato tramandato oralmente.  Qui si parla di un altro Dio creatore, Tah, che crea tutti gli dei e tutte le cose.  Quello che ci interessa, è che questo Dio forma il mondo in maniera assai diversa.  Prima pensa il mondo nel suo cuore e poi lo porta all’essere con la sua parola.  Il nome fa sussistere nella realtà: la parola crea il mondo.  Ne deduciamo che siamo in presenza di un pensiero molto più complesso, anche se poi questa divinità è concepita materialisticamente e antropomorficamente e quindi miticamente.
     

Io vorrei però chiudere il capitolo sul mito medio-orientale, proprio confrontandolo con la fede nell’immortalità dell’anima nel pensiero cristiano.
La fede cristiana non è una dottrina filosofica, ma è in collegamento con la filosofia greca.  Come è stato accolto l’insegnamento cristiano in un mondo ancora sotto l’influsso delle tradizioni religiose mitiche?
Non è subito chiaro dimostrare in che grado siano sopravvissute e fino a che era, neppure per approssimazione, queste culture. Tracce di esse sono riscontrabili nei testi degli storici medioevali, che narrano di riti magici e pratiche religiose ricollegabili agli antichi miti.  

Uno di questi storici ci racconta come poteva essere accolta la fede cristiana in Francia, e il problema dell’immortalità dell’anima. Racconta che un certo re Edvino, spinto a convertirsi al cristianesimo, volle prima discutere la sua convinzione con i suoi bardi. 

Uno dei signori presenti al consiglio, prese la parola e disse: quando io penso re, al corso di questa nostra vita terrena e vado paragonandola ai tempi di cui nulla sappiamo, mi viene in mente un’immagine.  In una sera d’inverno tu siedi e intorno ti stanno capitani.
Il fuoco è acceso, la stanza è calda.  Ed ecco che entra rapidissimo un passero smarrito e traversa la sala ed esce di nuovo nella notte. Mentre è nella stanza, non lo tocca il gelo invernale, ma già quell’attimo è trascorso, ed eccolo ancora travolto nelle tempeste.  Tale o sire mi sembra la vita.  Quello che fu, quello che sarà, noi lo ignoriamo.  … E siccome la fede ci reca una speranza, ebbene, ascoltiamola.

Sullo sfondo c’è quella sfiducia che l’uomo sembra avere nella sopravvivenza.  Però la novità per questi popoli era il messaggio dell’immortalità, o, se vogliamo dirla in termini filosofico-teologici, della salvezza. Di fronte alla consapevolezza del limite terrestre, la religione cristiana predicava la vita oltre la morte, elemento che il pensiero mitico non possedeva.  Questo è anche un elemento importante di differenziazione fra la teologia che si ispira al mito e la teologia che si ispira al pensiero cristiano, che è compatibile con il pensiero razionale.
Infatti, studiando filosofia, assistiamo alla comparsa della riflessione filosofica su Dio e la religione, e la riflessione sul significato dell’esperienza religiosa nella vita dell’uomo, che è riflessione del pensiero razionale.

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testo a cura di G. Lucini tratto da:  ningizhzidda.blogspot.it

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