Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Giasone, gli Argonauti ed il vello d’oro

Eolo — non il dio e padre dei venti, ma il progenitore della gente eolica, una delle grandi stirpi degli Elleni — aveva avuto dodici figli. Uno di questi Atamante, re dei Mini nella Beozia, aveva sposato Nefele, la dea della nube, dalla quale gli erano nati un figlio e una figlia: Frisso ed Elle; poi era passato a seconde nozze con una donna mortale, Ino, figlia di Cadmo, fondatore di Tebe.

La matrigna non amava i figliastri e cercò di perderli. Indusse le donne del paese a seminare chicchi di grano tostato, dai quali, naturalmente, non germogliarono messi. Una grave carestia scoppiò e il re mandò uomini a interrogare l’oracolo di Delo.
Ino corruppe i messaggeri e questi, ritornando da Delo, riferirono non il responso dell’oracolo, ma le parole imposte dalla regina.

— La carestia cesserà soltanto se Frisso sarà sacrificato a Giove (Zeus).
«Cominciamo con Frisso — si era detta la matrigna — dopo penseremo a Elle».
Atamante amava i suoi figli e di sacrificare Frisso non voleva affatto saperne; ma i sudditi insorsero ed egli dovette piegare il capo. Furono fatti i preparativi per il sacrificio e il giovinetto era vicino all’altare, quando Nefele, la madre divina, mandò un ariete dal vello d’oro, che le era stato donato da Mercurio (Ermes) e che poteva correre liberamente così sulla terra come attraverso il cielo; Frisso ed Elle montarono sulla groppa dell’ariete e l’ariete, levatosi a volo, in pochi istanti sparì all’orizzonte.

— Non guardare in giù, sorellina, non guardare in giù — aveva subito raccomandato Frisso.
Malauguratamente a un certo punto del viaggio Elle abbassò gli occhi, fu colta da vertigini, cadde e annegò in quel tratto di mare che da lei prese il nome di Ellesponto.
Frisso invece giunse sano e salvo nella Colchide, dove sacrificò a Giove l’ariete, il vello del quale donò al re Eeta. Il re lo sospese a una quercia in un bosco sacro a Marte (Ares) e lo affidò alla guardia di un drago.

Un altro figlio di Eolo regnava intanto sulla città di Iolco nella Tessaglia. Venuto a morte, gli doveva succedere il figlio Esone; ma il fratellastro Pelia lo spodestò ed Esone solo a stento poté salvare il proprio figlioletto Giasone, che Pelia avrebbe voluto uccidere; disse che era morto e invece lo trafugò e lo affidò alle cure del centauro Chirone.

Venti anni rimase Giasone col Centauro, ricevendone insegnamenti di pietà e di virtù, sotto la sua guida addestrandosi alle armi e alla caccia.
Compiuti i venti anni, il giovane pensò di ritornare alla città natale: aveva udito che grandi solennità si sarebbero celebrate in onore di Nettuno ed egli intendeva di parteciparvi e nello stesso tempo di rivendicare i diritti di suo padre e suoi.
Congedatosi dunque dal buon Chirone, si mise in viaggio alla volta di Iolco. Camminò senza incidenti; soltanto al passaggio di un fiume gli avvenne di perdere un sandalo, di modo che giunse alla reggia di Pelia calzando un sandalo solo.

Si presentò al re e gli dichiarò chi egli era e che cosa pretendeva di ottenere. Pelia allibì. Peggio ancora; lo sguardo essendogli caduto sui piedi del nipote, gli tornò a mente la vecchia predizione di un oracolo ai principi del suo regno: «Guardati dall’uomo che calza un sandalo solo». Allora egli non aveva capito; ora capì e pensò tosto come disfarsi del pericoloso nipote.
— Sta bene — gli disse cortesemente. — Io non mi rifiuto di riconoscere i diritti che tu accampi, sebbene tuo padre a suo tempo abbia rinunciato al trono. Ma, prima, ascoltami. Se tu fossi re e temessi che un suddito minacciasse la tua vita, quale provvedimento prenderesti?
Giasone immaginò che il re gli rivolgesse quella domanda solo per saggiare l’accortezza della sua mente e rispose pronto:
— Manderei quell’uomo alla conquista del Vello d’oro.
— Ebbene, va e portami il Vello d’oro — disse il re cambiando tono d’un tratto e parlando imperioso. — Soltanto allora accederò alle tue richieste.

Giasone aveva venti anni, era pieno di pensieri di gloria, aveva forte il braccio e ardito il cuore: partì.

Argo, figlio di Frisso, gli aveva costruito una bella nave, che anch’essa chiamavasi Argo e al cui allestimento aveva presieduto Minerva stessa; nella prora della nave, buon auspicio, era stata incastrata una scheggia della sacra quercia di Dodona; con lui salpavano Ercole (Eracle)Orfeo, Peleo, Teseo, Meleagro, Anfione, i Dioscuri, gemelli divini, e altri illustri eroi; un vento di avventura gonfiava le vele.
E avventuroso fu il viaggio. Una dolce sosta nell’isola di Lemno; una fiera tempesta sul mare; una dura battaglia nell’isola di Cizico; e giunsero a Salmidesso nella Tracia.
Ivi regnava Fineo, vecchio, saggio, dotato del dono della profezia, ma per certa sua colpa condannato da Giove alla cecità e a soffrire una continua fame.

Ogni volta che i familiari gli portavano qualche cibo, subito piombavano dal cielo sulla sua mensa le Arpie, immondi mostri dal volto di vecchia, dalle orecchie di orso, dal corpo di uccello, dagli artigli adunchi, e divoravano ogni cosa e poi se ne andavano lasciando la mensa e i vassoi insozzati dei loro fetidi escrementi.
L’arrivo degli Argonauti segnò la fine di questo supplizio: la prima moglie di Fineo era stata una figlia del vento Borea e tra gli Argonauti vi erano appunto Calai e Zete, figli anch’essi di Borea; alati, i due eroi poterono mettere in fuga le Arpie e inseguirle a spada sguainata fino alle isole Strofadi, dove ristettero giurando che non sarebbero mai più tornate a molestare Fineo.
Riconoscente, il cieco re indicò agli Argonauti la rotta che essi avrebbero dovuto seguire fino alla Colchide e specialmente insegnò loro come sarebbero sfuggiti alla minaccia delle Simplegadi.
Erano le Simplegadi due enormi rocce all’entrata del Ponto Eusino, le quali, sospinte dai venti, senza posa, alternativamente cozzavano tra di loro e poi si scostavano aprendo così e chiudendo il varco alle navi. L’urto era improvviso né si poteva prevederlo poiché una densa nebbia ravvolgeva perpetuamente quei luoghi. Giunti di fronte alle Simplegadi, gli Argonauti, secondo il suggerimento di Fineo, liberarono una colomba. Essa volò via tra le rocce. Nella nebbia si udirono cupi rimbombi; le acque si sconvolsero. Ma, dopo un certo tempo, la colomba ritornò alla nave con la coda mozzata: gli eroi ne dedussero che l’urto era appena avvenuto e che le rocce ora si stavano scostando; a tutta forza di remi, quindi, si gettarono nella gola e riuscirono a passare perdendo tuttavia la parte ornamentale della poppa.
Dietro di loro, secondo la predizione del destino, poiché tra esse una nave era passata incolume, le Simplegadi si aprirono e si fermarono per sempre.
Dopo una lunga navigazione e dopo molte altre vicende, gli Argonauti approdarono alla Colchide e alla città del re Eeta.
Il Vello d’oro? Come Eeta seppe la conquista che si proponevano quei navigatori, si accigliò: il Vello d’oro era la gloria della sua terra, non solo, ma anche era pegno di fortuna e di prosperità. Tuttavia non poteva o non osava opporsi a quella schiera di eroi.
— Il Vello d’oro ? — disse dunque. — Tu potrai prendertelo, Giasone, purchè tu valga ad aggiogare i miei due tori dai piedi di bronzo e dal soffio di fiamma, dono di Vulcano (Efesto), e poi con essi tu ari un campo e nel campo semini denti di drago.
Era quella un’impresa terribilmente ardua e Giasone disperava di riuscirvi, quando lo soccorse Venere (Afrodite).

Eeta aveva una figlia, Medea, giovane e bella, di fiero animo e maga espertissima; per volere di Venere lei si prese di vivo amore per il giovane eroe e gli promise ogni aiuto. Avrebbe vinto la prova se egli acconsentiva a sposarla e a portarla in Grecia con sé. Medea, abbiamo detto, era bella e Giasone, per la bellezza di lei e per la gioia di vincere, lietamente promise. Allora Medea gli diede un suo unguento: quel balsamo spalmato sul corpo avrebbe difeso per tutta una giornata dall’ardente soffio dei tori. Giasone poté così aggiogare i tori e arare il campo.
Arato che ebbe il terreno vi seminò i denti di drago; subito dalla terra balzarono su violenti guerrieri armati che si buttarono contro di lui; ma egli, già prevenuto da Medea, fu pronto a gettare in mezzo a loro alcune pietre; per contendersi quelle pietre si accese tosto tra essi una feroce battaglia; mentre in tal modo i guerrieri lottavano gli uni contro gli altri, Giasone poté assalirli a uno a uno con le frecce e con la spada e vincerli tutti, fino all’ultimo.
— Il Vello è mio!
Ma Eeta non si rassegnava. Cercò di guadagnare tempo.
— Domani.
Intanto meditava di incendiare la bella nave Argo e di fare strage dell’eroico equipaggio. Se non che l’innamorata Medea indovinò i propositi paterni, guidò Giasone verso il bosco, dove il prezioso Vello era custodito dal drago, addormentò con i suoi incantesimi il terribile mostro: Giasone allora si impadronì dell’aurea spoglia. Quindi corsero entrambi alla nave che li aspettava e lasciarono in tutta fretta il paese. Eeta si mise, sì, all’inseguimento; ma Medea riuscì a ritardare e a sviare la nave del padre.
Dopo un viaggio, anche questa volta lungo e avventuroso, che li portò al Danubio, all’oceano, ai deserti libici, al Mar Rosso, al Mediterraneo, gli Argonauti tornarono a Jolco. Ma a Jolco delusioni e dolori aspettavano Giasone. Il re Pelia nel frattempo aveva messo a morte Esone, il padre di Giasone; ora negò recisamente di cedergli il trono. Medea ci si mise di mezzo. Chiamò a sé le figlie di Pelia.
— Vostro padre è vecchio — disse loro. — Poco gli rimane da vivere, ormai. Ma vi è modo di ridonargli la florida giovinezza. Guardate.

Prese un decrepito montone, lo scannò, lo tagliò a pezzi, mise i pezzi a bollire in una grande caldaia; a un dato punto gettò nella caldaia un pugno di magiche erbe e pronunciò alcune parole misteriose: dalla caldaia saltò fuori il vecchio montone trasformato in un tenero agnello.
— Se volete — concluse Medea — possiamo fare la stessa cosa con vostro padre.
Le ingenue acconsentirono con entusiasmo. Il re fu preso, tagliato a pezzi, messo a bollire. Medea non diede le erbe, non pronunciò le parole magiche: lo lasciò bollire.
Però, dopo questa impresa, Giasone e Medea pensarono che era meglio abbandonare Jolco; e vennero a Corinto, dove vissero dieci anni serenamente. Ma poi Giasone, dimenticando quanto Medea aveva fatto — sia pure con biasimevoli eccessi — per lui, invaghitosi di Glauce, figlia del re Creonte, ripudiò la moglie e passò a nuove nozze con la principessa corinzia.
La vendetta di Medea fu atroce: lei simulò rassegnazione e offrì alla nuova sposa, come dono nuziale, una magnifica veste. Glauce volle tosto indossarla e una fiamma inestinguibile la avvolse. Il re Creonte, accorso per soccorrere la figlia, fu investito anch’egli dalla fiamma. Padre e figlia morirono arsi. Poi Medea, soppressi anche i due figli suoi e di Giasone, salì su un carro tirato da draghi alati e fuggì ad Atene incontro ad altre vicende. 

Quanto a Giasone, la sua fine fu incerta, ma senza dubbio triste; forse morì schiacciato dalla sua nave Argo, accanto alla quale, un giorno, sul lido, si era addormentato, o forse, tediato e stanco della vita, si uccise.

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