Tanogabo
Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Giangurgolo (una maschera calabrese della Commedia dell’Arte)

di Gaetano Barbella

 

Illustrazione 1: Disegno immaginario dell’autore
tratto dalla mappa di Catanzaro.

Le surrealtà della topografia terrestre

Sembrerà incredibile e nuovo da sentirsi ma la terra non la si conosce abbastanza, se non attraverso tutto ciò che la scienza ha sondato e studiato a menadito. Ma non è stato abbastanza da scoprire di lei, con sorpresa, miriade di configurazioni attraverso la sua topografia.
Di una di queste configurazioni, che ho chiamato surrealtà, me ne sono occupato attraverso il saggio “Guggenheim Museum di Bilbao – Un fiore di titanio per una regina”, pubblicato da poco sul web[1]. Qui ho dato delle spiegazioni sul filo dell’immaginario legato a poco o niente di nozioni accademicamente riconosciute dalla scienza moderna, tuttavia sono piaciute.

Sull’onda di Facebook, l’amica Marina Rosanero, che ho apprezzato molto, ha così commentato questo mio saggio: «“configurazione surreale della mappa di Bilbao”… infatti ci conduce a viaggiare attraverso situazioni paradossali assai improbabili che tuttavia, dopo una accurata riflessione diventano probabili! ».

Detto questo, ora mi appresto a presentare un altro saggio che fa capo ad un’altra surrealtà mappale, questa volta d’Italia, di Catanzaro, e tenterò ad esaminarla in modo diverso. Per la configurazione di Bilbao c’è stato poco da ritoccare da parte mia, ma per Catanzaro, invece è stato necessario intervenire in modo preponderante, pur seguendo il criterio di servirmi della geometria presente, fra abitazioni, strade, ed altro, come per Bilbao del resto.

Che altro dire sulle mie curiose surrealtà mappali, in più rispetto a quanto detto per il menzionato saggio su Bilbao? Alcuni diranno che sono immaginazioni suggestive, come quelle dei racconti e delle favole, ma non tanto da far sorgere reali possibilismi di concreti fondamenti per tenerne da conto. Altri diranno sorridendo che è magia, come quella dei chiromanti che, al posto di leggere la mano della gente, legge la terra con le tante sue linee di morte vita e miracoli, pura fantasia che si regge sulle illusioni della mente.
Ma ammettiamolo pure, scherzi a parte, la terra vista così effettivamente dimostra di essere come viva e, da mirabile ed impareggiabile artista, dipinge immagini di sé come meglio crede: a volte allegoricamente, altre in modo che sembra reale. E non occorrono doti magiche per togliere il velo di Gea, la terra, per mettere in mostra la sua immaginaria surrealtà imprevedibile. Basta solo la docile mano di un giovane studente, una matita ed una gomma ed ecco che da una cartina di un paese – per esempio – come quella in copertina del suddetto scritto, che ho tratto dalla mappa di Catanzaro (illustr. 1), si presentano alla vista rappresentazioni coerenti, che fanno pensare. Non ho esposto la mappa originale assicurandovi che non ho fatto carte false per far tornare la configurazione che vedete.
E se fosse credibile in modo scientifico, salterebbe fuori con prepotenza la matematica. Un matematico direbbe che è topologia bella e buona, la scienza esatta come lui la definisce. Però occorre avere la certezza che il contenuto mappale, espresso in modo configurato veramente corrisponda ad una certa scatola cinese dentro l’altra nota.
La topologia intuitivamente, in matematica, è lo studio di quelle proprietà degli enti geometrici, le quali non variano quando questi vengono sottoposti a una deformazione continua cioè, ad una trasformazione della figura tale che punti distinti rimangono distinti, e punti vicini cambino in punti vicini. Ma il termine di topologia è usato anche in altri modi: per lo studio del paesaggio dal punto di vista morfologico; in linguistica per lo studio relativo alla collocazione delle parole nella frase; ed ancora. Sembra complesso e astruso ragionare in topologia, eppure nel caso delle configurazioni in discussione è come un semplice gioco, simile a quello per bambini della Settimana Enigmistica, “Che cosa apparirà?”, o l’altro, “La pista cifrata”, solo che qui occorre immaginare i puzzle da annerire e le cifre da seguire.

Ecco, ora immaginate che la terra veramente presenta di sé configurazioni che non si contano – non si potrà spiegare come – per dimostrare che essa vive interagendo a tutte le attività di superficie, soprattutto per opera dell’uomo. Non è poi tanto fantastica l’idea che gli uomini rivestano, in seno alle configurazioni i discussione, la funzione più importante della terra vista in questo modo, quella del cervello. Ragionando in questa prospettiva si imparerà così a vedere che le costruzioni umane, i fabbricati, le strade, le grandi vie di comunicazione e ogni altra cosa sono forze che nascono, crescono e muoiono. E poi, quando tutto manca per credere in ciò che ho postulato sulla presunta surrealtà terrestre, ebbene non dispiacerà sentire e vedere un insolito modo di fare arte, fuori dalle numerose concezioni note. Ed ecco una spiegazione che si può accettare sul conto di un certo paradigma che vi può attenere e così impostare un discorso in merito ed affermare di conseguenza se cambia il paradigma cambia la società. Giusto anche lo scopo di tutti i lavori degli antichi alchimisti che operano nel mistero.
C’è un filo sottile, praticamente invisibile, che lega ogni forma di cambiamento. Si produce un vero cambiamento quando si riesce a modificare il paradigma di base che influenza, controlla e domina lo sviluppo del pensiero logico-razionale finalizzato ad affrontare i problemi della vita e dell’esistenza.[2]

«Il paradigma svolge un ruolo allo stesso tempo sotterraneo e sovrano in ogni teoria, dottrina o ideologia. Il paradigma è inconscio, ma irriga il pensiero cosciente, lo controlla e, in questo senso, è anche sovracosciente. Il paradigma istituisce le relazioni primordiali che si costituiscono in azioni, determina i concetti, domina i discorsi e le teorie…». (E. Morin)

 

Giangurgolo nella surrealtà mappale di Catanzaro

Ho fatto capire come ho potuto eseguire tanti disegni traendoli dalle mappe di centri urbani, ma anche di aree geografiche, come stati e continenti, e che ho chiamate surrealtà mappali. Il disegno che presento in questo saggio attraverso l’illustr. 1, come già detto, è una delle tante surrealtà mappali, quella di Catanzaro che sono stato portato ad eseguire secondo una mia immaginazione. In seguito casualmente mi sono trovato di fronte alla maschera della Calabria, Giangurgolo ed ho trasalito nel trovarvi un’assoluta aderenza al mio disegno di Catanzaro in esame. Naturalmente vi ho intravisto un Giangurgolo dei nostri tempi. A questo punto mi è piaciuto approfondire le riflessioni in questa ottica e mi è sorto un dilemma ponendomi queste due domande: Giangurgolo, da vecchia maschera della Calabria, oggi cosa è, un “porco” che sfugge alla giustizia? Ma non può rappresentare anche un certo “santo”, come San Vitaliano di Catanzaro, proclamato in precedenza Vescovo di Capua contro la sua volontà?[3] 
Come si sa fu svergognato e deriso dai suoi nemici che lo obbligarono a vestire abiti femminili perché creduto di tendenze particolari. Ma poi ebbe modo di migrare da Capua salvandosi miracolosamente.

Quei due in alto a destra, del “fuoco” e della “Pietra”, della surrealtà mappale in esame, forse se lo chiedono. Ironia della sorte però, si vede appena un religioso o religiosa con l’aureola, col segno di una croce di soccorso (la manna di San Vitaliano, appunto), che è sotto il loro naso e non lo vedono. Ma la spiegazione proviene proprio dalla sua storia. A differenza di quando fu costretto a indossare abiti femminili a Capua dove era Vescovo, per essere svergognato, ora gli stessi abiti gli servono per passare inosservato. Infatti sembra incertamente anche una suora.

Qualcosa del genere avvenne per un altro santo, san Marco le cui reliquie, che si trovavano in terra islamica ad Alessandria d’Egitto, furono avventurosamente traslate a Venezia nell’anno 828 da due leggendari mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello.

Si tramanda che per trafugare ai Musulmani il prezioso corpo (l’Islam riconosce e venera a sua volta Cristo e i Santi), i due astuti mercanti lo abbiano nascosto sotto una partita di carne di maiale, che passò senza ispezione la dogana a causa del noto disgusto per questa derrata imposto ai seguaci del Profeta.

Va ricordato che in quei tempi (e in parte ancor oggi) le reliquie erano un potente aggregatore sociale; inoltre attiravano pellegrini e contribuivano a innalzare il numero della popolazione nelle città, effetto molto importante per un urbanesimo agli albori che stentava ad affermarsi sulle popolazioni prevalentemente rurali.

Ogni reliquia era quindi bene accetta assieme a chi la recava e quella di San Marco lo fu particolarmente a Venezia, in quanto proprio quel Santo, mentre era in vita, avrebbe evangelizzato le genti venete divenendone Patrono ed emblema sotto forma di leone alato.

 

Giangurgolo maschera della Calabria

Illustrazione 2: Maschera di Giangurgolo.

Giangurgolo[4] è una maschera calabrese della Commedia dell’Arte. Secondo alcuni studiosi il suo nome deriverebbe da Gianni Boccalarga o Gianni Golapiena, caratterizzandone così subito le peculiarità: persona di molte chiacchiere, di grande ingordigia e fame.

L’origine di questa maschera è incerta, ma le fonti letterarie sulle rappresentazioni di Giangurgolo dicono che essa sarebbe nata a Napoli. Risale al 1618 la notizia di un attore, Natale Consalvo, che, a Napoli, lavorava nelle vesti di Capitan Giangurgolo.

Successivamente la maschera di Giangurgolo fu importata a Reggio ed in Calabria per mettere in ridicolo le persone che imitavano i cavalieri siciliani “spagnoleggianti”. Infatti intorno alla metà del XVII secolo, quando la Sicilia fu data ai Savoia, vi fu una massiccia migrazione di nobili spagnoli siciliani verso la città di Reggio dall’altra parte dello Stretto, e la maschera sarebbe stata dunque adattata a questi nobili siciliani decaduti, diventando la maschera tradizionale della regione.

Godette subito di grande considerazione nell’ambito della commedia dell’Arte tanto da essere rappresentata nei più grandi teatri italiani al pari delle maschere oggi considerate maggiori: Pulcinella, Arlecchino ecc. Ha un naso enorme e una spada altrettanto smisurata che pende su un fianco, indossa un alto cappello a cono, un corpetto stretto e soprattutto i pantaloni a sbuffo a strisce gialle e rosse, particolare significativo che riproduce i colori d’Aragona. La maschera dunque rappresenta uno scherzo della città verso i dominatori aragonesi e spagnoli.

Il nome Giangurgolo deriverebbe dalle parole:
    * Gian = Zanni, un tipico personaggio della commedia dell’Arte che presenta diverse varianti in Italia, una tra tutte Giangurgolo appunto. Della parola Zanni rimane infatti ancora oggi traccia nel dialetto calabrese, nell’uso di espressioni come “fari u Zannu” o “fari i Zanni”, che vuol dire “fare uno scherzo”, “fare degli scherzi”, o ancora l’espressione “Zanniare” che vuol dire “scherzare” appunto. Troviamo un altro riferimento reggino allo Zanni nella tipica espressione “Facc’i’Maccu” (Faccia di Macco) ancora in uso in città, che deriva dal personaggio Maccus, il servo sciocco della commedia Plautina, molto simile al servo sciocco interpretato da molti Zanni della Commedia dell’Arte.

    * Gurgolo, che vuol dire “bocca larga” o “grande bocca”, un personaggio ingordo dotato di appetito insaziabile, ma soprattutto inteso in senso di spacconeria, un personaggio di molte parole e di pochi fatti.

Giangurgolo nacque, secondo la maggior parte degli studiosi, per soddisfare l’esigenza di mettere in ridicolo, caricaturando, i dominatori, considerati “inutili eroi” bravi soltanto con le chiacchiere, quei boriosi dediti alla gola, arroganti, millantatori e codardi che imitavano gli atteggiamenti di superiorità e tracotanti degli ufficiali spagnoli, irriverenti ed insolenti, presenti a quel tempo nel nostro Meridione. Giangurgolo era protagonista sui palcoscenici dei teatri sei e settecenteschi tanto quanto lo era in strada. Infatti in una incisione dell’abate Jean-Claude Richard de Saint-Non che descrive “i dintorni di Reggio” è chiaramente visibile una scena di commedia, un pezzo di teatro fatto per strada dove è protagonista Giangurgolo, uno Zanni con il lungo cappello e la spada.

Secondo un’altra ipotesi la maschera sarebbe nata da una persona realmente esistita a Catanzaro. Secondo tale opinione, dal punto di vista etimologico Giangùrgolo significherebbe “Gianni l’ingordo”, per la sua caratteristica distintiva: l’ingordigia. La sua storia inizia nel convento delle Suore di Santa Maria della Stella, dove nacque il 24 giugno 1596. Il nome deriverebbe da Giovanni, in onore del Santo del giorno del suo ritrovamento. La leggenda narra che nei boschi egli cerca di salvare uno spagnolo aggredito da briganti, che non ostante tutto muore. In segno di riconoscenza però in punto di morte nomina Giovanni suo erede, consegnandogli, oltre alle sue ricchezze, una lettera che contiene il modo per salvare la città. Allora Giovanni tramuta il suo nome in Alonso Pedro Juan Gurgolos, in onore dello spagnolo, ed inizia la sua personale lotta contro l’occupazione spagnola. Giovanni si organizza con un carrozzone da teatro col quale, insieme ad alcuni suoi amici, propone spettacoli satirici incitando il popolo alla rivolta. Una condanna a morte lo costringerà a trasferirsi in Spagna, ma successivamente, tornato a Catanzaro, ritrova l’amico di teatro Marco, malato di peste, e per un abbraccio tra i due la malattia viene trasmessa anche a Giangurgolo che muore.

Il carattere

Dai suoi atteggiamenti, dal suo modo di parlare, Giangurgolo appare come il tipico signorotto ricco, gradasso, spaccone, spavaldo, come colui che esige rispetto senza darne in cambio, dalle persone più umili e assumendo, di contro, davanti a chi può rappresentare un pericolo, una minaccia, atteggiamenti di riverenza e umiltà rasenti alla sottomissione ma sempre ruffiani ed adulatori. Nell’approccio con le donne riesce a mettere da parte i suoi lati grotteschi facendo sfoggio di una erudizione barocca, artificiosa, finendo però sempre deriso e sbeffeggiato soprattutto a causa del suo aspetto fisico.

La figura

Giangurgolo, convenzionalmente, porta sul volto una maschera rossa arricchita da una naso di cartone, sul capo un cappello a forma di cono. Indossa un colletto alla spagnola arricciato, un corpetto a righe rosse e gialle, calzoni sempre rossi e gialli fin sotto il ginocchio, calze bianche o, ancora, rosse e gialle ed un cinturone al quale è appesa una lunga spada che usa reiteratamente con chi è più debole ma che resta puntualmente penzoloni di fronte a chi potrebbe suonargliele. 

 

Giangurgolo epocale e la “Belle de joure”

Illustrazione 3: Epilogo fantasioso di Séverine, la “belle de joure, invasata da sogni non più erotici.

“Bella di giorno”, il famoso film francese di Luis Buñuel del 1967, interpretato dalla nota attrice Caterine Deneuve, (illustr. 3) è quanto di più vicino al tema Giangurgolo che mi appresto a descrivere così come viene presentato su internet.
Secondo me è centrato l’accostamento di questo film con la rappresentazione scenica relativa all’illustr. 1, la configurazione che ho immaginato di Catanzaro, giusto l’epilogo del film.

Séverine è la giovane, bellissima moglie del medico Pierre Serizy (Jean Sorel), ma è affetta da seri problemi di relazione che la portano a vivere una vita affettiva distorta , popolata di sogni masochistici ad occhi aperti. Essa ama il marito ma è incapace di avere rapporti intimi con lui. Per questa ragione si reca tutti i pomeriggi presso una casa di appuntamenti in una splendida Parigi degli anni sessanta, dove cerca, attraverso la prostituzione, una sorta di psicanalisi che la porti ad uscire dalle sue fobie e dalla sua frigidezza. Qui Severine si lega ad un giovane gangster (Pierre Clementi) che le offre il brivido e l’eccitazione di cui sono piene le sue fantasie. La situazione diviene complicata e pericolosa quando lei decide di lasciare il bordello. Il giovane geloso attende il marito di Séverine e gli spara tre volte prima di fuggire ed essere catturato dalla polizia. Il marito sopravvive ma rimane in stato comatoso. Il film termina con Séverine che fugge nuovamente dentro le sue fantasie (illustr. 3); ma questa volta non sono sogni erotici. Nella sua mente il marito è di nuovo in salute e lei lo bacia con amore.

Il “soccorso” di San Vitaliano

Ricordate il mio dilemma al cospetto della configurazione della surrealtà mappale di Catanzaro, e le due domande che seguirono?:  « Giangurgolo, da vecchia maschera della Calabria, oggi cosa è, un “porco” che sfugge alla giustizia? Ma non può rappresentare anche un certo “santo”, come San Vitaliano, proclamato Vescovo contro la sua volontà? Come si sa fu svergognato e deriso dai suoi nemici obbligandolo a vestire abiti femminili perché creduto di tendenze particolari. Ma poi ebbe modo di migrare da Capua salvandosi miracolosamente. »
Ma su di lui vi era la presenza di Dio che lo fece giungere incolume (rivedi nota 4) fino ad Ostia dove venne salvato da alcuni pescatori, mentre Capua, dimostratasi ingrata e violenta, venne punita da Dio con siccità, peste e carestia.
In sintesi i fatti occorsi a san Vitaliano, “nelle mani di Dio” appunto, possono immaginarsi come il decorso della sua volontà per porre sulle spalle del santo un “grave”, che si può immaginare come una croce. Solo lui, ad esempio di Gesù che prese su di sé i peccati del mondo, poteva essere il “Cristoforo” congeniale. Ecco che i “gravi” in questione, che inizialmente sono quelli di Capua passano in altre mani, in quelle degli abitanti di Catanzaro accesi dalla fede nel cristianesimo grazie all’opera di san Vitaliano.
Per spiegare come può essere compreso il male racchiuso nel “grave” (o croce) messo sulle spalle di San Vitaliano “camuffato” in sembianze vergognose, riferendoci ai fatti di Capua?
Il male di cui si parla può essere paragonato a quelli degli indemoniati di Gadareni miracolati da Gesù di cui si parla nei tre Vangeli, di Matteo, Marco e Luca.

Cito di seguito il passo evangelico 8,28-34 di Matteo che è il più sintetico:
«In quel tempo, essendo Gesù giunto all’altra riva del mare di Tiberiade, nel paese dei Gadareni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. Cominciarono a gridare: “Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?”.
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare; e i demoni presero a scongiurarlo dicendo: “Se ci scacci, mandaci in quella mandria”.
Egli disse loro: “Andate!”. Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio
.».

A questo punto occorre fare buona attenzione per traslare il detto evangelico appena citato e servircene per capire la questione di San Vitaliano in causa.
La cosa fondamentale che occorre capire è come smuovere e dove riversare il “grave”, il male, che nei Vangeli vengono definiti demoni, anzi negli altri due non menzionati, quelli di Marco e Luca, sono Legioni (di demoni). Ma questa definizione, probabilmente, venne introdotta per identificarli nelle Legioni romane, che erano considerate nemiche del popolo israelita.
La mandria dei porci in cui Gesù riversa i demoni allegorizza il “fatto” occulto che sta dietro all’analogo occorso a San Vitaliano, che invece ha comportato essere obbligato a indossare abiti femminili per essere svergognato davanti a tutta Capua. Occorre immaginare l’azione di Dio padre che manda i suoi figli in sacrificio per la redenzione umana: il primo fu Gesù Cristo. Naturalmente in San Vitaliano non c’è questa consapevolezza ma solo la coscienza di dovere andare incontro a gravi sofferenze a causa del Cristo in cui crede fermamente. Il seguito di questo santo, che viene legato dentro un sacco e gettato nel fiume Garigliano, si correla alla pazzia della «mandria dei porci che si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti», come sopra raccontato sul conto dei fatti evangelici sugli indemoniati di Gadareni.
Secondo l’opinione della gente, il porco era simbolo di impurità che impediva all’essere umano di relazionarsi con Dio e di sentirsi accolto da Lui. Il mare era il simbolo del caos esistente prima della creazione e che, secondo la credenza dell’epoca, continuava a minacciare la vita.
Ma fin quanto durerà l’azione salvifica ad opera di San Vitaliano per Catanzaro?
La fede in lui dei catanzaresi, se non è lontana dalla realtà la mia visione della surrealtà mappale esibita all’inizio, non è più come quella di un tempo. E poi le cronache odierne non mancano di configurare il Sud d’Italia intero nelle panie di organizzazioni malavitose che lo Stato stenta a contrastare.
Ma la Calabria non ha solo la faccia di Giangurgolo. La Calabria è l’Italia arcaica nascente ripiena di mitologia e che passa, poco prima dell’Unità d’Italia fino alle Alpi, per il glorioso Regno delle due Sicilie invidiato dal resto dei regni d’Europa.
Anche di questa Calabria ho scritto un saggio che è presente sul web[5]. Il titolo è “La prima Italia, capanna del cristianesimo”.
Ecco che si fa chiarezza su ciò che è valso al Sud la mia ipotesi salvifica, simboleggiata da S. Vitaliano di Catanzaro. Occorreva prima agire sull’anima perché diventasse forte abbastanza per tenersi al riparo da corrosioni dell’azione del male rappresentata, appunto dalla maschera calabrese Giangurgolo. Ma sappiamo che dietro questa facciata c’era, secondo una certa versione della sua origine, qualcuno che si prefiggeva di combattere le azioni malavitose che in quest’epoca imperversano l’intero Sud d’Italia e non escluso il Nord.
Dunque, con l’anima al sicuro, entro certi limiti, in quest’epoca conta concentrare ogni sforzo per educare la ragione che deve concepire in sé una “Ecologia della Mente”, capace di mettere ordine e armonia al pensiero che deve potersi integrare con quello di altri. Solo così è possibile rinunciare a fagocitare in modo fraudolento il frutto della terra che si è impoverita, e soprattutto a non ordire azioni omicide per raggiungere un esagerato bene personale.

Che cosa si intende per Ecologia della Mente in modo comprensibile?
Viene spiegato molto bene nel libro “Ecologia della mente” di Gregory Bateson (Grantchester, 9 maggio 1904 – San Francisco, 4 luglio 1980). Egli è stato un antropologo, sociologo, linguista e studioso di cibernetica britannico, il cui lavoro ha toccato anche molti altri campi.
Cito la risposta di Bateson alla domanda suddetta che traggo da internet:

«Beh… .più o meno sono le cose di vario tipo che accadono nella nostra testa e nel nostro comportamento… e quando abbiamo a che fare con altre persone… e quando andiamo su e giù per le montagne…. e quando ci ammaliamo e poi stiamo di nuovo bene…
Tutte queste cose si interconnettono e , di fatto, costituiscono una rete che, in un linguaggio orientale, si potrebbe chiamare Mandala.
Io mi sento più a mio agio con la parola Ecologia, ma sono idee che hanno molto in comune.
Alla radice vi è la nozione che le idee sono interdipendenti, interagiscono, che le idee vivono e muoiono. Le idee che muoiono, muoiono perché non si armonizzano con le altre. È una sorta di intrico complicato, vivo, che lotta e che collabora, simile a quello che si trova nelle boschi di montagna, composto dagli alberi, dalle varie piante e dagli animali che vivono lì – un’ecologia, appunto.
All’interno di questa ecologia vi sono temi importanti di ogni genere che si possono enucleare e su cui si può riflettere separatamente. Naturalmente si fa sempre violenza al sistema nel suo complesso se si pensa alle sue parti separatamente; ma se vogliamo pensare dobbiamo fare così, perché pensare a tutto contemporaneamente è troppo difficile… 
». [6]

Ecco che si fa strada l’azione della Scienza sul piano umanistico e tecnologico e non si può negare che l’uomo deve oggi a questo cambiamento, operato dalla cultura umanistica, scientifica e sociale, se si sta incanalando in una buona direzione.
Dal canto mio, non posso che rendere testimonianza a questa visione con delle concezioni seguendo la stessa strada, per certi versi esoterica, seguita per il presente saggio.
Ed è così che ho avuto modo di scrivere il saggio “I segni della Terra nella visione di Nostradamus”, ma ne ho già fatto cenno in precedenza nell’introduzione.  [7]

 

tratto da:  https://www.facebook.com/note.php?note_id=445102114180
e da: http://inviati.altervista.org/Inviati_speciali/Giangurgolo.htm
______________

[1]  http://inviati.altervista.org/Inviati_speciali/Guggenheim.htm
[2]  Tratto dal saggio dell’autore “I segni della Terra nella visione di Nostradamus” – Vedi:http://www.stilepisano.it/immagini26/Foto/I_SEGNI_DELLA_TERRA2.pdf
[3]  A Capua subì ogni genere di insinuazioni e derisioni da parte dei suoi nemici che lo accusarono di avere tendenze particolari. Per svergognarlo davanti ai fedeli, i nemici con uno stratagemma riuscirono a farlo comparire in pubblico con abiti femminili. Il santo si difese con molta abilità; dopo che scoprì il complotto si allontanò dalla città. La sua fuga fu breve: venne catturato, legato dentro un sacco e gettato nel Garigliano.
Su di lui vi era la presenza di Dio che lo fece giungere incolume fino ad Ostia dove venne salvato da alcuni pescatori, mentre Capua, dimostratasi ingrata e violenta, venne punita da Dio con siccità, peste e carestia.
Papa Callisto II lo avrebbe poi inviato insieme a quello di Sant’ Ireneo di Lione e di San Fortunato di Todi a Catanzaro. Qui nel 1311 Pietro Ruffo, conte di Calabria, fece costruire una cappella in cattedrale per deporle e venerarle. Durante l’ultimo conflitto mondiale, a causa dei bombardamenti, la cattedrale venne distrutta; nel 1960 fu ricostruita e con essa anche la cappella che contiene il corpo di san Vitaliano da cui trasuderebbe, come avviene per san Nicola di Bari e san Felice di Nola, un liquido miracoloso, detto manna.
Il culto di san Vitaliano è diffuso in tutta la Campania ed ovviamente in Calabria; Catanzaro lo invoca contro ogni calamità, particolarmente contro i terremoti.
La domenica in albis, una volta, si celebrava la festa del patrocinio per ricordare la protezione del santo sulla città durante il violentissimo terremoto del 1783. Popolarmente san Vitaliano ha dato anche il suo nome a Catanzaro: infatti il capoluogo calabrese è definito come la città delle tre V: vento, velluto e san Vitaliano.
[4]  http://it.wikipedia.org/wiki/Giangurgolo
[5]  http://nazionali.org/nicola/collaboraz/gb_prima_italia.html
[6]  http://www.ilnarratore.com/visions/collection/bateson/Batesonfirst.PDF
[7]   I segni della Terra nella visione di Nostradamus” – vedi: http://www.stilepisano.it/immagini26/Foto/I_SEGNI_DELLA_TERRA2.pdf

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